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domenica 17 luglio 2022

“UOMINI CONTRO” DI FRANCESCO ROSI: GUERRA E LOTTA DI CLASSE. UN LIBRO DI SAVINO CARRELLA E PASQUALE GERARDO SANTELLA

 di

Enzo Rega


[Unisco in un unico pezzo articoli usciti in "Obiettivo Saviano" e "Infiniti Mondi". Recupero il titolo usato in "Infiniti Mondi"]





  Il 15 novembre 1922 nasceva a Napoli, nel quartiere Montecalvario, il regista Francesco Rosi, al quale si devono pellicole come La sfida, Salvatore Giuliano, Le mani sulla città, Il caso Mattei, Cadaveri eccellenti fino all’ultimo, La tregua, da Primo Levi. Tutti film segnati da passione civile e impegno politico. Nell’anno del centenario della nascita lo ricordiamo con un libro dedicato a uno dei suoi film più significativi, Uomini contro, uscito nel 1970. Il libro a cui ci riferiamo, ricco di immagini, è uscito nel 2021 in italiano e in francese per le edizioni Gremese e si deve a Savino Carrella e a Pasquale Gerardo Santella.

   La struttura e le intenzioni del libro  

   Vidi per la prima volta Uomini contro di Francesco Rosi in occasione di un Cineforum presso il cinema Zara di Palma Campania, ora Teatro comunale. Era il 1976 ed ero studente liceale. Tra gli organizzatori un giovane Pasquale Gerardo Santella, tra i più ancor giovani spettatori l’amico Savino Carrella, anche lui studente. Sono loro gli autori di questo bel volume dedicato al capolavoro di Francesco Rosi, un libro ricco di foto pubblicato contemporaneamente in italiano e in francese nelle prestigiose edizioni Gremese, specializzate nella settima arte. Gli autori si sono divisi i compiti: Gerardo ha curato l’Introduzione, il Prologo, l’Epilogo e i Materiali; Savino Il racconto del film.

   Santella, in un ampio lavoro di “sintesi”, si è preoccupato di calare Uomini contro nel contesto della Grande Guerra, del cinema storico e degli altri film dedicati a quegli eventi bellici fino a Torneranno i prati (2014) di Ermanno Olmi, nonché nel clima proprio degli anni in cui è stato realizzato: il film è del 1970, quindi a ridosso della contestazione del ’68.

   Carrella ha compiuto un’analitica lettura scena per scena della pellicola, con attenzione agli aspetti tecnici dello specifico filmico, ma anche con un riscontro puntuale, volta per volta, con il libro al quale è ispirato, Un anno sull’Altipiano di Emilio Lussu, uscito dapprima nel 1938 in Francia, dove lo scrittore sardo era esule, e poi in Italia nel 1945 (il libro è disponibile nell’edizione Einaudi), riscontrandone sia le precise corrispondenze sia le evidenti differenze dovute al discorso che il regista napoletano portava avanti: non solo il pacifismo, ma anche l’antimilitarismo e la critica del potere.

   In un post su Fb, Santella sintetizza così l’aspetto e l’intento del libro scritto con Carrella: “Si tratta di una lettura storico-sociologica del film di Rosi con un confronto analitico con il romanzo Un anno sull’Altipiano di Lussu. Ma è soprattutto una condanna radicale degli orrori di tutte le guerre”.

 

   Verso il film: Santella racconta il suo “incontro” con Rosi e la guerra

   Ma seguiamo più da vicino l’articolazione del libro.

   Come ho fatto io stesso – mimeticamente – all’inizio di questo pezzo, Santella, aprendo il libro, parte dalla sua esperienza personale, per arrivare al film, e passare dalla microstoria alla macrostoria. Sappiamo così che il suo incontro con Rosi avviene proprio sul set del suo primo film, La sfida (1958), dedicato al camorrista Pascalone ’e Nola, che poi era di Palma Campania: nelle campagne di Palma, paese degli autori di questo libro, furono girate alcune scene, alle cui riprese assisté Gerardo ragazzino. Il suo incontro con gli eventi della guerra era invece mediato dalla presenza del nonno Gerardo, reduce “refrattario a qualsiasi manifestazione retorica che ricordasse la guerra, di cui preferiva non parlare” (p. 13): un rifiuto che il nipote Gerardo poté spiegarsi quando, con la visione di Uomini contro, ebbe idea delle atrocità belliche. Infine, l’avvicinamento all’ambientazione del film si completa con il racconto dei primi anni di insegnamento di Gerardo, proprio sull’altopiano, alle pendici di Asiago, in Veneto.

 

   La guerra vista dal basso e il cinema storico

   In questo modo, veniamo dunque introdotti nello specifico del film, ma anche del libro. Il riferimento alla guerra del nonno è funzionale a comprendere un aspetto fondamentale: “la storia vista dal basso”, dalla “gente comune”. I protagonisti non sono qui capi di stato e comandanti militari, benché vi compaia lo spietato generale Leone (nei suoi panni perfettamente calato l’attore francese Alain Cuny), ma “le degradanti condizioni della vita in trincea, l’insubordinazione dei soldati agli insensati ordini dei comandanti, la fraternità con i nemici; ‘antieroi’ quali i disertori, ed elementi che hanno avuto notevoli effetti sul piano sociale, come la fame, il freddo, le malattie, l’incontro e l’interazione al fronte di una babele di dialetti, abitudini e costumi diversi” (p. 15).

   Il cinema diventa dunque una “fonte storica” che non dà solo informazioni sul passato, ma lo mette in scena, il che corrisponde all’intenzione di Rosi di rendere lo spettatore attivo. Le immagini di Rosi traducono – pur nella libertà interpretativa del regista, che a sua volta crea la propria opera personale a partire da un testo già esistente – il racconto di Lussu, il quale, nel suo diario di guerra, non ha voluto raccontare “tutta” la prima guerra mondiale – da lui interamente combattuta per tre anni e mezzo – ma darne un terribile assaggio concentrandosi su un segmento particolare: il periodo nel quale la sua Brigata Sassari, dal maggio 1916 al luglio 1917, è andata ripetutamente a infrangersi contro le inespugnabili trincee austriache. Offrire un solo spaccato, osserva Santella, spinge il lettore ad andare mentalmente a prima e a dopo prolungando nel tempo l’orrore della guerra. Per dare l’idea dell’insensatezza della guerra, Rosi comincia il film con uno scontro notturno tra due pattuglie italiane che si sono scambiate reciprocamente come austriache, un caso di “fuoco amico”.

 

   Lo specifico filmico e il confronto con il libro

   Carrella, aprendo la propria sezione, sottolinea, a proposito di questo episodio notturno iniziale, la modalità formale con la quale lo tratta il regista in vista di ciò che vuole trasmettere: “Buio, così buio che, verghianamente non ci si vede neanche a bestemmiare. Spente le luci della sala, inizia il film, ma lo schermo è completamente nero. Il buio della sala si fonde con quello dello schermo. Lo spettatore resta così al buio, condivide la situazione dei personaggi di cui si cominciano a udire le voci: il regista ci vuole dire che sarà un’esperienza che ci colpirà come uno schiaffo in pieno volto, che il nostro viaggio nella follia della guerra non sarà accomodante” (p. 49). Possiamo aggiungere, con riferimento alla teoria della comunicazione, che come il silenzio, anche il buio “parla”. E il silenzio e il buio sono infranti dalle grida dei soldati e dai lampi di colpi di fucile e bombe a mano. L’episodio, c’informa Savino, è identico a quello del libro. Il buio non ci ha ancora lasciati, perché è su uno sfondo nero che scorrono i titoli di testa, finché, da una nebbia spessa cominciano a emergere figure di soldati. Non è presente invece nel libro l’episodio successivo nel quale alcuni militari vengono legati ai reticolati, esposti al fuoco nemico: entra in gioco il metodo-Rosi, cioè integrare il materiale desunto dal libro di Lussu attingendo ad altre fonti; in questo caso la fonte è il padre del regista che, in forza al Genio Militare, aveva scattato foto di soldati sottoposti a quella terribile punizione. Tra le differenze rispetto al libro ne va segnalata una, per così dire, strutturale: se nel diario di Lussu fa spesso capolino l’ironia, pur nelle vicende tragiche, “Nel film di Rosi, invece, non c’è l’ironia del libro; il regista, nella sua denuncia degli orrori della Grande Guerra ma di tutte le guerre, rinuncia all’arma dell’ironia e va avanti a colpi di accetta, mantenendola affilata attraverso la rabbia e l’indignazione” (p. 66), osserva Carrella che sottolinea come la mancanza di ironia sia cifra stilistica che caratterizza tutto il cinema del regista, tranne qualche eccezione. Infine, nel film si sottolinea maggiormente l’aspetto politico: si polarizzano nei due personaggi del sottotenente Sassu (impersonato da Mark Frechette) e del sottotenente Ottolenghi (Gianmaria Volonté) il liberalismo e il socialismo, e con le loro posizioni viene sintetizzato un episodio più articolato nel libro. Ottolenghi dice che è contro i comandi sia italiani sia austriaci che bisognerebbe sparare, e bisognerebbe sparare fino a Roma, concludendo: “Il popolo va al governo. È il socialismo” (p. 76).

 

   Il “nemico interno” e la lotta di classe: un messaggio universale

   È così che Carrella può spiegare il titolo Uomini contro: non “nemici contro”. I soldati italiani e austriaci non sono altro che “uomini” costretti a uccidersi, e non mancano nella guerra episodi nei quali i militari contrapposti nelle trincee fraternizzano tra loro, come in tregue tacitamente stipulate in occasione di festività, o nell’episodio nel quale gli austriaci chiedono ai soldati italiani che stanno avanzando facendosi massacrare di smetterla, di ritirarsi: i “nemici” si alzano sulle trincee smettendo di sparare.

   Il nemico è invece all’interno dei rispettivi fronti; sono i vertici militari e politici. Il titolo adombra quindi un altro conflitto, la lotta di classe tra chi ha e chi non ha, tra chi comanda e chi deve sottostare a ordini, e a un ordine sociale, ingiusti. È questo il significato più generale che il film assume e la guerra diventa un tragico pretesto per alludere alle ingiustizie che pervadono il mondo. Mentre rimane una forte condanna della guerra, il film, oggi, come allora, ci parla anche d’altro, ci parla della società in generale e della condizione umana. Ma ciò è proprio dell’opera d’arte: contingente e universale al tempo stesso.

   A proposito dell’aspetto politico, qualche critico ha rilevato che Rosi in Uomini contro ha dato un’interpretazione marxista della grande Guerra, e lo fa riprendendo dal filosofo ungherese György Lukács i concetti di “totalità”, “realismo”, “tipico”. In quest’ottica si sottolinea la dialettica tra il momento storico particolare e gli sviluppi successivi del conflitto di classe. La trincea svolge la stessa funzione della fabbrica, e il fante, come l’operaio, resta ignaro del disegno complessivo e del “prodotto” d’insieme. Il sistema trascende il fante come l’operaio. Nel film, in definitiva, si crea una dialettica tra alto e basso: da un lato il regista trae dai documenti una visione d’insieme, dall’altro però riproduce il punto di vista di chi combatte nelle trincee. Non solo: Rosi guarda al libro di Lussu come prodotto “tipico” di quella determinata fase storica e delle relazioni di classe che la caratterizzano. In definitiva, la chiave marxista “non si esplica solo nel fatto che Rosi abbia applicato una lettura di classe al conflitto narrato, ma nella presentazione della totalità economico-ideologica del conflitto allora in atto” (Mimmo Cangiano, Raccontare la totalità. Uomini contro di Francesco Rosi, 2017, cit. e discusso da Santella a p. 118 e passim).  

 

- Savino Carrella – Pasquale Gerardo Santella, Uomini contro di Francesco Rosi, ill., Gremese 2021, p. 144

- Savino Carrella – Pasquale Gerardo Santella, Les Hommes contre de Francesco Rosi, ill., Gremese International 2021, pp. 140




domenica 29 maggio 2022

Beppi Improta, "Due o tre cose che so" di cinema

 

RICEVO E PUBBLICO




È uscito un interessante libro sul cinema di Beppi Improta, dal titolo decisamente accattivante "Due o tre cose che so" di cinema. Si tratta di un volume corposo di 420 pagine e 100 fotografie e raccoglie riflessioni, impressioni, note critiche e curiosità sui film degli ultimi anni e non solo. Attualmente il libro è disponibile solo presso Gedi Gruppo editoriale ma tra poco più di una settimana verrà distribuito anche da IBS, Amazon e Feltrinelli. Sopra la bella foto della copertina.


*Beppi Improta, "Due o tre cose che so" di cinema. Ovvero alcune riflessioni guardando tra le cose dei film , pp. 420, 2022


Riflessioni antologiche sul cinema contemporaneo e non, i suoi registi, testi autoriali e capitolo fotografico.

domenica 27 marzo 2022

VENTIMIGLIA OVVERO UN ITINERARIO LETTERARIO. (Ipo)tesi di documentario

 di 

FRANCESCO IMPROTA E VINCENZO TERRACCIANO 

 

 

 

 

                                                                                                                     


                (Ipo)-Tesi di documentario


1

 

                       Perché (Ipo)-Tesi di documentario?

 

 Il cinema documentario - ma anche quello di fiction - non è mai documento tout-court perché la trasposizione in immagini del dato realistico non può che essere una reinvenzione del momento oggettivo della realtà.

   Il cinema è organizzazione di porzioni di realtà a sé stanti che attraverso un uso precipuo e mirato di quelli che sono gli strumenti del linguaggio cinematografico (scelte di inquadrature, scansione ritmica e temporale e soprattutto il montaggio) rispecchiano delle scelte interne, quelle dell’autore e, a priori, quelle del committente.

   Il documentario non è un’indagine scientifica (a meno che non si tratti di un documentario industriale, ma anche in quel caso sarebbe difficile stabilire il contrario a causa del linguaggio attraverso cui si esprime) ma un racconto per immagini sorretto da una sua precisa drammaturgia e da oculate scelte di campo.

   La distinzione quindi tra film a soggetto e film documentario si rivela, ad una riflessione, come arbitraria, artificiale, e puramente verbale, nonché di ragione economica. Ed inoltre tale distinzione non può essere giustificata da un punto di vista logico ed estetico rigoroso. È quindi su tali presupposti, per quanto abbozzati, che si intende impiantare e strutturare un’idea di documentario sulla città di Ventimiglia.

 

  

                                                         2

 

 VENTIMIGLIA, OVVERO UN ITINERARIO LETTERARIO

 

   Se in un film a soggetto la drammaturgia è sorretta da una sceneggiatura, cioè una storia nel senso codificato del termine (ed è forse questa la differenza che esiste tra film fiction e film docu­mentario) in un documentario deve esserci qualcosa di altrettanto forte capace di reggere il racconto. In un documentario la possibilità di raccontare viene data da una precisa idea di fondo scritta, elaborata e scalettata in virtù del materiale visivo che agli autori si rivela in mirati sopralluoghi.

 

       Ventimiglia è una cittadina turistica ed in quanto tale offre un incredibile materiale scenografico a chi intende guardarla attraverso la lente di un obiettivo. Ma al tempo stesso si può correre il rischio di mettere insieme solo delle edulcorate immagini da dépliant pubbli­citario. L’idea che qui viene proposta è un excursus letterario attraverso il quale si vuole coniugare il patrimonio paesaggistico con un altro assolutamente poetico che permetta di raccontare un presente non come memoria di un passato morto ma come materia esistente di chi ha sperimentato un passato.

 

       Ventimiglia intende essere raccontata attraverso le immagini di una memoria poetica, pertanto il Virgilio che ci aiuterà a ripercorrere i topoi ventimigliesi sarà un itinerario poetico che potrebbe partire dalla famosa lettera - datata appunto Ventimiglia (19-02-1799) - dello Jaco­po Ortis di Ugo Foscolo per poi reinventare in immagini la magia di un paesaggio ermetico descritto nei versi di Salvatore Quasimodo. Perdersi tra le viuzze di Ventimiglia alta per riscoprirle e reinventarle attraverso gli occhi infantili che scrutano il mondo, in maniera verginale, dei fanciulli nei versi di Camillo Sbarbaro.

  

        L’idea della letterarietà non deve indurre in errore; la letterarietà non vuole essere un tocco di cultura su immagini patinate, né un espediente per eventuali pretese di qualità; sarebbero delle storture di un tipo di documentario che mira a tutti i costi, quando la macchina da presa arranca, a suggestionare lo spettatore.

 

 

                                                        3


L’idea e le immagini dovranno muoversi in mutuo soccorso, creare quell’osmosi necessaria affinché la città di Ventimiglia pur se vista attraverso il "terzo" occhio non tradisca senso, significato e valenze di una cittadina se vogliamo turistica e di frontiera.

 

 

                               APPUNTI DI UN VIAGGIO

 

           Viaggio di un’anima alla ricerca di sé e di una città alla ricerca della sua memoria. Viaggio attraverso il tempo di un’anima senza città che, attraverso uno spazio anonimo ed insignificante, ha corso il rischio di “mineralizzarsi” (Sbarbaro).

           È un racconto senza storia che utilizzerà in funzione espressiva e narrativa gli elementi dello specifico filmico (ritmo, musica, suoni, colori, luci e rumori) per creare immagini decontestualizzate, metafo­riche e metonimiche, cariche di valenze simboliche. La fenomenologia del viaggio, oggettiva (le cose viste, le figure incontrate) e soggettiva (i sentimenti sofferti, le cose fatte) mirerà a visualizzare le emozioni vissute da poeti e scrittori (Foscolo, Sbarbaro, Quasimodo, Biamonti e Orengo) che hanno fatto di Ventimiglia un topos dell’anima, tappa obbligata delle loro scorribande sentimentali, e al tempo stesso a scuotere l’immaginario individuale e collettivo degli spettatori.                                

 

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                          I PERCORSI DELL’ITINERARIO

 

           Titoli di testa: la macchina da presa dalla marina, alla foce del Roja, risale lungo la vallata a riprendere le montagne sullo sfondo e le pendici delle colline. La voce fuori campo recita testualmente: "... Laggiù è il Roja, un torrente che quando si disfanno i ghiacci precipita dalle viscere delle Alpi, e per gran tratto ha spaccato in due queste immense montagne. Vi è un ponte presso alla marina che ricongiunge il sentiero. Mi sono fermato su quel ponte, e ho spinto gli occhi sin dove può giungere la vista; e percorrendo due argini di altissime rupi e di burroni cavernosi, appena si vedono imposte sulle cervici delle Alpi altre Alpi di neve che s'immergono nel cielo, e tutto biancheggia e si confonde: _ da quelle spalancate Alpi cala e passeggia ondeggiando la tramontana, e per quelle fauci invade il Mediterraneo. La Natura siede qui solitaria e minacciosa, e caccia da questo suo regno tutti i viventi." (Ugo Foscolo)

 

1°) Paesaggio marino (Balzi Rossi).

           Le prime immagini saranno rubate agli elementi caratteristici di tale paesaggio. Luci abbacinanti di corone solari, immagini brulle di rocce arroven­tate che fungono da prologo per un itinerario che avrà presente gli elementi fondamentali della vita marina. Tali immagini saranno contrappuntate ora da suoni naturali ora da effetti sonori e musicali che racconteranno anche per sineciosi stilistiche.

      Il terzo occhio (potremmo definirlo “impazzito”, leggi in questo aggettivo un atteggiamento di montaggio) cerca tra gli elementi naturali e non gli ultimi segni di una condizione naturale ed umana.

 

 2°) Paesaggio floreale (Giardini di Hanbury).

      Alla luce e ai suoni dominanti nella sequenza precedente si sostituiscono i colori e gli aromi del paesaggio in questione, non considerati semplici immagini policrome ma elementi portanti di una struttura narrativa (sono previste per queste immagini ricostruzioni sonore).

             "... narciso solitario, tazzetta gradevolmente odorosa, giaggiolo ensiforme, spadacciola a spiga lassa e a fiori distici, concordia macchiata a bruno, bocca di gallina dal labello villoso, gigaro-giaro giallastro.

           E me ne stavo lì in mezzo, seduto in mezzo ai fiori, che ce n'è di tutte le qualità e di tutti i colori. Ma è un attimo che mi godo questo arcobaleno perché mi accorgo che qualcosa è rimasto fuori dal pentagramma. Qualcosa che faccia rumore sopra i fiori, agitando ali, zampe, antenne, addomi e toraci e qualche paio di ocelli: le farfalle. [...] Ora tutto intorno c'è un brusio felice di corolle e foglie, ali e zampe come una tiepida risacca notturna." (Nico Orengo)

         Sorge a questo punto l’esigenza di focalizzare attraverso segnali intermittenti il tema di controllo del nostro racconto cinematografico.

 


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 3°) Paesaggio fluviale (ponte sul Roja)

       L’occhio della m. d. p. evita tutto ciò che sa di oleografico per indugiare sugli elementi di contorno che vivono ai margini della vita e che in un’esistenza deprivata e depauperata, diventano la vita stessa (palmipedi, cespugli, tronchi che strozzano il libero fluire delle acque). La m. d. p. raccoglie inavvertitamente immagini del quotidiano cui fa da sfondo un brusio indistinto.

        I segnali intermittenti chiedono cittadinanza visiva.

 

4°) Marina (Marina S. Giuseppe).

   Particolari condizioni di luce renderanno inusuale l'usuale creando epifanie ed intermittenze del cuore, decodificando la banalità: barche come ossi di seppia sulle spiagge.

 

 5°) Paesaggio arboreo.

        La m.d.p. risale lungo la vallata per indugiare tra le ombre argentee degli ulivi.

         "... Uliveti, carezzati in quell'ora da una brezza triste, casette attraversate dall'alba come da una tremolante agonia, muri che per secoli avevano reso arabile la terra, sbilenchi e carichi d'aria.

[...] Adesso la luce era potente, a blocchi e, più che tremare, sembrava rotolare sull'altopiano. [...] Punte argentee di mare entravano nel cielo quasi in risposta al richiamo degli ulivi." (Francesco Biamonti)

 

 6°) Paesaggio cittadino (Ventimiglia alta).

      «In Ventimiglia vecchia i lampioni accendevano tardi sulle strade, le case respiravano aperte la notte.., sulle soglie le donne aspettavano il sonno». (Camillo Sbarbaro)

    Questi versi di Sbarbaro ci offrono il filo di Arianna per orientarci fra la ragnatela di strade nel borgo antico. Siamo inghiottiti nei budelli trasfigurati da una luce polverosa. La m. d. p. scruta e si muove senza una meta prestabilita. È solamente il ritmo di un respiro ansimante il viatico della nostra ricerca. Una prima tappa verrà effettuata in una taverna dal sapore antico. Verrà ricostruita la scena descritta da Sbarbaro in “Trucioli”: in un angolo della taverna un poeta (?) "siede assorto ad un tavolo, dinanzi ad una bottiglia di vino bianco, color oro"; la musica ancora una volta sarà funzionale al senso delle nostre immagini.

     Piazza S. Michele (Ventimiglia Alta)

      L’ultimo luogo del nostro itinerario a Ventimiglia alta è in piazza S. Michele.


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      Ancora una volta i versi di Sbarbaro ci soccorrono nella narrazione di un’atmosfera trasognata e surreale: "...Un bambino che passava a mano di una donna s’impuntò, smaniando alla luna come verso un giocattolo nuovo...».

 

7°) Paesaggio cartaceo (Biblioteca Aprosiana, Ventimiglia alta).

      Un percorso che si muove tra presente e passato, attraverso la mediazione della memoria, non può tralasciare la Biblioteca Aprosiana che riteniamo giusto inserire nel nostro racconto e come patrimonio storico e per le sue valenze simboliche di una cultura che spesso non riesce ad innervarsi sulla realtà. La nostra indagine visiva, dopo aver spaziato tra le linee geometriche della biblioteca e dopo aver fatto “sentire” la polvere del tempo, si soffermerà “religiosamente” su particolari di codici miniati, indelebile ed insostituibile testimonianza di un passato non del tutto esperito e di un rapporto diverso, immediato, fisico, con il libro. Queste sequenze saranno accompagnate da cori del ‘600 musicati su testi latini.

                                                              

        La m. d. p. ritrova il suo poeta. Esce dalla taverna, barcolla; lo raggiunge e lo ingloba, scende con lui, passa vicino al teatro comunale, si ferma, delle immagini si accavallano, alla struttura fatiscente del teatro attuale si sovrappone quella di una fotografia d’annata... Irrimediabilmente il sogno si dissolve.

 

 8°) Paesaggio aereo.

       La m. d. p. s'impenna verso l'alto e ondeggia sulle ali dei gabbiani che sul far della sera si allontanano a stormi. Suono in presa diretta del loro rauco grido. Voce fuori campo (come in precedenza).

  "... intonacati d'aria andavano al mare ancora marmoreo come a un letto di pace" (Francesco Biamonti)

 

 9°) Paesaggio fluviale

    Alba. Ponte sul Roja. In lontananza scorgiamo il nostro compagno di viaggio (il poeta). Passeggia sul ponte, indugia, guardando ora a destra, ora a sinistra, quindi solleva lo sguardo. In campo lungo Ventimiglia alta. La m. d. p. gli va incontro, lo incrocia e lo supera. Il libro che aveva sotto il braccio è in acqua spaginato.

  

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                                                  Titoli di coda


             (Poesia di Salvatore Quasimodo. "Alla foce del Roja").

 

                                          

                   Un vento grave d'ottoni

                   mortifica il mio canto,

                   e tu soffri a grembo aperto

                   la voce disumana.

 

                  Da me divisa s'autunna

                 ai moti estremi giovinezza

                 e dichina.

 

                La sera è qui, venuta ultima

               uno strazio d'albatri;

               il greto ha tonfi, sulla foce,

              amari, contagio d'acque desolate.

 

              Lievita la mia vita di caduto,

              esilio morituro.

 

  *

                                      

Francesco Improta e Vincenzo Terracciano

    Ventimiglia, primavera 1992


*


Galleria di immagini


Il paesaggio: Ventimiglia e i Giardini Hanbury








 I personaggi



Francesco Biamonti ai Balzi Rossi

Nico Orengo nei Giardini Hanbury
             


Salvatore Quasimodo

Camillo Sbarbaro

  

 

  

 

 

 

 

 

martedì 6 aprile 2021

Francesco Biamonti: Ricordando l'angelo del ponente ligure

 

di

ENZO REGA




 A un anno dalla morte di Francesco Biamonti (1928-2001)pubblicavo questo ricordo nel quotidiano di Avellino "Piazza Libertà", ripreso nel mio volume Derive mediterranee (l'arca e l'arco, 2012). Lo ripropongo ora a venti dalla scomparsa ddello scrittore di San Biagio della Cima.

“Spesso alla sera, durante la degenza,  aveva pensato al vento che precede la notte, dopo che il giorno con un piccolo scarto di luce, più spoglia o più velata, ha annunciato la fine. Le onde all’orizzonte sempre alto si mettevano a scorrere, trascinate dal sole”. Questo è l’incipit dell’ultimo romanzo che ci ha lasciato Francesco Biamonti, lo scrittore ligure scomparso un anno fa, il 17 ottobre. Un inizio già presago della fine, anche se qui si parla della conclusione del giorno. Ma, letto col senno di poi, appare come un congedo nel quale compaiono, in lascito, gli elementi materici fondamentali, essenziali, della sua scrittura: il vento, la notte, la luce, il mare, il sole, la sera. Già con questo breve assaggio è possibile apprezzare la grana della sua voce: la screziatura lirica che non ostacola il dispiegarsi della narrazione. Biamonti sapeva raccontare, far procedere una storia, tenendo alto il livello poetico della prosa adoperata. Qualcuno ha parlato ovviamente di “poème en prose”, per ascrivere questa caratteristica stilistica in una “tabula” dei meriti o dei demeriti, a seconda dei casi e delle preferenze del critico. A ogni modo, per noi che amavamo (che amiamo) questa scrittura, essa era (è) un esempio di come si possa scrivere del nostro mondo – di cui parlava costantemente Biamonti – senza scendere a compromessi con la trivialità della chiacchiera quotidiana e con la sua lingua logorata da un uso maldestro. Ricordo che una volta, venuto a Bergamo, dove io vivevo allora, per la presentazione dell’ultimo suo libro a Villa d’Almè, organizzata con Corrado Benigni, si chiedeva – chiedeva a Giorgio Martini che accompagnava lui e Marco de Carolis in auto – come potesse scrivere dell’“autogrill”, senza usare questo termine.

   In quell’occasione, con Marco, nella primavera del 1998 avevamo appunto presentato il suo libro. Ma, grazie a Marco, avevo conosciuto Biamonti in Liguria, nel paese dove era nato e dove abitava, a San Biagio della Cima, nell’entroterra di Ventimiglia, in quel tratto di costa ligure di Ponente che era stato di Italo Calvino, e che ora vede muoversi Nico Orengo. Orengo, fu lui a proporre a Calvino il primo libro di Biamonti. Di questi contatti rimane traccia nell’epistolario calviniano: “Caro Signor Biamonti – scriveva infatti Calvino da Roma il 21 ottobre 1981 – Nico Orengo mi ha dato il manoscritto del Suo romanzo ‘L’Angelo di Avrigue’. L’ho letto con molto interesse, contento di trovare una personalità di scrittore nuova e inattesa”. E, ancora, rispetto al carattere specifico della sua scrittura: “Il lirismo del linguaggio ha la sua efficacia […]. Quello che Lei vuole fare è una cosa molto difficile: dare al linguaggio la concretezza d’un lessico molto preciso (nelle cose della campagna come nei nomi delle stelle) e insieme un alone di vibrazione lirica”. Anche se poi lo scrittore sanremese avanzava qualche rilievo critico. Ma continuiamo a presentare l’opera di Biamonti con le parole di Calvino, che possono valere pure per le opere a seguire: “Quello che il Suo romanzo è riuscito a rappresentare, credo per la prima volta, è un’immagine della Liguria che comprende insieme la vita agricola dell’entroterra, dura e aspra e povera, e il modello di vita facile della Riviera che ora prende l’aspetto tragico della droga come consumo di massa”. Tre osservazioni a partire da qui. Primo: nelle case editrici, allora (inizio anni Ottanta) c’erano, a prendere decisioni, scrittori del calibro di Calvino che sapevano davvero leggere “i libri degli altri” e scegliere in base a considerazioni di carattere letterario. Secondo: la critica di certi aspetti della vita della costa e comunque dei guasti della “modernità” era tema caro anche allo stesso Calvino (si pensi a “La speculazione edilizia”) e ora lo è per Orengo (vedi ad esempio il suo recente “La curva del Latte”). Terzo: nell’elenco delle parole-chiave della letteratura di Biamonti, fatto in apertura, manca ancora il riferimento agli ulivi (quegli “ulivi incielati”, come li chiama ne “Le parole la notte”: “Che ne sarà un giorno dei miei ulivi con la loro purezza francescana? E dei loro licheni, delle loro muffe? Lavorano notte e giorno, sotto il sole e le stelle per aggiogare la terra al cielo”); e vanno ricordati i terrazzamenti tipici dell’agricoltura ligure, le pietre di una natura che si presenta scabra e spigolosa, i sentieri che si inerpicano nell’interno, e che servivano (servono) anche ai “passeur” per condurre i clandestini oltre la vicina frontiera francese. Anche gli immigrati, arabi, neri, popolano i libri di Biamonti. E bisogna aggiungere un altro punto. Quarto: la lettera di Calvino è dell’81, il primo libro di Biamonti di cui si parla è uscito nel 1983 – e Biamonti era nato nel 1933. Un tardo esordio, dunque, a cinquant’anni, dopo una vita passata a coltivare campi, con parentesi sindacali; ma anche in seguito Biamonti ha pubblicato poco, solo altri tre libri. Tutti frutto di una lunga decantazione e di un lavoro di essenzializzazione. Francesco sembra aver passato il tempo più che a scrivere, a sfrondare, limare, ripulire i suoi testi. Avevo detto, nell’occasione bergamasca, che mi veniva fatto di ricordare quanto Leonardo Sciascia, altro autore mediterraneo, a sud, aveva scritto nella postilla a “Il giorno della civetta”: qui Sciascia si scusava di non aver avuto tempo per rendere più breve (più essenziale) il suo già scarno romanzo. Biamonti questo tempo se l’è preso. Il dispiacere rimane a noi di poter leggere e rileggere i soli quattro libri che alla fine ci sono rimasti. So che stava lavorando a un nuovo romanzo che – mi diceva – voleva differenziare dagli altri, stando, così si esprimeva, più a ridosso delle cose. Non so cosa intendesse. Due giovani ricercatrici genovesi, mi informa Marco de Carolis, stanno esaminando le carte che ha lasciato: vedremo cosa verrà fuori. Per interessamento, fra gli altri, di Francesco Improta, docente napoletano immigrato a Ventimiglia, sta poi nascendo l’associazione degli “Amici di Francesco Biamonti” (presso il Comune, piazza 4 novembre, S. Biagio della Cima – Imperia).

   Tornando a me, che un poco e purtroppo per poco fui suo amico, ho incontrato Biamonti un’altra volta a San Biagio, sempre intorno a qualcosa da mangiare e da bere, il Rossese delle sue terre. Parlare con lui significava fumare il fumo delle sue mille sigarette (di questo si è ammalato). Ecco, di fronte a te, il suo volto rugoso con i capelli immacolati e gli occhi blu (li ricordo blu, azzurri; qualcuno ha scritto che erano del colore dei suoi ulivi) era immerso in una nuvola – nella quale sembrava sperso anche lui a rintracciare il filo d’un pensiero – e da questa nuvola usciva il suono delle sue parole, con una voce roca che ricordava quella di Ungaretti, e bassa, per cui dovevi farti più vicino possibile per non perdere nulla dei suoi riferimenti che andavano dalla letteratura (un amore in particolare, ricambiato, per la Francia dove qualcuno lo considerava “il” più importante scrittore italiano allora vivente) alla filosofia, nella quale, diceva, era solo un dilettante. E la pittura e la musica: Cezanne, Debussy, Messiaen. E inevitabilmente snocciolava il suo pessimismo, da antico moralista (da moralista antico). Nell’incontro di Villa d’Almè, alla domanda di una ragazza che chiedeva cosa sperare nel futuro, era stato particolarmente drastico, e negativo, nel rispondere. Poi ci aveva chiesto se aveva esagerato, ma era quello che pensava. In un incontro organizzato da Improta al Liceo classico di Ventimiglia nel ’93, all’uscita del secondo libro (la trascrizione di domande e risposte si può ora rileggere nel numero speciale di ottobre de “La Gazzetta di San Biagio”, il suo paese), ugualmente gli veniva chiesto se davvero dai giovani non c’era nulla da aspettarsi, visti i ritratti negativi che Biamonti ne dava, e lui rispondeva che non si trattava di un giudizio inappellabile, ma per ora la realtà era quella. La sua prosa, cristallina anche nel parlare del dolore (la trasfigurazione della bellezza è comunque all’opera in una creazione artistica), non lascia intendere che sia così cupo questo fondo notturno, che viene pienamente fuori, fascinoso e inquietante, nell’incontro personale. Quando, venendo dalla mia periferia esistenziale, ho conosciuto Biamonti ho pensato: ecco uno scrittore, “lo” scrittore.

sabato 29 agosto 2020

Pavese: "La bella estate" tra città e campagna, festa e sacrificio

 di

ENZO REGA

Ripropongo il mio intervento pubblicato nel numero speciale della rivista "Capoverso" uscito nel 2019 a cura di Saverio Bafaro: Riproduco qui il mio file inviato in redazione, non il pdf tratto dalla stampa.


Copertina della Prima Edizione (Einaudi, 1949)
    


La bella estate tra città e campagna, festa e sacrificio

 

   1. La trilogia: uno sguardo d’insieme 


  “A quei tempi era sempre festa. Bastava uscire di casa e attraversare la strada, per diventare come matte, e tutto era bello, specialmente di notte, che tornando stanche morte speravamo ancora che succedesse qualcosa, che scoppiasse un incendio, che in casa nascesse un bambino, o magari venisse giorno all'improvviso e tutta la gente uscisse in strada e si potesse continuare a camminare fino ai prati e fin dietro le colline”.

    “Eravamo molto giovani. Credo che in quell’anno non dormissi mai. Ma avevo un amico che dormiva meno ancora di me, e certe mattine lo si vedeva già passeggiare davanti alla Stazione nell’ora che arrivano e partono i primi treni.”

    “Arrivai a Torino sotto l'ultima neve di gennaio, come succede ai saltimbanchi e ai venditori di torrone. Mi ricordai ch'era carnevale vedendo sotto i portici le bancarelle e i becchi incandescenti dell'acetilene, ma non era ancor buio e camminai dalla stazione all'albergo sbirciando fuori dei portici e sopra le teste della gente. […] Pensavo che ormai le giornate s'allungavano, e che presto un po' di sole avrebbe sciolto quella fanghiglia e  aperto la primavera”.[1]

 

   È con gli incipit dei tre romanzi che costituiscono La bella estate che Furio Jesi apre a sua volta uno dei tre saggi che in Letteratura e mito dedica a Cesare Pavese,[2] analizzando alla luce del mito non – come apparirebbe più “ovvio”– i racconti di Feria d’agosto e i Dialoghi con Leucò, rispettivamente usciti per Einaudi nel 1946 e 1947, ma la trilogia che si avvia a concludere la stagione letteraria, e la vita, dello scrittore piemontese (negli altri saggi Jesi prenderà in esame altri scritti e le lettere). Seguirà infatti, a un passo dalla morte, lo straordinario La luna e i falò (Einaudi, 1950) a chiudere un ciclo aperto in narrativa da Paesi tuoi (Einaudi, 1941), con il ritorno a un mondo rurale: un decennio intenso e bruciante.

   I tre romanzi “cittadini” che entrano ne La bella estate appaiono come un raccordo interno nell’attività letteraria di Pavese, in vista del passo “finale”. Innanzitutto in un senso cronologico:   si recupera  La bella estate, che risale al 1940 (e rimasto inedito) accanto a Il diavolo sulle colline del 1948 e Tra donne sole del 1949. Poi, in senso tematico: i due poli della sua poesia e narrativa – la città e la campagna – si trovano qui riuniti. Abbiamo detto di “romanzi cittadini”: ma lo sono in senso proprio solo il primo e il terzo (anche se la campagna manca davvero solo in Tra donne sole: e come dice Elio Gioanola questa assenza si sente.[3] Per Arnaldo Bocelli è proprio l’estate, che appariva così bella in Paesi tuoi, a essere ora “estrinseca”. Il Diavolo sulle colline – posto al centro – sintetizza le due ambientazioni.

   Nei tre romanzi si apre anche il ventaglio sociale, come mette in evidenza Michele Tondo:[4] ne La bella estate si affaccia un mondo marginale di pittori squattrinati e di proletarie che aspirano a farsi faticosamente strada nella vita, come la protagonista Ginia; nel Diavolo sulle colline il trio di giovani studenti – Pieretto, Oreste e il Narratore – appartiene a una piccola borghesia acculturata che s’interroga sul mondo e si confronta, in un rapporto di attrazione-repulsione, con l’haute, l’alta società corrotta e decadente rappresentata da Poli e dai suoi amici milanesi; e l’alta società è la protagonista di Tra donne sole, a partire dalla protagonista Clelia, che è un po’ una Ginia che ha fatto carriera. Sono i diversi gradini di una scala sociale quale per esempio voleva tratteggiare, in altro contesto storico e geografico, un Giovanni Verga nel Ciclo dei vinti. E vinti sono i personaggi di Pavese, nonostante le aperture dei tre romanzi all’insegna della “festa”. Ma – nota Jesi – il “mito della festa” si traduce nel “mito del sacrificio”, una “ricerca del tesoro” che fallisce tragicamente: il suicidio di Rosalba (la sfortunata amante di Poli) e di Rosetta. Pavese racconta così – in un’autobiografia differita – la propria parabola esistenziale e prefigura, soprattutto in Rosetta, il suo stesso suicidio.

 

   2. La bella estate e la perdita dell’innocenza

    “Più racconto lungo che romanzo vero e proprio”,[5] La bella estate è stato scritto dal 2 marzo al 6 maggio 1940. La relativa brevità del testo, e la brevità dell’arco di tempo in cui è stato composto, ne garantiscono la maggiore linearità e compattezza. “Certo La bella estate si raccomanda per le sue doti di uniformità e precisa scansione degli elementi narrativi: si avverte una sapiente operazione di regia e di montaggio”, scrive un attento lettore come Elio Gioanola, che vi riscontra “la buona dimistichezza dello scrittore con la tecnica del racconto in terza persona”. In questo racconto – continua il critico torinese – il “monologo interiore” o “discorso indiretto libero” è sostituito dalla tecnica serrata del “dialogo”: come nella narrativa americana tanto cara a Pavese. Il giudizio di Gioanola non è tuttavia interamente positivo, perché l’assenza di difetti nello stile si accompagnerebbe a suo dire a un tono “monotono e angusto”, “privo di echi e risonanze”: [6] giudizio che non è necessario sottoscrivere.

   È, La bella estate, il racconto della scoperta della vita e della città, a cui Pavese arriva subito dopo la sanguigna vicenda rurale di Paesi tuoi, laddove il fuoco appiccato a una casa da Talino ci richiama il rogo – accidentale – della casa in Tobacco Road (1932) di Erskine Caldwell nella profonda America rurale.[7] (Non è però Caldwell, e nemmeno Steinbeck o Faulkner, l’autore americano che più “gravava sulle spalle” di Pavese al tempo di Paesi tuoi, ma James Cain, con il suo ritmo della narrazione, come lo scrittore stesso avrebbe dichiarato).[8]  È, La bella estate, la scoperta da parte di Ginia, ragazza sedicenne che lavora in un atelier di moda, della città e della vita. All’atmosfera del libro si possono collegare queste annotazioni che nel proprio diario Pavese verga sotto la data del 25 dicembre 1937: “Ricordi come i tuoi sogni di case operaie e limpide, i tuoi corsi alberati su un prato, la tua città fredda sotto le montagne, le insegne al neon rosso di fronte alla piazza delle montagne, le domeniche erranti verso questa piazza, sui selciati, e poi il tuo lacerante sogno di compagnie piemontese-internazionali, di ragazze che vivono sole e lavorano, di plebea eleganza e serenità e poi tutte le tue poesie del primo anno; si sono annichilati per sempre col 9 aprile? Non c’è tutta la tua giovinezza nel cinema e nella piazza Statuto? morta, morta assolutamente?”.[9]

   Questa è la tensione di Pavese verso la città come ambigua-ambivalente ricerca del luogo della civiltà. Così è per Ginia: la scoperta della città e della trasgressione, e anche del sesso. Eccola passeggiare con Amelia, l’amica più grande che per vivere si fa ritrarre nuda: “Se ne andarono al centro, tutte e due senza cappello, seguendo il fresco dei corsi, e per cominciare presero il gelato e leccandolo guardavano la gente e ridevano. Con Amelia era tutto più facile, e ci si divertiva di gusto come se niente importasse e quella sera dovessero succedere le cose più varie. Con Amelia che aveva vent’anni e camminava e guardava sfacciata, Ginia sapeva di potersi fidare. Amelia non s’era neanche messe le calze, per il caldo; e quando passarono vicino a una sala da ballo, di quelle con l’orchestra sottovoce e i paralumi sui tavolini, Ginia aveva paura di dovercela accompagnare. Non c’era mai stata, e trattenne il fiato”.[10] Eppure, la città stessa sembra essere più uno sfondo, una quinta di una vicenda interiore che si gioca in “interni”, tra soffitte di pittori bohémiens, caffè e atelier di modelle.

   Ecco la “bella estate”  come festa, e la vita come una “festa mobile” (per dirla con Hemingway, un autore per certi aspetti non così lontano da Pavese, al di là delle pose vitalistiche dell’americano). Ed ecco anche le donne che vivono sole, prefigurate dalla pagina diaristica citata prima. Ma, per dirla con Piccioni, il racconto di Pavese sembra configurarsi come un “diario dei fatti altrui”,[11]per quel distacco che l’autore vuole mantenere (per esempio, con l’uso della terza persona). E Pavese stesso è consapevole del carattere quasi diaristico di molti suoi racconti, carattere che cerca di sconfessare nella costruzione più complessa degli altri due romanzi della trilogia.

   Le donne sole, dicevamo, come nel terzo romanzo, ma più giovani, appena toccate e non consumate dalla vita. In una Torino non haute ma proletaria: il fratello di Amelia è un meccanico e quello di Ginia, Severino, fa l’operaio del gas. Ma le ragazze se la fanno con i pittori, Rodrigues e il “barbetta” – Ginia però non per il nudo, ma per un ritratto che le deve fare Guido. Con Guido, in città – in una dialettica interna – rispunta la campagna; e Guido, che fa il militare in città, è il più puro del gruppo dei pittori. E così Ginia, camminando nella nebbia, pensa al pittore-militare rientrato per alcuni giorni nel proprio paese: “Anche Guido era in mezzo alla terra scoperta, nelle sue colline. Forse era in casa, vicino al fuoco, e fumava una sigaretta come faceva nello studio per scaldarsi. Allora Ginia si fermò, perché rivide il cantuccio dietro la tenda, così tiepido e buio come ci fosse dentro”.[12] La tenda era il titolo provvisorio del racconto: quello spazio dietro lo studio nel quale Ginia e Guido facevano l’amore. Ma l’assenza della campagna viene rimarcata nelle parole dello stesso Guido che dice a Ginia che nessuna donna in fondo è bella come una collina, e lei non è “mica estate”: lui sta bene solo in cima a una collina.

   Tuttavia, come viene riconosciuto, è Ginia a essere uno dei personaggi più riusciti del racconto, sintesi delle figure femminili che campeggiavano nelle poesie di Lavorare stanca (Solaria, 1936; nuova edizione aumentata Einaudi, 1943): “In lei trovano incarnazione vibrante e commossa i temi della solitudine e del sesso, fondamentali nella ricerca del primo Pavese: […] una costellazione di motivi particolarmente cari al poeta e che qui si coordinano e sintetizzano a dar vita ad una vicenda esistenziale completa, seppur consumata nel volgere di una breve stagione”; [13] e le figure femminili sembrano riuscire meglio di quelle maschili allo scrittore torinese che in esse può raggiungere l’auspicato distacco del narratore pur “raccontandosi” nelle loro vicende. Pure Ginia viene dalla campagna, come Guido, e il suo sguardo rivolto dal basso alla città presta il racconto anche a una lettura sociologica, o socio-antropologica, nella quale il mondo borghese – come sarà più evidente nel resto della trilogia – appare come un ricettacolo di corruzione e di indifferenza, morale ed esistenziale.

   In questo racconto – che pure si vuole a detta dello stesso autore, naturalistico-realistico, e non simbolico come gli altri che nel libro seguono –[14] è possibile rintracciare comunque una dimensione mitica, come fa Furio Jesi, che lega in questa prospettiva i tre romanzi a partire dalla festa mancata seppur proclamata fino dal primo rigo (“A quei tempi era sempre festa”) del primo dei tre, appunto La bella estate: “La dinamica interna dei tre romanzi conduce i giovani dall’innocenza al peccato e poi al sacrificio, che non è espiatorio, bensì necessario secondo una legge morale che non promette future salvezze, ma che offre una dura e fatale virtù a chi si sottopone ad essa”.[15] E già “Nella Bella estate è la coscienza della perdita inevitabile dell’innocenza (di un destino che priva dell’innocenza e punisce); ma si tratta di un’innocenza già precaria, propria di un mondo dal quale è assente la festa, poiché Ginia quando ancora è apparentemente innocente sente già come colpa la propria nudità e sarà sempre ignara della vera innocenza che l’antica festa garantiva nell’orgia”.[16]

 

    3. Il diavolo sulle colline: il ritorno alla campagna e al selvaggio

 

   La campagna che manca, o solo timidamente s’affaccia nello sguardo dei personaggi (Ginia/Guido) de La bella estate, è la protagonista del secondo romanzo, Il diavolo sulle colline, composto dal 20 giugno al 4 ottobre 1948. Tra La bella estate e Il diavolo sulle colline – originariamente Il diavolo in collina – si colloca La casa in collina (con Il carcere in Prima che il gallo canti, Einaudi, 1948), terminato subito prima che Pavese mettesse mano al secondo romanzo della trilogia. Il diavolo “varierà in modi diversi il duplice tema della Casa in collina: il ritorno al passato e l’affiorare del mistero, lasciando alle spalle il problema dell’azione, ormai dichiarato insolubile”.[17] In un’intervista radiofonica del 1950 Pavese definisce questo romanzo come “ricerca paradossale di cosa sia campagna, civiltà cittadina, vita elegante e vizio”.[18]

   Il racconto muove dalla città, ma presto si sposta sulle colline di Torino, per poi inoltrarsi nella campagna più profonda, nel Monferrato, a Mombello, paese di Oreste, e alla quasi adiacente villa del Greppo di Poli, un ricco sbandato: una villa che in realtà è un avamposto della città – e della sua corruzione – in piena campagna: “Al luogo ‘sacro’ in cui vivono i cugini di Mombello” osserva Jesi “si contrappone simmetricamente lo ‘sconsacrato’ Greppo, ove si svolgono feste che sono soltanto la parodia dell’orgia e ove la natura reagisce negativamente all’inserzione di un certo elemento cittadino nella campagna”.[19]  Il diavolo è il resoconto di un “viaggio”, ma anche di una “conversazione tra studenti”, come più o meno lo definisce lo stesso autore.

   Pavese  è uno e trino  nella trilogia “estiva”.[20] Ma lo è anche nel Diavolo, triplicandosi nei tre personaggi per identificarsi più pienamente in uno dei tre che è quasi mediazione degli altri due: “Oreste, lo studente di medicina che crede nella sanità della campagna, e Pieretto, amico della città e dissacratore dei valori tradizionali. In mezzo a loro – quale sintesi virtuale e coscienza del dilemma – un terzo amico narratore anonimo che osserva tutto, tra coinvolto e distaccato, a comporre un triangolo che è la voce delle antinomie interne allo stesso Pavese”.[21] Il narratore osserva a un certo punto: “Sono nato e vissuto a Torino, ma quella sera ripensavo ai viottoli del grosso paese dei miei. In un consimile paese Oreste invece era vissuto e ci sarebbe presto tornato. Tornato per starci”.[22]

   Il romanzo comincia con le conversazioni tra i giovani e il loro girovagare in collina, interrotto dall’apparizione di Poli, drogato, in auto. Il mistero, il selvaggio, il diavolo appunto, è evocato dal grido che lancia in quell’occasione Oreste. Jesi interpreta, come rilevato, il tutto alla luce del mito. Le lunghe camminate: “Le ‘feste’ dei tre romanzi sono le lunghe veglie in compagnia, nelle ore notturne in cui i personaggi si uniscono e continuano a camminare per la città e per la collina, esitando sempre all’istante di lasciarsi, prolungando fino all’alba quell’essere desti insieme che nell’antichità era condizione festiva, ma coincideva con l’attesa e la celebrazione di un’epifania oggi impossibile”.[23] Solo che ora, mette in evidenza Jesi citando anche Kerenyi, non c’è la speranza e la festa ha qualcosa di morto. Kerenyi viene richiamato in causa da Jesi anche a proposito del grido di Oreste[24] alla vista dell’auto di Poli accostata; e il commento fatto dopo da Poli (“Quel grido dell’altra notte mi ha svegliato. È stato come il grido che sveglia un sonnambulo. È stato un segno, la crisi violenta che risolve una malattia”)[25] appare allo studioso torinese come “una palese eredità da Thomas Mann e da Kerenyi: da quella visione di Thomas Mann in cui Kerenyi riconobbe il paradigma della crisi che annuncia la guarigione […], e anche dal discorso di Kerenyi sull’efficacia rivelatrice del grido che rompeva il silenzio dell’iniziazione eleusina annunciando la nascita di un misterioso fanciullo”.[26] (Anche negli altri saggi di Jesi dedicati a Pavese compare la coppia Mann-Kerenyi, e viene sottolineato il debito stesso di pavese nei confronti di Mann). Nel Diavolo però guarigione non c’è.

   Un momento centrale nel rapporto con la natura “selvaggia”, arcaica, è quello del bagno preso da nudi nella conca nascosta di un fiume, a Mombello. È il momento nel quale si tocca il mistero di un mondo perduto, è il tentativo di rivitalizzazione del mito in una “rimitizzazione” però impossibile, rispetto alla quale il bagno nudi è il rito celebrativo. È anche il momento del disagio, della constatazione che questo rapporto con la natura in fondo non è innocente, è la scoperta dell’impossibilità di mimetizzare con la natura la propria nudità: “Nell’afa estuosa della buca vedevo il cielo scolorito del riverbero, e sentivo la terra tremare e ronzare. Pensavo a quell’idea di Pieretto che la campagna arroventata sotto il sole d’agosto fa pensare alla morte. Non era sbagliato. Quel brivido di starcene nudi e saperlo, di nasconderci a tutti gli sguardi, e bagnarci, annerirci come tronchi, era qualcosa di sinistro: più bestiale che umano. Scorgevo nell’alta parete dello spacco affiorare radici e filamenti come tentacoli neri: la vita interna, segreta della terra”.[27]

   Ci ricorda questa conca, con il suo mistero ancestrale, un romanzo di John Steinbeck del 1933, Al dio sconosciuto,[28] con il cui titolo sembra in qualche modo giocare il titolo pavesiano: c’è qui una radura nascosta, in un territorio della California, nel quale James Wayne è arrivato dal Vermont, facendosi poi raggiungere dai fratelli; una radura incantata nella quale c’è una sorgente sotterranea che ricopre di muschio la collinetta che la sovrasta; e intorno a essa ruotano le vicende del protagonista, con la moglie che scivola sul muschio morendo per la rottura del collo, e James che vi torna a tagliarsi le vene, in un sacrificio che propizia il ritorno della pioggia, dopo una terribile siccità, pioggia che bagna e si mescola con il sangue. Ma tutto il libro è pervaso da un rapporto pagano con la natura, a cominciare da un albero, presso il quale James costruirà la propria casa e nel quale il giovane sente la presenza del padre, scandalizzando il sacerdote del luogo e uno dei fratelli, il più bigotto che, spaventato, fuggirà lontano con la moglie.

   Ecco allora questa stessa “temperie” in Pavese. Il sacro non appare però solo nella forma panica della natura. Molte delle conversazioni dei giovani riguardano oltre che l’esistenza, Dio stesso. Franco Ferrarotti, rievocando le sue passeggiate e conversazioni con Pavese, ne mette in evidenza quella che chiama “fede di un non credente”: “Credo lecito ritenere che Pavese fosse, a modo suo, un mistico di tutte le religioni e un credente in tutti i miti”.[29] Pavese, parlando del mondo contadino italiano, non può non pensare anche alla declinazione cattolica del religioso. Tuttavia, come ritiene sempre Ferrarotti, egli si pone se non contro, oltre quella prospettiva: “Pavese sapeva o intuiva che l’homo religiosus non potrà crescere che sulle rovine del monopolio del sacro da parte delle chiese burocratizzate”;[30] piuttosto Pavese s’incontra con Vico nel mito perché “ogni uomo […] si sente oscuramente chiamato a una deità che in origine non gli appartiene. […] E avverte nel profondo un bisogno essenziale di immortalità”.[31] Ma mentre è “oltre” la chiesa cattolica, Pavese è anche “prima” del cristianesimo, come testimoniano pagine del diario di poco posteriori alla stesura del Diavolo: “Prima di Cristo e del Logos greco, la vita era un continuo contatto e ricambio magico con la natura; di qui uscivano forze, determinazioni, destini; a lei si tornava, ci si rigenerava”.[32]

   E nel Diavolo, riguardo al mondo naturale,  possiamo ancora leggere: “Dall’ombra dov’eravamo si vedevano i versanti delle valli, grandi fianchi come mucche accovacciate. Ciascuna collina era un mondo, fatto di luoghi successivi, chine e piane, seminati di vigne, di campi, di selve. […] Il sole, da ponente, dava risalto a ogni minuzia, e anche lo strano corridoio marino, la nube vaga del Greppo, era più tentante del solito”.[33]

   Ed ecco spuntare anche il controcanto “sconsacrato” del Greppo, con la sua ambiguità già sottolineata, che è quella di Pavese stesso, tra mondo contadino, come luogo del ritorno e della memoria, e città, come centro della vita e della cultura moderne. A questo si aggiunge però al contempo la critica della borghesia, qui esercitata sui festini tenuti al Greppo con gli amici milanesi, e che si esplicherà ulteriormente nel terzo romanzo, dando alle pagine di Pavese certe tonalità che ricordano un Moravia, per il resto lontanissimo dallo scrittore piemontese nonché fortemente critico nei suoi confronti.  La polemica contro la borghesia porterebbe Pavese, a detta di Gioanola, ad accentuare in maniera quasi caricaturale l’altro personaggio, Poli, in modo che i tratti fisici e comportamentali diano subito l’impressione di un “vizioso debosciato e irresponsabile”: anche il comfort borghese, con gli oggetti di cui si nutre (grossa auto, i dischi jazz, le sigarette morbide, il gabinetto da bagno, e le orge notturne) serve a costituire un “repertorio” adeguato.[34] Ma il critico torinese fa proprie anche le riserve avanzate da Calvino a proposito di Tra donne sole: Pavese non può fare dei suoi romanzi qualcosa come Il grande Gatsby di Fitzgerald perché non conosce allo stesso modo il mondo del quale vuole scrivere. A Lajolo invece Pavese comunicava di non aver voluto tradurre Fitzgerald perché a sua volta “già intento a scrivere qualcosa su quel metro”.[35] E anche Jesi osserva che la “polemica classista” di Pavese, come la sua adesione al comunismo sono tutt’altro che semplici  e prive di ambiguità[36] (ma tant’è, ciò fa parte della nota spigolosità del personaggio-Pavese, intellettuale non organico)

   La complessità tematica rende il romanzo articolato anche sul piano formale, e meno lineare del precedente. Ciò pure nella grana della voce, che assumerà frequentemente coloriture dialettali, come accadeva nelle poesie. Ma c’è nello stile anche qualcosa del già citato Fitzgerald, nella tecnica narrativa behavioristica (particolari in primo piano, ritmo serrato ecc.), anche se lo sforzo antilirico non sarebbe per Gioanola completamente riuscito e il racconto pavesiano rimarrebbe sempre in qualche misura allusivo”. La forza della scrittura è però anche qui nel dialogo, tanto che i diversi accadimenti del racconto servono a dare ai personaggi il pretesto per parlare: essi sono in quanto parlano.[37] Il loro è un “comportamento “parlato” (Guiducci).

 

   4. Tra donne sole e l’impossibilità del ritorno

 

   L’ambientazione borghese-altoborghese è quella di Tra donne sole, composto dal 17 marzo al 26 maggio del 1949. Nel diario Pavese annota il percorso che lo conduce dalla “magia della natura” e dalla “occhiata ficcata nella collina” a un tema “umano, a “un gioco cittadino e morale”, anche se inizialmente la “fantasia è pigra” (27 febbraio 1949).[38] Però alla fine l’idea va concretizzandosi in un “lavoro pacato, sicuro, che presuppone una solida organizzazione” nel quale lo scrittore intende riprendere La spiaggia, e ciò che ancora chiama La tenda e molte poesie dedicate alle donne in Lavorare stanca (23 marzo 1949), e che si configura quindi come “un gran romanzo”: Pavese ha scoperto“ Che l’esperienza dello sprofondamento nel mondo finto e tragico della haute è larga e congruente e si salda con i ricordi wistful di Clelia. Partita alla ricerca di un mondo infantile (wistful) che non c’è più, trova la banale e grottesca tragedia di queste donne, di questa Torino, di questi sogni realizzati. Scoperta di sé, della vanità del suo solido mondo” (17 aprile 1949).[39] Soddisfatto di aver scritto in così poco tempo, Pavese ha però dei primi dubbi e il sospetto di aver giocato di figurine, di miniatura, senza la grazia dello stilizzato” (26 maggio 1949). Sospetto che Gioanola fa suo.

   Tuttavia, si può assumere quanto del romanzo dice Gianfranco Colombo: “Ma ormai Tra donne sole è una realtà: la concreta espressione di un Pavese che andava masticando l’amaro fiele di un vuoto esistenziale da combattere. In questo senso il nuovo testo rappresenta in modo addirittura crudele il vuoto morale di una generazione e di una certa fetta della società e, nello stesso tempo, raffigura con agghiacciante sicurezza gli emblemi di quella fatica di vivere che porteranno lo scrittore al suicidio”.[40]

   Con il tentato suicidio di Rosetta, si apre il romanzo, che si conclude con la riuscita del nuovo tentativo. Clelia, cresciuta in un quartiere operaio e ormai affermata nel suo lavoro, è appena tornata nella sua città, Torino, per aprirvi un atelier di moda per conto di una ditta di Roma: e nell’albergo in cui pernotta vede portare via il corpo di una ragazza, Rosetta appunto. Partecipando a un veglione, entra in contatto con il mondo della ragazza, che è poi il mondo nel quale vivrà ora lei. Sono infatti vani i tentativi di ritrovare la sua città, come rivela la visita alla merceria di Gisella, dove aveva lavorato da giovane: “M’ero detta tante volte in quegli anni – e poi più avanti, ripensandoci –, che lo scopo della mia vita era proprio di riuscire, di diventare qualcuna, per tornare un giorno in quelle viuzze dov’ero stata bambina e godermi il calore, lo stupore, l’ammirazione di quei visi familiari, di quella piccola gente. E c’ero riuscita, tornavo; e le facce la piccola gente eran tutti scomparsi. […] Maurizio dice sempre che le cose si ottengono, ma quando non servono più”.[41]

 Comunque, “Clelia non è […] la donna che accetta il destino, ma che ancora lo subisce, anche se dentro di lei si svolge la lotta per ottenere quella sicurezza che ha già conquistato nella sua vita di lavoro. La sua debolezza traspare da accenni velati, quasi Pavese non volesse incrinare la saldezza della sua eroina in cui pare voglia identificarsi”, sostiene Gianni Venturi che continua: “La costruzione del personaggio di Clelia è l’estremo tentativo pavesiano di credere ad una vita che umanisticamente possa essere il prodotto delle nostre forze, delle nostre capacità e ancora una volta Pavese deve rifugiarsi nella tematica del mito per ritrovare la risposta al perché della vita”.[42] Clelia dunque non soccombe, e non soccombe perché accetta la sua solitudine.

   A dirci che è comunque impossibile il ritorno al vecchio mondo popolare è  anche l’avventura che Clelia si concede con Becuccio, uno degli operai che sta lavorando nei locali che ospiteranno il nuovo atelier; una tra le varie avventure, come quella, del tutto “meccanica”, con Febo, l’architetto a cui sono affidati i lavori (due rapporti sessuali che ruotano intorno al luogo del suo lavoro: in basso, l’operaio, e in alto, l’architetto).

  Come già detto, Pavese esercita qui una sua critica sociale nei confronti di una vuota borghesia che guarda con sufficienza e senza partecipazione allo stesso suicidio di Rosetta, che anzi è una vittima della perfidia di Momina, legata da un rapporto saffico alla stessa Rosetta: ed è proprio il loro sbilanciato legame la causa del suicidio della giovane (da notare: anche Amelia, l’amica di Ginia nel primo romanzo, è lesbica, ma non tenta di coinvolgere la più giovane in un legame tra donne).

   Se i cardini della vicenda nel Diavolo erano i tre giovani –  Oreste, Pieretto e il narratore (quattro con Poli) –, ora è intorno a un parterre di donne che si snodano le vicende, in una trama che qui Pavese cerca di imbastire con più accortezza elaborando un vero “romanzo”, che qualcuno pure considera il suo migliore, non trovando ovviamente tutti concordi.[43] Le donne sono Clelia, che spera appunto di recitare il suo ruolo di donna ormai realizzata nello scenario della sua città che l’ha vista povera; Momina che “usa la propria disperazione come unica possibilità di sopravvivere e getta intorno a sé, a generose manciate, il veleno della propria nausea di vivere”;[44] Rosetta, la cui fragilità la predispone a essere “la vittima sacrificale di una liturgia pagana”.[45]

   Clelia si sente dunque tradita dalla città e presa/persa in un vortice di solitudine tra un presente in cui non si riconosce e un passato che non la riconosce. In un saggio successivo, del 1945, Pavese stesso descrive la solitudine della/nella città, una solitudine che può annientarci più di quanto farebbe quella provata in un bosco. Sartrianamente, possiamo dire, sono gli altri a nullificarci: “Di fronte a costoro, di fronte alla città, soffriamo sempre, soffriamo a fondo. Scambiamo simboli e parole, scambiamo percosse, ci tendiamo la mano, ci asciughiamo a vicenda il sudore, ma alla fine del giorno, spossati, ci accorgiamo che con noi non c’è nessuno”.[46] Esistenzialisticamente, di un esistenzialismo negativo, la vita appare come assurdità.

   Nel romanzo si intersecano piani diversi. La critica sociale si fa visione esistenziale nella quale l’autore trasferisce se stesso, in una identificazione – lasciando da parte facili equazioni vita- letteratura – tra la propria attività e la propria esistenza. Pavese espone il proprio corpo, come Pasolini, che, alla pari di Moravia, non amava lo scrittore piemontese: un Pasolini lontano eppure a tratti così vicino.

   Come Pasolini, all’inizio de La divina mimesis[47], suo testamento letterario, prefigura quasi nei particolari il suo assassinio, Pavese ci espone, mascherato, il proprio suicidio in una delle pagine più struggenti, l’ultima, della trilogia: “Passò Momina in albergo con l’automobile e mi disse che Rosetta era già a casa, distesa sul letto. Non pareva nemmeno morta. Soltanto un gonfiore alle labbra, come fosse imbronciata. Il curioso era stata l’idea di affittare uno studio da pittore, farci portare una poltrona, nient’altro, e morire così davanti alla finestra che guardava Superga. Un gatto l’aveva tradita – era nella stanza con lei, e il giorno dopo, miagolando e graffiando la porta, s’era fatto aprire”.[48]

   Circolarmente, nel romanzo, il suicidio riuscito chiude il cerchio rispetto al tentato suicidio. Circolarmente, nella trilogia, la festa, cominciata negli atelier dei pittori squattrinati, si conclude con un sacrificio in un atelier d’artista affermato.  

 

  ______________________

[1] Cesare Pavese, La bella estate, Opere di Cesare Pavese 8, Einaudi, Torino  1982; rispettivamente alle pp. 9, 87 e 217.

[2] Furio Jesi, Cesare Pavese tra mito della festa e mito del sacrificio, in Letteratura e mito, Einaudi, Torino 1968, 1995, pp. 161-176. Questo testo apparve originariamente come introduzione alla ristampa del 1966 nella “Nuova Universale Einaudi” de La bella estate.

[3] Cfr. Elio Gioanola, Cesare Pavese. La poetica dell’essere, Marzorati, Milano 1971, p. 226. Arnaldo Bocelli (“Il Mondo”, 4 marzo 1950), è cit. da Gioanola.

[4] Cfr. Michele Tondo, Invito alla lettura di Pavese, Mursia, Milano 1984.

[5] Idem, p. 106

[6] Gioanola cit.. p. 217, 218 e 226..

[7] Cfr. Erskine Caldwell, La via del tabacco (1932) , tr. it. di Maria Martone, Einaudi, Torino 1953, 1995: vedi in particolare, per il rogo della casa, le pp. 194 sgg. fino alla fine del romanzo.

[8] Cfr. Cesare Pavese, L’influsso degli eventi, incluso nei Saggi letterari, Einaudi, Torino 1968, pp. 222-223.

[9] Cesare Pavese, Il mestiere di vivere (1952), Opere di Cesare Pavese 10, Einaudi, Torino 1982, p. 68.

[10] Pavese, La bella estate cit., pp. 15-16.

[11] Leone Piccioni, Vita e morte di Cesare Pavese in Lettura leopardiana e altri saggi, Vallecchi, Firenze 1951, p. 339.

[12] Pavese, La bella estate cit., p. 60.

[13] Gioanola cit., p. 223.

[14] In una nota del proprio diario, alla data del 26 novembre 1949, Pavese qualifica La bella estate  come “naturalismo” e gli altri due romanzi come “realtà simbolica” (Il mestiere di vivere cit., p. 342).

[15] Jesi cit. p., 165.

[16] Idem, p. 168.

[17] María de las Nieves Muñiz Muñiz, Introduzione a Pavese, Laterza, Roma-Bari 1992, p. 144.

[18] Pavese, Saggi letterari, p. 266 (la Muñiz cita il passo a p. 145).

[19] Jesi cit., p. 165.

[20] Jesi cit. così legge la “presenza” di Pavese nei tre romanzi: “osservatore esterno nel primo, osservatore, ma anche formalmente personaggio nel secondo, osservatore-protagonista nel terzo” (p. 170).

[21] María de las Nieves Muñiz Muñiz cit., p. 145.

[22] Pavese Il diavolo, p. 98.

[23] Jesi cit., p. 163.

[24] “Oreste […] cacciò un urlo. Lacerante, bestiale, cominciò come un boato e riempì terra cielo, un muggito di toro, che poi si spense in una risataccia da ubriaco” (Il diavolo, p. 91).

[25] Pavese Il diavolo, p. 103.

[26] Idem, p. 172. Ricordiamo come Mann  e Kerenyj avessero  avuto modo di confrontarsi in uno scambio epistolare: cfr. Thomas Mann – Carlo Kerenyi, Dialogo, tr. it. di Ervino Pocar, introduzione di Giacomo Debenedetti, Il Saggiatore, Milano 1973 (il volume riunisce due carteggi pubblicati precedentemente in edizioni separate: Romanzo e mitologia e Felicità difficile)

[27] Pavese, Il diavolo, p. 130.

[28] Cfr. John Steinbeck, Al dio sconosciuto (1933), tr. it. di Eugenio Montale, Mondadori, Milano 1946.

[29] Franco Ferrarotti, Al santuario con Pavese. Storia di un’amicizia, Edizioni Dehoniane, Bologna 2016, p. 77.

[30] Idem, p. 81.

[31] Idem, p. 76. 3 aprile 1949, in Il mestiere di vivere, p. 333.

[32] Pavese, Il mestiere di vivere, p. 333 (3 aprile 1949).

[33] Pavese Tra donne sole, p. 149.

[34] Cfr. Gioanola cit., p. 323.

[35] Riferito da Gioanola, p. 326.

[36] Cfr. Jesi cit. p. 173.

[37] Cfr. Gioanola cit. p. 327.

[38] Pavese Il mestiere di vivere, p. 331.

[39] Idem p. 334. i riferimenti precedenti sono alle pp. 331 e 333; la prossima cit. è a p. 336.

[40] Gianfranco Colombo, Guida alla lettura di Pavese, Oscar Manuali, Mondadori, Milano 1988, p. 127.

[41] Pavese Tra donne sole, p. 253.

[42] Gianni Venturi, Pavese, Il Castoro, La Nuova Italia, Firenze 1982 p. 103.

[43] Ma il plot attira l’interesse di un regista, pur particolare, come Michelangelo Antonioni, che nel 1955 ne trarrà un film, Le amiche, il cui titolo sembra sottolineare, au contraire, la dinamica contorta dei rapporti tra le donne di questa storia, che amiche non sono.

[44] Colombo cit. p. 130.

[45] Idem.

[46] Pavese, La selva, in Saggi letterari cit., p. 292.

[47] Pier Paolo Pasolini, La divina mimesis, Einaudi, Torino 1975.

[48] Pavese Tra donne sole, p. 330.

 

in "Capoverso. Rivista di scritture poetiche", 34, Gennaio-Giugno 2019, Omaggio a Pavese, Edizioni Orizzonti Meridionali, Cosenza - a cura di Saverio Bafaro






Interventi di:

Saverio Bafaro                          

Giovanna Frene

Salvatore Violante 

Marco Corsi

Marcello Carlino 

Sergio Pasquandrea 

Giancarlo Pontiggia                                            

Antonio Catalfamo 

Francesco Martillotto 

Vincenzo Guarracino                                                     

Vito Teti 

Franco Pappalardo La Rosa

Demetrio Paolin

Enzo Rega 

Alessandro Seri 

Luigi Beneduci 

Nino Arrigo

Francesca Neri

Luca Mozzachiodi                                                         

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