domenica 24 maggio 2026

DALLA MIA FINESTRA

 




Questa è la vista da una finestra di casa dei miei, dove ora abita mia sorella, a Palma Campania, nel Napoletano. Io abito nell'appartamento a fianco. E non ho più questa veduta. Non è grande veduta. Da questo appartamento, e dal mio, si vede anche il Vesuvio. Questo però è uno scorcio che dalla mia nuova casa  non ho più, appunto, ma al quale sono affezionato. Quello che si vede è il vialetto di accesso al nostro condominio. Li, quando eravamo ragazzi, mio padre la sera si metteva, con i gomiti sul davanzale, finché non ci vedeva rientrare, e poi, rassicurato, andava a letto. E, ancora percorrendo il vialetto, vedevo spegnersi la luce nel riquadro della finestra. Lì, mio padre e mia madre si affacciavano per salutare quando salivo in auto per ripartire per Bergamo alla fine delle vacanze (Pasqua, Natale, l'estate). Ora vivo qui di nuovo, ma loro, padre e madre, non ci sono più da tempo.

A proposito della finestra dalla quale spiare il rientro serale dei figli: a Francoforte, nella casa di Goethe, la guida ci raccontò un aneddoto. L'aneddoto era  questo: il padre del poeta aveva fatto aprire una finestra su una parete cieca per poter vedere il rientro del figlio - senza quel nuovo scorcio, il figlio poteva rientrare indisturbato senza essere visto ed evitare la punizione. Mio padre non voleva punire, stando a questa finestra, ma solo andare a letto tranquillo sapendo che eravamo in casa anche noi. Io non ho figli, ma retrospettivamenre lo capisco.

mercoledì 6 maggio 2026

Mio padre e Gino Paoli


 

Io ovviamente non ho nessuna foto con Gino Paoli, ma ho un ricordo, per così dire, "personale". Anzi due, uno dei due più indiretto. L'11 luglio 1963 Paoli tentò il suicidio. Io sono nato a Genova, e vivevo allora nel capoluogo ligure; avevo solo cinque anni, non sapevo nulla di lui e nulla seppi della cosa. Anni dopo mio padre mi raccontò un aneddoto. Lui era in polizia e fu chiamato a piantonare Paoli nella stanza d'ospedale. Ad una suora entrata in camera Paoli chiese: "Sorella, perché le pareti sono dipinte di bianco? Dovrebbero essere nere perché qui si soffre".

Il secondo ricordo, quello indiretto. Nelle passeggiate domenicali con i miei genitori e mia sorella da Corso Italia ci spingevamo fino a Boccadasse. Forse siamo passati sotto la mansarda nella quale lui nei primi anni Sessanta aveva vissuto con la moglie Anna e la gatta Ciacola. Forse.


Enzo Rega

martedì 5 maggio 2026

I docenti di sinistra e la politica. Confessione di un insegnante di sinistra.

                                Immagine I.A.
 


Intervengo a distanza di tempo sulla questione della presunta propaganda  che gli insegnanti di sinistra farebbero in classe. Recentemente giovani di destra avevano invitato a "denunciare" i docenti di sinistra che facessero politica in classe. E a proposito del referendum il voto giovanile per il No è stato imputato ugualmente a questa "nefasta" influenza. E anche qualche ministro o ministra della pubblica istruzione del centrodestra  invitava e invita a non fare politica in classe.

Voglio parlarne ricorrendo a mie esperienze personali, non avendo statistiche a cui fare riferimento. Ripeto, la mia esperienza.

Negli anni Novanta, quando insegnavo in Lombardia, avevo messo in adozione per una classe Quinta un Millelire della Newton Compton sul pensiero politico del Novecento. Il Preside aveva osservato: ma si fa politica in classe? Per non farla, avrei dovuto rispondere, non bisognerebbe neanche parlare di Platone e Aristotele.  Il fatto era che con la stessa classe nell'anno precedente, in Quarta, avevamo fatto un lavoro sull'Utopia del Cinquecento leggendo brani dai classici - divise in gruppo, le ragazze approfondivano un filosofo  - ed era stata prodotta una dispensa. Sulla scia di quell'entusiasmo, si voleva proseguire anche in Quinta. Non si trattava di una "scuola di partito". Non era questione di partiti.

Ma voglio tornare indietro, a quando ero io studente delle medie, per rispondere alla domanda: solo gli insegnanti di sinistra "fanno politica" in classe? Ebbene, eravamo in seconda media,  credo, e la professoressa di storia, notoriamente di destra, fece una intemerata contro Marx e il suo "Capitale". Era indottrinamento di giovanissime menti? Sì. Era destinato ad avere successo su tutti? No. Tant'è vero che io andai politicamente in tutt'altra direzione rispetto a quell'insegnante.

Salto in avanti. Anni duemila. In occasione di una tornata elettorale dei tempi di Prodi e Berlusconi, le ragazze di una classe Quinta mi dicono: professore, siamo tutte di sinistra, ma non conosciamo le differenze tra i diversi partiti, ce ne può parlare? Io risposi che come insegnante dovevo parlare di entrambi gli schieramenti - destra e sinistra - e loro avrebbero tratto le proprie conclusioni. Cioè, mi rifiutai di fare "propaganda" per una delle parti in campo. Pur essendo io di uno dei due campi.

Veniamo ancora più vicino a noi. Nella tornata referendaria del giugno 2025 sui quesiti del lavoro e della cittadinanza furono le ragazze a porre la questione, non io. E intendevano andare a votare anche se dal governo in carica, che è lo stesso di adesso, si invitava a disertare le urne. Neanche allora io avevo fatto campagna elettorale. Semplicemente, nell'ambito della mia disciplina - Scienze umane - avevo parlato della Costituzione, ed è la Costituzione a prevedere l'istituto referendario.

Ecco, parlando della Costituzione, certo, avevo parlato della Resistenza, ma precisando che del Cln avevano fatto parte forze politiche che andavano dai liberali ai comunisti passando da Giustizia e Libertà e dai cattolici. E avevo illustrato la composizione dell'Assemblea Costituente, che appunto vedeva sedere sui banchi tutti quei partiti. Avevamo letto articoli della Costituzione.

Bene, credo che per quelle lezioni sarei potuto entrare nelle liste di proscrizione. Avevo parlato della Resistenza, che però non era stato solo un affare di "comunisti".

Ecco, questo ho fatto da insegnante di sinistra. Ho solo cercato di dare strumenti e fare riflettere sulla contemporaneità. Non dottrine preconfezionate.

Era politica? Allora viva la politica. La politica come consapevolezza e spirito critico.


Enzo Rega