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sabato 25 luglio 2026

APPUNTI SULL' "HORCYNUS ORCA" DI STEFANO D'ARRIGO

 



Stefano D'Arrigo (Alì Terme, 15 ottobre 1919 – Roma, 2 maggio 1992


Ripropongo un mio articolo uscito in una rivista siciliana in occasione dei quarant'anni dalla pubblicazione del capolavoro di Stefano D'Arrigo

L'ORCA di STEFANO D'ARRIGO COMPIE QUARANT'ANNI

di Enzo Rega


Quando uscì, c'era attesa per questo moderno/postmoderno monumento letterario, dalla complessità joyciana. Dal 1957 in gestazione (o forse dal 1950), per uno scambio simbolico di cifre, esce nel 1975: giusto quarant'anni fa. Così, Horcynus Orca (Mondadori, 1975) di Stefano D'Arrigo (nato ad Alì Terme, nel messinese, nel 1919, e morto a Roma nel 1992) accompagna il ritorno del marinaio 'Ndria (Andrea) Cambria al suo paese, a Cariddi: sono i giorni dal 4 all'8 ottobre del 1943, subito dopo l'armistizio; ma il libro si dilata, oltre che nelle pieghe della scrittura, in quelle del tempo attraverso il flashback. Per ben 1265 pagine. Più che un romanzo-fiume, un romanzo-mare, dal sapore di sale mediterraneo.

Il folgorante inizio: "Il sole tramontò quattro volte sul suo viaggio e alla fine del quarto giorno, che era il quattro di ottobre del millenovecentoquarantatre, il marinaio, nocchiero semplice della fu regia Marina 'Ndria Cambria arrivò al Paese delle Femmine, sui mari dello scille cariddi. Imbruniva a vista d'occhio e un filo di ventilazione alitava dal mare in rema sul basso promontorio. Per tutto quel giorno il mare si era allisciato ancora alla grande calmeria di scirocco che durava, senza mutamento alcuno, sino alla partenza da Napoli: levante, ponente e mezzogiorno flacco, domani e quello sventolio flacco flacco dell'onda grigia, d'argento o di ferro, ripetuta a perdita d'occhio". In procinto d'arrivare, 'Ndria s'imbatte, ancora sulla spiaggia calabra, in un ossario di carcasse di fera, il delfino che pescano in quelle acque e che viene cucinato in ogni casa. La scena provoca prima un sogno a occhi aperti, nel quale il giovane vede le fere precipitarsi nel fuoco dell'isola di Vulcano che consuma in un istante le loro carni, lasciando solo le bianche carcasse, e poi due ricordi lontani, legati sempre a quegli animali. Ciccina Circé riesce finalmente a portare 'Ndria a Cariddi, e qui il filo del racconto si attorce e contorce su se stesso con altri richiami al passato, fino all'epica scena del 7 ottobre: le fere attaccano contemporaneamente un'orca, personificazione della Morte, e ritenuta a sua volta immortale, amputandole a morsi la coda, finché viene aggredita, impotente, da un branco di sarde. Gli uomini che assistono si chiedono se sia davvero immortale o se sia destinata a soccombere: e sarebbe allora la morte della Morte.

Possente racconto mitologico, il romanzo di D'Arrigo ripropone, come l'Odissea, il ritorno dalla guerra, ma, come nota Giuseppe Pontiggia nella sua introduzione, in modo rovesciato: protagonista non un condottiero vittorioso, ma un umile nocchiero che viene dalla disfatta e che trova un mondo in putrefazione, in una metamorfosi che investe anche il linguaggio, che mescida idiomi siciliani, francesismi, latinismi e neologismi. Anche lo sconfitto 'Ndria si trasforma nella morte che lo coglie nella sua terra.

Così Pontiggia conclude: "Eppure anche 'Ndria è un eroe nel senso permesso dal tempo in cui viviamo: non conosce il proprio destino, ma vuole sottrarsi a quello degli altri, perché non vi si riconosce. [...] In un universo dominato dalla metamorfosi, la morte lo ferma per sempre in quella giovinezza ideale che, per essere eterna, per diventare eterna, deve sottrarsi al tempo". 'Ndria muore, dunque, ma nel morire eternamente rinasce.


"In un universo dominato dalla metamorfosi,

la morte lo ferma per sempre

in quella giovinezza ideale che, per essere eterna,

per diventare eterna, deve sottrarsi al tempo"


"Le Fate. Arte cultura identità siciliana", Anno III, N. 1, Gennaio 2015, pp. 36-38


Segnalo un altro mio testo su Stefano D'Arrigo, questa volta relativo alla sua poesia: Tra giovinezza e spatriamento. Il Codice siciliano di Stefano D’Arrigo uscito in "Metaphorica" 8, rivista diretta da Saverio Bafaro

 






lunedì 27 giugno 2022

Raffaele La Capria, "Il fallimento della consapevolezza", 2018

 di

Enzo Rega


Ripropongo una mia recensione di una raccolta di articoli di Raffaele La Capria apparsa ne  L'Indice dei libri nell'ottobre 2019






La finzione di una finzione

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di Enzo Rega

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Raffaele La Capria

IL FALLIMENTO DELLA CONSAPEVOLEZZA

pp. 120, € 18,

Mondadori, Milano 2018





“Io sono nato nel 1922 a Napoli, in una città che ha molti volti e che recita sé stessa; dove è ambigua, come in ogni recita, la linea di demarcazione tra vero e falso”. Così si apre il primo degli interventi di questo volume che raccoglie vari scritti disseminati nel tempo (peccato che l’editore non ne riporti la data e l’indicazione dell’uscita originaria) e nei quali La Capria fa i conti con la propria scrittura e con la propria vita, a partire dalla falsa partenza in epoca fascista. L’ancora di salvezza è allora la letteratura, filtrata da un critico come Benedetto Croce, punto di riferimento dell’antifascismo e che, al di là delle sue idiosincrasie personali, dà gli strumenti per accedere anche agli autori che lui non ama: Rimbaud, Verlaine, Baudelaire, Proust, Joyce, Musil. Ma soprattutto insegna che attraverso la letteratura si intraprende un cammino verso la libertà. In quegli anni si assiste anche a un vivace fermento nella lingua letteraria: un italiano penetrato dai dialetti, misto di prosa e versi, intriso di dannunzianesimo, o ancora un italiano ermetico. Ma lo stesso italiano regionale (Brancati, Pratolini, Rea, Pavese, Gadda), inviso al regime fascista, attinge un’universalità – dichiara La Capria – che non fa sfigurare la nostra letteratura nel contesto europeo.

   Ma dall’Europa è d’obbligo il ritorno alla sua città per riflettere su quel tempo che a Napoli sembra avvitato su se stesso, che è il tema de L’armonia perduta pubblicata nel 1986, venticinque anni dopo Ferito a morte, il suo libro più celebre. Annota La Capria: “Ci sono città, soprattutto le città del Mediterraneo, il cui processo storico si blocca e in qualche modo sopravvivono a sé stesse. Parlo non solo di Napoli, ma anche di Venezia, Palermo, Costantinopoli, Alessandria, città che hanno voltato le spalle alla modernità e sono perciò molto differenti da Parigi, Londra, New York, dove ogni momento storico ha avuto giorno per giorno il suo naturale sviluppo”. Chi vive in queste città deve dunque farsi carico individualmente di portare avanti lo sviluppo per “restituire alla città una continuità con il presente”. Il blocco storico di Napoli viene individuato nell’esito negativo della Rivoluzione napoletana del 1799. Questa situazione di immobilità era già intuita in Ferito a morte che si apre in una sorta di dormiveglia. Ma l’espressione “armonia perduta”, continua lo scrittore, può trarre in inganno perché “fa pensare alla nostalgia per qualche cosa che c’era e ora non c’è più”. Non è così, ma questa formula serve a comprendere la napoletanità: “fu sempre vagheggiata l’idea di una Napoli ‘dove sorridere volle il creato’; la Napoli della gouache, la Napoli delle canzoni appunto, la Napoli di quest’Armonia vagheggiata, sognata, cantata”. È il tentativo di sanare la ferita del 1799 dunque a creare il mito dell’armonia perduta: “Insomma la napoletanità che è venuta fuori da questa recita è la finzione di una finzione e su questa è fondata”. 

   Un ritratto amaro e caustico di una città e una critica del cliché nel quale è imprigionata. Ma in un intervento successivo, La Capria chiarisce il proprio ruolo: “La funzione dello scrittore è sempre quella di porsi come critico della società cui appartiene, non in senso negativo, ma come portatore di una conflittualità interna alla società che dovrebbe essere vivificante e creativa e servire a migliorarla”. Anche se la voce degli intellettuali – ammette – suona sempre più fioca: non ci sono più maestri come Croce ed Ernesto Rossi, Moravia e Pasolini. Pasolini che “per primo ha avvertito i segnali di una catastrofe ambientale e antropologica, visibile in modo violento soprattutto nelle periferie delle città”, una devastazione che riguarda anche la città di La Capria: la napoletanità è terminata nel 1945, “ed è stata sempre più alterata dall’avvento di una modernità male assimilata e dal consumismo che ha devastato l’Italia”. Quindi, da un lato Napoli ci appare immobile, dall’altra pure toccata dai guasti di una malintesa modernità.  

   La città però può uscire dalla sua identità recitata riannodandosi agli aspetti migliori della civiltà occidentale, e “normalizzarsi”. Ciò può essere possibile perché Napoli ha sempre avuto una doppia identità: locale ed europea. Si possono dunque stornare gli occhi dal “piccolo cerchio della nostra piccola identità” per volgerli “verso spazi più aperti”.

   Per questo La Capria non tollera l’espressione “letteratura napoletana” anche perché chi scrive aspira a un respiro più ampio, benché le proprie radici diano una connotazione particolare alla scrittura. Così Ferito a morte è scritto in una lingua intraducibile e composita: “La mia lingua è un italiano costruito sulla struttura sintattica del dialetto napoletano. È come se ci fosse dentro l’anima, lo scheletro e la forma della frase napoletana. Le parole invece sono tutte italiane. Il risultato è una fonia che si sente come un italiano parlato da un napoletano. Un italiano cantato, con l’accento mediterraneo”.




"L'Indice dei libri del mese", n. 10 - ottobre 2019



domenica 6 marzo 2022

BIAMONTI E KUBRICK

 

 di

FRANCESCO IMPROTA      

         



Alla base della narrativa di Francesco Biamonti c’è lo sguardo, nel senso che nei suoi romanzi le cose sono colte sempre nella loro visibilità ed i personaggi sono legati gli uni agli altri e agli oggetti circostanti attraverso gli sguardi ed è ciò che fa di lui uno scrittore decisamente cinematografico. Fino a non molto tempo fa ero fermamente convinto che il regista più vicino a Biamonti, spiritualmente e culturalmente, fosse Bresson; entrambi, infatti, cercano di sottrarsi alla rappresentazione attraverso la frammentazione, riducendo, cioè, all’essenziale i contrasti ed affidando alla concisione e all’ellissi la forza d’impatto con il lettore o con lo spettatore. Dopo aver letto, però, il bellissimo saggio di Sandro Bernardi (“Kubrick e il cinema come arte del visibile” Pratiche editrice) e dopo aver io stesso organizzato una rassegna di film di Kubrick ho avvertito la tentazione, rischiosa ma intrigante, di accostare lo scrittore di San Biagio della Cima al regista newyorkese, certo non sul piano dei contenuti, dove le differenze sono vistose e probabilmente incolmabili, ma sul piano del carattere, del comportamento e dello stile. 

 Contemporanei e quasi coetanei (Biamonti era più vecchio di soli 4 mesi) hanno vissuto e testimoniato la crisi di questi ultimi decenni, attraverso opere d’eccezionale bellezza che hanno dato lustro e spessore al cinema e alla letteratura contemporanee. Le analogie sono rintracciabili, innanzitutto, nel modo di vivere: lontani dalla folla entrambi, chiusi in un’aristocratica e severa solitudine, nel tentativo di perseguire con ferocia la loro purezza umana ed artistica: relegato nel suo castello di Sant Adams, lontano da sguardi indiscreti Kubrick; appollaiato sulle colline dell’entroterra intemelio, fra gli ulivi argentati e le profumate mimose, Biamonti. Le uniche sortite erano, per Kubrick (morto nel 1999) le passeggiate in automobile con il fido autista che non doveva mai superare la velocità di quaranta miglia, e per Biamonti quasi fino alla fine, avvenuta l’anno scorso, i vagabondaggi notturni sulla costa, a dispetto della grave malattia che ne aveva intaccato la fibra robusta, in cerca di volti, di situazioni e di esperienze da trasportare nei suoi romanzi. Anche a Francesco non piaceva la velocità, probabilmente perché gli impediva di guardarsi intorno e di assaporare degnamente la vita o di percepire con la necessaria chiarezza la realtà, e quando un giorno, sull’Autostrada dei Fiori al volante della mia autovettura, avevo pigiato il piede sull’acceleratore, Francesco, seduto accanto a me, con un accento tra il severo e il sarcastico, mi disse: “Non sarai mica diventato un futurista?” Entrambi, perfezionisti fino alla mania, sono tornati più volte sulle loro opere correggendo, tagliando, aggiungendo scene, immagini, semplici parole; nel suo ultimo film “Eyes wide shut” Kubrick ha fatto ripetere, ad un attore del calibro di Tom Cruise,  novantasei volte un’azione di una semplicità disarmante (si trattava di chiudere una porta) e Biamonti riscriveva decine di volte la stessa pagina nel tentativo, sempre coronato da successo, di raggiungere una scrittura scarna, prosciugata e pregnante come non mai, una scrittura “liricamente arida” – mi si passi l’ossimoro che è del resto la figura dominante nei film di Kubrick. Il cinema di Kubrick, infatti, non diversamente da quello di Ejzenstejn, di Pasolini e di Godard, poggia sulla forza della contraddizione: i suoi film sono contrassegnati, al tempo stesso, da uno slittamento in avanti, verso il futuro, il nuovo, e da un altrettanto significativo salto all’indietro, al passato, alle origini del cinema nel tentativo, in questo caso, di recuperare le caratteristiche peculiari della fotografia e della pittura,  da cui il cinema discende in linea diretta, con buona pace di coloro che ne hanno fatto “un genere letterario”, dando importanza esclusivamente alla sceneggiatura; si determina, pertanto, nei suoi film una discrasia fra le immagini e il racconto, per cui le immagini spesso sembrano contraddire il discorso che  pure a loro  è affidato; fuoriescono, cioè, dal racconto, acquistando una loro piena autonomia ed in questo caso si può dire, citando Nietzche, che “il particolare oscura l’insieme e cresce a sue spese”. Nasce un contrasto tra la significazione che è racconto e la visione che è percezione, tra ciò che le immagini mostrano e ciò che esse significano. Si assiste ad un impoverimento della significazione, e quindi del racconto, a tutto vantaggio della visibilità, e quindi della percezione, come sostiene acutamente Sandro Bernardi nel suo bellissimo saggio su Kubrick. I film di Kubrick - come quelli di tutti i registi più grandi - “non mostrano immagini per raccontare storie ma raccontano storie per mostrare immagini”; la storia è il mezzo non il fine, non è un caso che tutti i movimenti della m.d.p. (panoramiche, carrelli  a precedere, zoom, carrelli indietro o laterali etc.) tendono a forzare la scrittura cinematografica, svuotando l’enunciato e limitandosi ad istituire e a formalizzare uno spazio ed un tempo, cioè le coordinate fondamentali di qualsiasi forma di espressione e di comunicazione. Sono movimenti oserei dire immobili (ritorna la figura retorica dell’ossimoro) e mirano a creare uno spazio non diegetico ma iconico, non funzionale al racconto ma chiuso, isolato e legato nell’autorappresentazione, come in un quadro o in una fotografia. Gli stessi primi piani non s’inseriscono, integrandosi, in precise sequenze narrative ma vivono da soli metonimicamente, meglio ancora per sineddoche, sono parti che rappresentano il tutto. Per quanto riguarda il tempo va detto che in Kubrick il tempo si allarga a dismisura, si moltiplica, nel senso che nei suoi film si assiste alla coesistenza di passato, presente e futuro e talvolta il tempo si materializza, diventando addirittura visibile, come in “Rapina a mano armata”, dove il tempo ritorna continuamente su se stesso, si contrae e si sfilaccia, fino a diventare il vero protagonista della storia. Anche in Biamonti prevale la percezione sul racconto, non a caso i suoi modelli sono Merleau Ponty e l’ecole du regard, ed il tempo, come  abbiamo visto in Kubrick, si dilata ed acquista molteplici valenze in quanto è filtrato attraverso la coscienza e soprattutto la memoria dell’autore e dei suoi straordinari personaggi, legati alla terra d’origine eppure sempre pronti a viaggiare, incapaci, come sono, di mettere radici perché il mondo frana irrimediabilmente e non offre approdi o ancoraggi possibili; ne consegue che il paesaggio, vero protagonista dei romanzi di Biamonti, pur conservando tutta la sua concretezza, non è la cornice materiale delle vicende raccontate ma è un paesaggio dell’anima, materiato d’angosce, di ossessioni, di labili e confuse speranze. Lo spazio, quindi non diversamente che in Kubrick, è iconico ed autoreferenziale, scarsamente funzionale alla storia, sempre esile e povera di casi, ma carico di valenze simboliche e di suggestioni non comuni. Straordinario mago della luce, come tutti coloro, o quasi, che fanno dello sguardo lo strumento privilegiato di percezione e di conoscenza, con la grazia di uno stile che più che un dono naturale è una severa conquista, Biamonti descrive i cieli bassi della Liguria, il delirio del mare, d’ascendenza montaliana, la luce del giorno che rotola a blocchi sulle rocce  e sulle fasce, i tronchi contorti, piegati/piagati dal vento degli ulivi e il profumo  penetrante delle mimose o della lavanda con l’intensità e la forza rappresentativa di Cezanne o, nell’ultimo romanzo - ambientato quasi tutto di sera - di George de la Tour. Anche il tempo, come abbiamo accennato prima, non è scandito dal trascorrere delle ore e neppure dal battito del cuore, esso è filtrato dalla memoria, da emozioni, in essa depositate, che si contraggono o si dilatano a seconda dei casi, ed infatti, spesso Biamonti privilegia i tempi morti, quelli che favoriscono i soprassalti della memoria e le intermittenze del cuore, eppure talvolta il tempo si materializza e diventa, quindi, visibile nella luce che al tramonto sanguina come una ferita, prima di dileguare dietro la montagna, o nel verso rauco dei gabbiani, che “intonacati d’aria  andavano al mare come ad un letto di pace”.

Entrambi, infine, sono riusciti a frantumare con un pessimismo sempre più raggelante mode, miti ed illusioni, “ le magnifiche sorti e progressive”, preannunciando con largo anticipo la deriva del secolo ed il crepuscolo della civiltà occidentale; si pensi alla visione negativa del mondo e degli uomini che traspare da “ Full metal jacket”, il film per molti versi più emblematico di Kubrick, e al nichilismo di Biamonti, che discende in linea diretta da Montale, con la sola differenza che nel poeta genovese s’intravede un’oltranza o, meglio ancora, la probabilità improbabile del “miracolo” (Forse un mattino andando in un’aria di vetro,/ arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:”, in Biamonti, invece, non c’è nessuna possibilità di salvezza o di riscatto. “Anche il mare –al quale egli aveva affidato le residue speranze di redenzione- non riesce più a purificare i cuori”, come si legge in “Attesa sul mare”. In un’intervista, rilasciata nell’immediata vigilia del nuovo millennio, ad una precisa domanda sul futuro del mondo egli ha testualmente risposto: “Il secolo muore nel disonore e nella vergogna ed il futuro non sarà certo migliore. È tutto un mondo, infatti, edificato sulle rovine e sui delitti”. 

Ringrazio Francesco Improta per avermi concesso di ripubblicare questo pezzo originariamente apparso in      

  http://www.bartolomeodimonaco.it/parliamone                                 

                                                                                        

martedì 22 giugno 2021

Pasquale Matrone, "Per favore, spegnete quella luce"

 di ENZO REGA





Il titolo di questo libro di Pasquale Matrone, Per favore, spegnete quella luce (CEDAM, 1999), rovescia il titolo di un libro del 1950 del conterraneo Domenico Rea, Gesù,  fate luce (Rea era nato a Nocera Inferiore; Matrone, ormai stabilmente residente in Toscana dopo lunghi anni di insegnamento, è originario di Pompei).

Come quello di Rea, anche il libro di Matrone pratica con sapienza la nobile arte del racconto. Sono venti i racconti brevi che Matrone raccoglie qui, destinandoli agli studenti come lettura scolastica ma parlando in realtà a tutti: e ne sono protagonisti appunto ragazzi con i loro insegnanti, genitori, nonni. Se i testi di Rea si muovono tra tragico e comico, quelli di Matrone esplorano i confini tra reale e fantastico, iscrivendosi, come viene detto nella prefazione, nel genere del "verosimile fantastico". 

Se talvolta, nella rigorosa costruzione della quale l'autore si rivela maestro (il racconto breve non richiede meno capacità della composizione di un romanzo, anzi), la narrazione parte e torna alla realtà,  dopo lo sconfinamento nell'immaginario fantasioso, in altri casi il finale ci lascia invece in piena dimensione fantastica.

L'autore, oltre che della costruzione, si mostra padrone della scrittura, con l'uso di una lingua che seppure vuole in alcuni casi avvicinarsi al parlato dei personaggi protagonisti delle vicende, conserva un alto e nello stesso tempo misurato tasso di letterarietà. 

Pur rivolgendosi agli studenti, Matrone non disdegna argomenti spinosi e non cerca soluzioni consolatorie. E nemmeno si affida a facili moralismi. Il senso morale si coglie nell'insieme dei racconti. Può  essere, sì,  talvolta più esplicito, come accade proprio nel racconto eponimo che appunto dà il titolo al volume. Se il richiamo alla luce nel libro di Rea che abbiamo nominato è  da intendersi come desiderio di uscire dalle miserie della vita da parte dei personaggi delle vicende quotidiane lì narrate, la "richiesta" opposta avanzata dal titolo del racconto eponimo di Matrone, e di conseguenza da tutto il libro, è  invece quello di mettere in mora le tante luminarie che ci frastornano per potersi raccogliere intorno a ciò che è  invece essenziale, come fanno i personaggi di questo racconto, che è  il penultimo della raccolta, la quale si chiude poi con un testo che evoca una universale dimensione spirituale di sapore buddista. 

Ma c'è anche il sapore del passato, nella rievocazione che spesso compare nel libro di un tempo altro, che è  più quello dell'infanzia dell'autore e meno quello dei giovani lettori che quindi sono portati ad alzare il proprio sguardo dalla dimensione della propria quotidianità verso un "altrove" - che è  anche quello della dimensione fantastica che appunto caratterizza queste narrazioni.

Ma forse il tempo non esiste, se non nella nostra coscienza, come diceva sant'Agostino, e dopo di lui Bergson: un pensiero questo esposto, in uno dei racconti, con garbo dall'autore, senza fare i nomi dei filosofi in questione, ma traghettando nelle giovani menti, e in quelle dei lettori di qualunque età, il frutto di questi pensatori. 

Così  come ormai da tempo si propone la Kinderphilosophie, ovvero la filosofia rivolta ai bambini e ai ragazzi prima che ne cominci l'insegnamento istituzionale al triennio dei licei. Un altro dei meriti di questo libro che alla soglia del nuovo millennio ci ha regalato Pasquale Matrone, un libro che ora può  essere reperibile solo nelle biblioteche o nelle librerie di remainders, magari online (come ho fatto io).

martedì 6 aprile 2021

Francesco Biamonti: Ricordando l'angelo del ponente ligure

 

di

ENZO REGA




 A un anno dalla morte di Francesco Biamonti (1928-2001)pubblicavo questo ricordo nel quotidiano di Avellino "Piazza Libertà", ripreso nel mio volume Derive mediterranee (l'arca e l'arco, 2012). Lo ripropongo ora a venti dalla scomparsa ddello scrittore di San Biagio della Cima.

“Spesso alla sera, durante la degenza,  aveva pensato al vento che precede la notte, dopo che il giorno con un piccolo scarto di luce, più spoglia o più velata, ha annunciato la fine. Le onde all’orizzonte sempre alto si mettevano a scorrere, trascinate dal sole”. Questo è l’incipit dell’ultimo romanzo che ci ha lasciato Francesco Biamonti, lo scrittore ligure scomparso un anno fa, il 17 ottobre. Un inizio già presago della fine, anche se qui si parla della conclusione del giorno. Ma, letto col senno di poi, appare come un congedo nel quale compaiono, in lascito, gli elementi materici fondamentali, essenziali, della sua scrittura: il vento, la notte, la luce, il mare, il sole, la sera. Già con questo breve assaggio è possibile apprezzare la grana della sua voce: la screziatura lirica che non ostacola il dispiegarsi della narrazione. Biamonti sapeva raccontare, far procedere una storia, tenendo alto il livello poetico della prosa adoperata. Qualcuno ha parlato ovviamente di “poème en prose”, per ascrivere questa caratteristica stilistica in una “tabula” dei meriti o dei demeriti, a seconda dei casi e delle preferenze del critico. A ogni modo, per noi che amavamo (che amiamo) questa scrittura, essa era (è) un esempio di come si possa scrivere del nostro mondo – di cui parlava costantemente Biamonti – senza scendere a compromessi con la trivialità della chiacchiera quotidiana e con la sua lingua logorata da un uso maldestro. Ricordo che una volta, venuto a Bergamo, dove io vivevo allora, per la presentazione dell’ultimo suo libro a Villa d’Almè, organizzata con Corrado Benigni, si chiedeva – chiedeva a Giorgio Martini che accompagnava lui e Marco de Carolis in auto – come potesse scrivere dell’“autogrill”, senza usare questo termine.

   In quell’occasione, con Marco, nella primavera del 1998 avevamo appunto presentato il suo libro. Ma, grazie a Marco, avevo conosciuto Biamonti in Liguria, nel paese dove era nato e dove abitava, a San Biagio della Cima, nell’entroterra di Ventimiglia, in quel tratto di costa ligure di Ponente che era stato di Italo Calvino, e che ora vede muoversi Nico Orengo. Orengo, fu lui a proporre a Calvino il primo libro di Biamonti. Di questi contatti rimane traccia nell’epistolario calviniano: “Caro Signor Biamonti – scriveva infatti Calvino da Roma il 21 ottobre 1981 – Nico Orengo mi ha dato il manoscritto del Suo romanzo ‘L’Angelo di Avrigue’. L’ho letto con molto interesse, contento di trovare una personalità di scrittore nuova e inattesa”. E, ancora, rispetto al carattere specifico della sua scrittura: “Il lirismo del linguaggio ha la sua efficacia […]. Quello che Lei vuole fare è una cosa molto difficile: dare al linguaggio la concretezza d’un lessico molto preciso (nelle cose della campagna come nei nomi delle stelle) e insieme un alone di vibrazione lirica”. Anche se poi lo scrittore sanremese avanzava qualche rilievo critico. Ma continuiamo a presentare l’opera di Biamonti con le parole di Calvino, che possono valere pure per le opere a seguire: “Quello che il Suo romanzo è riuscito a rappresentare, credo per la prima volta, è un’immagine della Liguria che comprende insieme la vita agricola dell’entroterra, dura e aspra e povera, e il modello di vita facile della Riviera che ora prende l’aspetto tragico della droga come consumo di massa”. Tre osservazioni a partire da qui. Primo: nelle case editrici, allora (inizio anni Ottanta) c’erano, a prendere decisioni, scrittori del calibro di Calvino che sapevano davvero leggere “i libri degli altri” e scegliere in base a considerazioni di carattere letterario. Secondo: la critica di certi aspetti della vita della costa e comunque dei guasti della “modernità” era tema caro anche allo stesso Calvino (si pensi a “La speculazione edilizia”) e ora lo è per Orengo (vedi ad esempio il suo recente “La curva del Latte”). Terzo: nell’elenco delle parole-chiave della letteratura di Biamonti, fatto in apertura, manca ancora il riferimento agli ulivi (quegli “ulivi incielati”, come li chiama ne “Le parole la notte”: “Che ne sarà un giorno dei miei ulivi con la loro purezza francescana? E dei loro licheni, delle loro muffe? Lavorano notte e giorno, sotto il sole e le stelle per aggiogare la terra al cielo”); e vanno ricordati i terrazzamenti tipici dell’agricoltura ligure, le pietre di una natura che si presenta scabra e spigolosa, i sentieri che si inerpicano nell’interno, e che servivano (servono) anche ai “passeur” per condurre i clandestini oltre la vicina frontiera francese. Anche gli immigrati, arabi, neri, popolano i libri di Biamonti. E bisogna aggiungere un altro punto. Quarto: la lettera di Calvino è dell’81, il primo libro di Biamonti di cui si parla è uscito nel 1983 – e Biamonti era nato nel 1933. Un tardo esordio, dunque, a cinquant’anni, dopo una vita passata a coltivare campi, con parentesi sindacali; ma anche in seguito Biamonti ha pubblicato poco, solo altri tre libri. Tutti frutto di una lunga decantazione e di un lavoro di essenzializzazione. Francesco sembra aver passato il tempo più che a scrivere, a sfrondare, limare, ripulire i suoi testi. Avevo detto, nell’occasione bergamasca, che mi veniva fatto di ricordare quanto Leonardo Sciascia, altro autore mediterraneo, a sud, aveva scritto nella postilla a “Il giorno della civetta”: qui Sciascia si scusava di non aver avuto tempo per rendere più breve (più essenziale) il suo già scarno romanzo. Biamonti questo tempo se l’è preso. Il dispiacere rimane a noi di poter leggere e rileggere i soli quattro libri che alla fine ci sono rimasti. So che stava lavorando a un nuovo romanzo che – mi diceva – voleva differenziare dagli altri, stando, così si esprimeva, più a ridosso delle cose. Non so cosa intendesse. Due giovani ricercatrici genovesi, mi informa Marco de Carolis, stanno esaminando le carte che ha lasciato: vedremo cosa verrà fuori. Per interessamento, fra gli altri, di Francesco Improta, docente napoletano immigrato a Ventimiglia, sta poi nascendo l’associazione degli “Amici di Francesco Biamonti” (presso il Comune, piazza 4 novembre, S. Biagio della Cima – Imperia).

   Tornando a me, che un poco e purtroppo per poco fui suo amico, ho incontrato Biamonti un’altra volta a San Biagio, sempre intorno a qualcosa da mangiare e da bere, il Rossese delle sue terre. Parlare con lui significava fumare il fumo delle sue mille sigarette (di questo si è ammalato). Ecco, di fronte a te, il suo volto rugoso con i capelli immacolati e gli occhi blu (li ricordo blu, azzurri; qualcuno ha scritto che erano del colore dei suoi ulivi) era immerso in una nuvola – nella quale sembrava sperso anche lui a rintracciare il filo d’un pensiero – e da questa nuvola usciva il suono delle sue parole, con una voce roca che ricordava quella di Ungaretti, e bassa, per cui dovevi farti più vicino possibile per non perdere nulla dei suoi riferimenti che andavano dalla letteratura (un amore in particolare, ricambiato, per la Francia dove qualcuno lo considerava “il” più importante scrittore italiano allora vivente) alla filosofia, nella quale, diceva, era solo un dilettante. E la pittura e la musica: Cezanne, Debussy, Messiaen. E inevitabilmente snocciolava il suo pessimismo, da antico moralista (da moralista antico). Nell’incontro di Villa d’Almè, alla domanda di una ragazza che chiedeva cosa sperare nel futuro, era stato particolarmente drastico, e negativo, nel rispondere. Poi ci aveva chiesto se aveva esagerato, ma era quello che pensava. In un incontro organizzato da Improta al Liceo classico di Ventimiglia nel ’93, all’uscita del secondo libro (la trascrizione di domande e risposte si può ora rileggere nel numero speciale di ottobre de “La Gazzetta di San Biagio”, il suo paese), ugualmente gli veniva chiesto se davvero dai giovani non c’era nulla da aspettarsi, visti i ritratti negativi che Biamonti ne dava, e lui rispondeva che non si trattava di un giudizio inappellabile, ma per ora la realtà era quella. La sua prosa, cristallina anche nel parlare del dolore (la trasfigurazione della bellezza è comunque all’opera in una creazione artistica), non lascia intendere che sia così cupo questo fondo notturno, che viene pienamente fuori, fascinoso e inquietante, nell’incontro personale. Quando, venendo dalla mia periferia esistenziale, ho conosciuto Biamonti ho pensato: ecco uno scrittore, “lo” scrittore.

sabato 29 agosto 2020

Pavese: "La bella estate" tra città e campagna, festa e sacrificio

 di

ENZO REGA

Ripropongo il mio intervento pubblicato nel numero speciale della rivista "Capoverso" uscito nel 2019 a cura di Saverio Bafaro: Riproduco qui il mio file inviato in redazione, non il pdf tratto dalla stampa.


Copertina della Prima Edizione (Einaudi, 1949)
    


La bella estate tra città e campagna, festa e sacrificio

 

   1. La trilogia: uno sguardo d’insieme 


  “A quei tempi era sempre festa. Bastava uscire di casa e attraversare la strada, per diventare come matte, e tutto era bello, specialmente di notte, che tornando stanche morte speravamo ancora che succedesse qualcosa, che scoppiasse un incendio, che in casa nascesse un bambino, o magari venisse giorno all'improvviso e tutta la gente uscisse in strada e si potesse continuare a camminare fino ai prati e fin dietro le colline”.

    “Eravamo molto giovani. Credo che in quell’anno non dormissi mai. Ma avevo un amico che dormiva meno ancora di me, e certe mattine lo si vedeva già passeggiare davanti alla Stazione nell’ora che arrivano e partono i primi treni.”

    “Arrivai a Torino sotto l'ultima neve di gennaio, come succede ai saltimbanchi e ai venditori di torrone. Mi ricordai ch'era carnevale vedendo sotto i portici le bancarelle e i becchi incandescenti dell'acetilene, ma non era ancor buio e camminai dalla stazione all'albergo sbirciando fuori dei portici e sopra le teste della gente. […] Pensavo che ormai le giornate s'allungavano, e che presto un po' di sole avrebbe sciolto quella fanghiglia e  aperto la primavera”.[1]

 

   È con gli incipit dei tre romanzi che costituiscono La bella estate che Furio Jesi apre a sua volta uno dei tre saggi che in Letteratura e mito dedica a Cesare Pavese,[2] analizzando alla luce del mito non – come apparirebbe più “ovvio”– i racconti di Feria d’agosto e i Dialoghi con Leucò, rispettivamente usciti per Einaudi nel 1946 e 1947, ma la trilogia che si avvia a concludere la stagione letteraria, e la vita, dello scrittore piemontese (negli altri saggi Jesi prenderà in esame altri scritti e le lettere). Seguirà infatti, a un passo dalla morte, lo straordinario La luna e i falò (Einaudi, 1950) a chiudere un ciclo aperto in narrativa da Paesi tuoi (Einaudi, 1941), con il ritorno a un mondo rurale: un decennio intenso e bruciante.

   I tre romanzi “cittadini” che entrano ne La bella estate appaiono come un raccordo interno nell’attività letteraria di Pavese, in vista del passo “finale”. Innanzitutto in un senso cronologico:   si recupera  La bella estate, che risale al 1940 (e rimasto inedito) accanto a Il diavolo sulle colline del 1948 e Tra donne sole del 1949. Poi, in senso tematico: i due poli della sua poesia e narrativa – la città e la campagna – si trovano qui riuniti. Abbiamo detto di “romanzi cittadini”: ma lo sono in senso proprio solo il primo e il terzo (anche se la campagna manca davvero solo in Tra donne sole: e come dice Elio Gioanola questa assenza si sente.[3] Per Arnaldo Bocelli è proprio l’estate, che appariva così bella in Paesi tuoi, a essere ora “estrinseca”. Il Diavolo sulle colline – posto al centro – sintetizza le due ambientazioni.

   Nei tre romanzi si apre anche il ventaglio sociale, come mette in evidenza Michele Tondo:[4] ne La bella estate si affaccia un mondo marginale di pittori squattrinati e di proletarie che aspirano a farsi faticosamente strada nella vita, come la protagonista Ginia; nel Diavolo sulle colline il trio di giovani studenti – Pieretto, Oreste e il Narratore – appartiene a una piccola borghesia acculturata che s’interroga sul mondo e si confronta, in un rapporto di attrazione-repulsione, con l’haute, l’alta società corrotta e decadente rappresentata da Poli e dai suoi amici milanesi; e l’alta società è la protagonista di Tra donne sole, a partire dalla protagonista Clelia, che è un po’ una Ginia che ha fatto carriera. Sono i diversi gradini di una scala sociale quale per esempio voleva tratteggiare, in altro contesto storico e geografico, un Giovanni Verga nel Ciclo dei vinti. E vinti sono i personaggi di Pavese, nonostante le aperture dei tre romanzi all’insegna della “festa”. Ma – nota Jesi – il “mito della festa” si traduce nel “mito del sacrificio”, una “ricerca del tesoro” che fallisce tragicamente: il suicidio di Rosalba (la sfortunata amante di Poli) e di Rosetta. Pavese racconta così – in un’autobiografia differita – la propria parabola esistenziale e prefigura, soprattutto in Rosetta, il suo stesso suicidio.

 

   2. La bella estate e la perdita dell’innocenza

    “Più racconto lungo che romanzo vero e proprio”,[5] La bella estate è stato scritto dal 2 marzo al 6 maggio 1940. La relativa brevità del testo, e la brevità dell’arco di tempo in cui è stato composto, ne garantiscono la maggiore linearità e compattezza. “Certo La bella estate si raccomanda per le sue doti di uniformità e precisa scansione degli elementi narrativi: si avverte una sapiente operazione di regia e di montaggio”, scrive un attento lettore come Elio Gioanola, che vi riscontra “la buona dimistichezza dello scrittore con la tecnica del racconto in terza persona”. In questo racconto – continua il critico torinese – il “monologo interiore” o “discorso indiretto libero” è sostituito dalla tecnica serrata del “dialogo”: come nella narrativa americana tanto cara a Pavese. Il giudizio di Gioanola non è tuttavia interamente positivo, perché l’assenza di difetti nello stile si accompagnerebbe a suo dire a un tono “monotono e angusto”, “privo di echi e risonanze”: [6] giudizio che non è necessario sottoscrivere.

   È, La bella estate, il racconto della scoperta della vita e della città, a cui Pavese arriva subito dopo la sanguigna vicenda rurale di Paesi tuoi, laddove il fuoco appiccato a una casa da Talino ci richiama il rogo – accidentale – della casa in Tobacco Road (1932) di Erskine Caldwell nella profonda America rurale.[7] (Non è però Caldwell, e nemmeno Steinbeck o Faulkner, l’autore americano che più “gravava sulle spalle” di Pavese al tempo di Paesi tuoi, ma James Cain, con il suo ritmo della narrazione, come lo scrittore stesso avrebbe dichiarato).[8]  È, La bella estate, la scoperta da parte di Ginia, ragazza sedicenne che lavora in un atelier di moda, della città e della vita. All’atmosfera del libro si possono collegare queste annotazioni che nel proprio diario Pavese verga sotto la data del 25 dicembre 1937: “Ricordi come i tuoi sogni di case operaie e limpide, i tuoi corsi alberati su un prato, la tua città fredda sotto le montagne, le insegne al neon rosso di fronte alla piazza delle montagne, le domeniche erranti verso questa piazza, sui selciati, e poi il tuo lacerante sogno di compagnie piemontese-internazionali, di ragazze che vivono sole e lavorano, di plebea eleganza e serenità e poi tutte le tue poesie del primo anno; si sono annichilati per sempre col 9 aprile? Non c’è tutta la tua giovinezza nel cinema e nella piazza Statuto? morta, morta assolutamente?”.[9]

   Questa è la tensione di Pavese verso la città come ambigua-ambivalente ricerca del luogo della civiltà. Così è per Ginia: la scoperta della città e della trasgressione, e anche del sesso. Eccola passeggiare con Amelia, l’amica più grande che per vivere si fa ritrarre nuda: “Se ne andarono al centro, tutte e due senza cappello, seguendo il fresco dei corsi, e per cominciare presero il gelato e leccandolo guardavano la gente e ridevano. Con Amelia era tutto più facile, e ci si divertiva di gusto come se niente importasse e quella sera dovessero succedere le cose più varie. Con Amelia che aveva vent’anni e camminava e guardava sfacciata, Ginia sapeva di potersi fidare. Amelia non s’era neanche messe le calze, per il caldo; e quando passarono vicino a una sala da ballo, di quelle con l’orchestra sottovoce e i paralumi sui tavolini, Ginia aveva paura di dovercela accompagnare. Non c’era mai stata, e trattenne il fiato”.[10] Eppure, la città stessa sembra essere più uno sfondo, una quinta di una vicenda interiore che si gioca in “interni”, tra soffitte di pittori bohémiens, caffè e atelier di modelle.

   Ecco la “bella estate”  come festa, e la vita come una “festa mobile” (per dirla con Hemingway, un autore per certi aspetti non così lontano da Pavese, al di là delle pose vitalistiche dell’americano). Ed ecco anche le donne che vivono sole, prefigurate dalla pagina diaristica citata prima. Ma, per dirla con Piccioni, il racconto di Pavese sembra configurarsi come un “diario dei fatti altrui”,[11]per quel distacco che l’autore vuole mantenere (per esempio, con l’uso della terza persona). E Pavese stesso è consapevole del carattere quasi diaristico di molti suoi racconti, carattere che cerca di sconfessare nella costruzione più complessa degli altri due romanzi della trilogia.

   Le donne sole, dicevamo, come nel terzo romanzo, ma più giovani, appena toccate e non consumate dalla vita. In una Torino non haute ma proletaria: il fratello di Amelia è un meccanico e quello di Ginia, Severino, fa l’operaio del gas. Ma le ragazze se la fanno con i pittori, Rodrigues e il “barbetta” – Ginia però non per il nudo, ma per un ritratto che le deve fare Guido. Con Guido, in città – in una dialettica interna – rispunta la campagna; e Guido, che fa il militare in città, è il più puro del gruppo dei pittori. E così Ginia, camminando nella nebbia, pensa al pittore-militare rientrato per alcuni giorni nel proprio paese: “Anche Guido era in mezzo alla terra scoperta, nelle sue colline. Forse era in casa, vicino al fuoco, e fumava una sigaretta come faceva nello studio per scaldarsi. Allora Ginia si fermò, perché rivide il cantuccio dietro la tenda, così tiepido e buio come ci fosse dentro”.[12] La tenda era il titolo provvisorio del racconto: quello spazio dietro lo studio nel quale Ginia e Guido facevano l’amore. Ma l’assenza della campagna viene rimarcata nelle parole dello stesso Guido che dice a Ginia che nessuna donna in fondo è bella come una collina, e lei non è “mica estate”: lui sta bene solo in cima a una collina.

   Tuttavia, come viene riconosciuto, è Ginia a essere uno dei personaggi più riusciti del racconto, sintesi delle figure femminili che campeggiavano nelle poesie di Lavorare stanca (Solaria, 1936; nuova edizione aumentata Einaudi, 1943): “In lei trovano incarnazione vibrante e commossa i temi della solitudine e del sesso, fondamentali nella ricerca del primo Pavese: […] una costellazione di motivi particolarmente cari al poeta e che qui si coordinano e sintetizzano a dar vita ad una vicenda esistenziale completa, seppur consumata nel volgere di una breve stagione”; [13] e le figure femminili sembrano riuscire meglio di quelle maschili allo scrittore torinese che in esse può raggiungere l’auspicato distacco del narratore pur “raccontandosi” nelle loro vicende. Pure Ginia viene dalla campagna, come Guido, e il suo sguardo rivolto dal basso alla città presta il racconto anche a una lettura sociologica, o socio-antropologica, nella quale il mondo borghese – come sarà più evidente nel resto della trilogia – appare come un ricettacolo di corruzione e di indifferenza, morale ed esistenziale.

   In questo racconto – che pure si vuole a detta dello stesso autore, naturalistico-realistico, e non simbolico come gli altri che nel libro seguono –[14] è possibile rintracciare comunque una dimensione mitica, come fa Furio Jesi, che lega in questa prospettiva i tre romanzi a partire dalla festa mancata seppur proclamata fino dal primo rigo (“A quei tempi era sempre festa”) del primo dei tre, appunto La bella estate: “La dinamica interna dei tre romanzi conduce i giovani dall’innocenza al peccato e poi al sacrificio, che non è espiatorio, bensì necessario secondo una legge morale che non promette future salvezze, ma che offre una dura e fatale virtù a chi si sottopone ad essa”.[15] E già “Nella Bella estate è la coscienza della perdita inevitabile dell’innocenza (di un destino che priva dell’innocenza e punisce); ma si tratta di un’innocenza già precaria, propria di un mondo dal quale è assente la festa, poiché Ginia quando ancora è apparentemente innocente sente già come colpa la propria nudità e sarà sempre ignara della vera innocenza che l’antica festa garantiva nell’orgia”.[16]

 

    3. Il diavolo sulle colline: il ritorno alla campagna e al selvaggio

 

   La campagna che manca, o solo timidamente s’affaccia nello sguardo dei personaggi (Ginia/Guido) de La bella estate, è la protagonista del secondo romanzo, Il diavolo sulle colline, composto dal 20 giugno al 4 ottobre 1948. Tra La bella estate e Il diavolo sulle colline – originariamente Il diavolo in collina – si colloca La casa in collina (con Il carcere in Prima che il gallo canti, Einaudi, 1948), terminato subito prima che Pavese mettesse mano al secondo romanzo della trilogia. Il diavolo “varierà in modi diversi il duplice tema della Casa in collina: il ritorno al passato e l’affiorare del mistero, lasciando alle spalle il problema dell’azione, ormai dichiarato insolubile”.[17] In un’intervista radiofonica del 1950 Pavese definisce questo romanzo come “ricerca paradossale di cosa sia campagna, civiltà cittadina, vita elegante e vizio”.[18]

   Il racconto muove dalla città, ma presto si sposta sulle colline di Torino, per poi inoltrarsi nella campagna più profonda, nel Monferrato, a Mombello, paese di Oreste, e alla quasi adiacente villa del Greppo di Poli, un ricco sbandato: una villa che in realtà è un avamposto della città – e della sua corruzione – in piena campagna: “Al luogo ‘sacro’ in cui vivono i cugini di Mombello” osserva Jesi “si contrappone simmetricamente lo ‘sconsacrato’ Greppo, ove si svolgono feste che sono soltanto la parodia dell’orgia e ove la natura reagisce negativamente all’inserzione di un certo elemento cittadino nella campagna”.[19]  Il diavolo è il resoconto di un “viaggio”, ma anche di una “conversazione tra studenti”, come più o meno lo definisce lo stesso autore.

   Pavese  è uno e trino  nella trilogia “estiva”.[20] Ma lo è anche nel Diavolo, triplicandosi nei tre personaggi per identificarsi più pienamente in uno dei tre che è quasi mediazione degli altri due: “Oreste, lo studente di medicina che crede nella sanità della campagna, e Pieretto, amico della città e dissacratore dei valori tradizionali. In mezzo a loro – quale sintesi virtuale e coscienza del dilemma – un terzo amico narratore anonimo che osserva tutto, tra coinvolto e distaccato, a comporre un triangolo che è la voce delle antinomie interne allo stesso Pavese”.[21] Il narratore osserva a un certo punto: “Sono nato e vissuto a Torino, ma quella sera ripensavo ai viottoli del grosso paese dei miei. In un consimile paese Oreste invece era vissuto e ci sarebbe presto tornato. Tornato per starci”.[22]

   Il romanzo comincia con le conversazioni tra i giovani e il loro girovagare in collina, interrotto dall’apparizione di Poli, drogato, in auto. Il mistero, il selvaggio, il diavolo appunto, è evocato dal grido che lancia in quell’occasione Oreste. Jesi interpreta, come rilevato, il tutto alla luce del mito. Le lunghe camminate: “Le ‘feste’ dei tre romanzi sono le lunghe veglie in compagnia, nelle ore notturne in cui i personaggi si uniscono e continuano a camminare per la città e per la collina, esitando sempre all’istante di lasciarsi, prolungando fino all’alba quell’essere desti insieme che nell’antichità era condizione festiva, ma coincideva con l’attesa e la celebrazione di un’epifania oggi impossibile”.[23] Solo che ora, mette in evidenza Jesi citando anche Kerenyi, non c’è la speranza e la festa ha qualcosa di morto. Kerenyi viene richiamato in causa da Jesi anche a proposito del grido di Oreste[24] alla vista dell’auto di Poli accostata; e il commento fatto dopo da Poli (“Quel grido dell’altra notte mi ha svegliato. È stato come il grido che sveglia un sonnambulo. È stato un segno, la crisi violenta che risolve una malattia”)[25] appare allo studioso torinese come “una palese eredità da Thomas Mann e da Kerenyi: da quella visione di Thomas Mann in cui Kerenyi riconobbe il paradigma della crisi che annuncia la guarigione […], e anche dal discorso di Kerenyi sull’efficacia rivelatrice del grido che rompeva il silenzio dell’iniziazione eleusina annunciando la nascita di un misterioso fanciullo”.[26] (Anche negli altri saggi di Jesi dedicati a Pavese compare la coppia Mann-Kerenyi, e viene sottolineato il debito stesso di pavese nei confronti di Mann). Nel Diavolo però guarigione non c’è.

   Un momento centrale nel rapporto con la natura “selvaggia”, arcaica, è quello del bagno preso da nudi nella conca nascosta di un fiume, a Mombello. È il momento nel quale si tocca il mistero di un mondo perduto, è il tentativo di rivitalizzazione del mito in una “rimitizzazione” però impossibile, rispetto alla quale il bagno nudi è il rito celebrativo. È anche il momento del disagio, della constatazione che questo rapporto con la natura in fondo non è innocente, è la scoperta dell’impossibilità di mimetizzare con la natura la propria nudità: “Nell’afa estuosa della buca vedevo il cielo scolorito del riverbero, e sentivo la terra tremare e ronzare. Pensavo a quell’idea di Pieretto che la campagna arroventata sotto il sole d’agosto fa pensare alla morte. Non era sbagliato. Quel brivido di starcene nudi e saperlo, di nasconderci a tutti gli sguardi, e bagnarci, annerirci come tronchi, era qualcosa di sinistro: più bestiale che umano. Scorgevo nell’alta parete dello spacco affiorare radici e filamenti come tentacoli neri: la vita interna, segreta della terra”.[27]

   Ci ricorda questa conca, con il suo mistero ancestrale, un romanzo di John Steinbeck del 1933, Al dio sconosciuto,[28] con il cui titolo sembra in qualche modo giocare il titolo pavesiano: c’è qui una radura nascosta, in un territorio della California, nel quale James Wayne è arrivato dal Vermont, facendosi poi raggiungere dai fratelli; una radura incantata nella quale c’è una sorgente sotterranea che ricopre di muschio la collinetta che la sovrasta; e intorno a essa ruotano le vicende del protagonista, con la moglie che scivola sul muschio morendo per la rottura del collo, e James che vi torna a tagliarsi le vene, in un sacrificio che propizia il ritorno della pioggia, dopo una terribile siccità, pioggia che bagna e si mescola con il sangue. Ma tutto il libro è pervaso da un rapporto pagano con la natura, a cominciare da un albero, presso il quale James costruirà la propria casa e nel quale il giovane sente la presenza del padre, scandalizzando il sacerdote del luogo e uno dei fratelli, il più bigotto che, spaventato, fuggirà lontano con la moglie.

   Ecco allora questa stessa “temperie” in Pavese. Il sacro non appare però solo nella forma panica della natura. Molte delle conversazioni dei giovani riguardano oltre che l’esistenza, Dio stesso. Franco Ferrarotti, rievocando le sue passeggiate e conversazioni con Pavese, ne mette in evidenza quella che chiama “fede di un non credente”: “Credo lecito ritenere che Pavese fosse, a modo suo, un mistico di tutte le religioni e un credente in tutti i miti”.[29] Pavese, parlando del mondo contadino italiano, non può non pensare anche alla declinazione cattolica del religioso. Tuttavia, come ritiene sempre Ferrarotti, egli si pone se non contro, oltre quella prospettiva: “Pavese sapeva o intuiva che l’homo religiosus non potrà crescere che sulle rovine del monopolio del sacro da parte delle chiese burocratizzate”;[30] piuttosto Pavese s’incontra con Vico nel mito perché “ogni uomo […] si sente oscuramente chiamato a una deità che in origine non gli appartiene. […] E avverte nel profondo un bisogno essenziale di immortalità”.[31] Ma mentre è “oltre” la chiesa cattolica, Pavese è anche “prima” del cristianesimo, come testimoniano pagine del diario di poco posteriori alla stesura del Diavolo: “Prima di Cristo e del Logos greco, la vita era un continuo contatto e ricambio magico con la natura; di qui uscivano forze, determinazioni, destini; a lei si tornava, ci si rigenerava”.[32]

   E nel Diavolo, riguardo al mondo naturale,  possiamo ancora leggere: “Dall’ombra dov’eravamo si vedevano i versanti delle valli, grandi fianchi come mucche accovacciate. Ciascuna collina era un mondo, fatto di luoghi successivi, chine e piane, seminati di vigne, di campi, di selve. […] Il sole, da ponente, dava risalto a ogni minuzia, e anche lo strano corridoio marino, la nube vaga del Greppo, era più tentante del solito”.[33]

   Ed ecco spuntare anche il controcanto “sconsacrato” del Greppo, con la sua ambiguità già sottolineata, che è quella di Pavese stesso, tra mondo contadino, come luogo del ritorno e della memoria, e città, come centro della vita e della cultura moderne. A questo si aggiunge però al contempo la critica della borghesia, qui esercitata sui festini tenuti al Greppo con gli amici milanesi, e che si esplicherà ulteriormente nel terzo romanzo, dando alle pagine di Pavese certe tonalità che ricordano un Moravia, per il resto lontanissimo dallo scrittore piemontese nonché fortemente critico nei suoi confronti.  La polemica contro la borghesia porterebbe Pavese, a detta di Gioanola, ad accentuare in maniera quasi caricaturale l’altro personaggio, Poli, in modo che i tratti fisici e comportamentali diano subito l’impressione di un “vizioso debosciato e irresponsabile”: anche il comfort borghese, con gli oggetti di cui si nutre (grossa auto, i dischi jazz, le sigarette morbide, il gabinetto da bagno, e le orge notturne) serve a costituire un “repertorio” adeguato.[34] Ma il critico torinese fa proprie anche le riserve avanzate da Calvino a proposito di Tra donne sole: Pavese non può fare dei suoi romanzi qualcosa come Il grande Gatsby di Fitzgerald perché non conosce allo stesso modo il mondo del quale vuole scrivere. A Lajolo invece Pavese comunicava di non aver voluto tradurre Fitzgerald perché a sua volta “già intento a scrivere qualcosa su quel metro”.[35] E anche Jesi osserva che la “polemica classista” di Pavese, come la sua adesione al comunismo sono tutt’altro che semplici  e prive di ambiguità[36] (ma tant’è, ciò fa parte della nota spigolosità del personaggio-Pavese, intellettuale non organico)

   La complessità tematica rende il romanzo articolato anche sul piano formale, e meno lineare del precedente. Ciò pure nella grana della voce, che assumerà frequentemente coloriture dialettali, come accadeva nelle poesie. Ma c’è nello stile anche qualcosa del già citato Fitzgerald, nella tecnica narrativa behavioristica (particolari in primo piano, ritmo serrato ecc.), anche se lo sforzo antilirico non sarebbe per Gioanola completamente riuscito e il racconto pavesiano rimarrebbe sempre in qualche misura allusivo”. La forza della scrittura è però anche qui nel dialogo, tanto che i diversi accadimenti del racconto servono a dare ai personaggi il pretesto per parlare: essi sono in quanto parlano.[37] Il loro è un “comportamento “parlato” (Guiducci).

 

   4. Tra donne sole e l’impossibilità del ritorno

 

   L’ambientazione borghese-altoborghese è quella di Tra donne sole, composto dal 17 marzo al 26 maggio del 1949. Nel diario Pavese annota il percorso che lo conduce dalla “magia della natura” e dalla “occhiata ficcata nella collina” a un tema “umano, a “un gioco cittadino e morale”, anche se inizialmente la “fantasia è pigra” (27 febbraio 1949).[38] Però alla fine l’idea va concretizzandosi in un “lavoro pacato, sicuro, che presuppone una solida organizzazione” nel quale lo scrittore intende riprendere La spiaggia, e ciò che ancora chiama La tenda e molte poesie dedicate alle donne in Lavorare stanca (23 marzo 1949), e che si configura quindi come “un gran romanzo”: Pavese ha scoperto“ Che l’esperienza dello sprofondamento nel mondo finto e tragico della haute è larga e congruente e si salda con i ricordi wistful di Clelia. Partita alla ricerca di un mondo infantile (wistful) che non c’è più, trova la banale e grottesca tragedia di queste donne, di questa Torino, di questi sogni realizzati. Scoperta di sé, della vanità del suo solido mondo” (17 aprile 1949).[39] Soddisfatto di aver scritto in così poco tempo, Pavese ha però dei primi dubbi e il sospetto di aver giocato di figurine, di miniatura, senza la grazia dello stilizzato” (26 maggio 1949). Sospetto che Gioanola fa suo.

   Tuttavia, si può assumere quanto del romanzo dice Gianfranco Colombo: “Ma ormai Tra donne sole è una realtà: la concreta espressione di un Pavese che andava masticando l’amaro fiele di un vuoto esistenziale da combattere. In questo senso il nuovo testo rappresenta in modo addirittura crudele il vuoto morale di una generazione e di una certa fetta della società e, nello stesso tempo, raffigura con agghiacciante sicurezza gli emblemi di quella fatica di vivere che porteranno lo scrittore al suicidio”.[40]

   Con il tentato suicidio di Rosetta, si apre il romanzo, che si conclude con la riuscita del nuovo tentativo. Clelia, cresciuta in un quartiere operaio e ormai affermata nel suo lavoro, è appena tornata nella sua città, Torino, per aprirvi un atelier di moda per conto di una ditta di Roma: e nell’albergo in cui pernotta vede portare via il corpo di una ragazza, Rosetta appunto. Partecipando a un veglione, entra in contatto con il mondo della ragazza, che è poi il mondo nel quale vivrà ora lei. Sono infatti vani i tentativi di ritrovare la sua città, come rivela la visita alla merceria di Gisella, dove aveva lavorato da giovane: “M’ero detta tante volte in quegli anni – e poi più avanti, ripensandoci –, che lo scopo della mia vita era proprio di riuscire, di diventare qualcuna, per tornare un giorno in quelle viuzze dov’ero stata bambina e godermi il calore, lo stupore, l’ammirazione di quei visi familiari, di quella piccola gente. E c’ero riuscita, tornavo; e le facce la piccola gente eran tutti scomparsi. […] Maurizio dice sempre che le cose si ottengono, ma quando non servono più”.[41]

 Comunque, “Clelia non è […] la donna che accetta il destino, ma che ancora lo subisce, anche se dentro di lei si svolge la lotta per ottenere quella sicurezza che ha già conquistato nella sua vita di lavoro. La sua debolezza traspare da accenni velati, quasi Pavese non volesse incrinare la saldezza della sua eroina in cui pare voglia identificarsi”, sostiene Gianni Venturi che continua: “La costruzione del personaggio di Clelia è l’estremo tentativo pavesiano di credere ad una vita che umanisticamente possa essere il prodotto delle nostre forze, delle nostre capacità e ancora una volta Pavese deve rifugiarsi nella tematica del mito per ritrovare la risposta al perché della vita”.[42] Clelia dunque non soccombe, e non soccombe perché accetta la sua solitudine.

   A dirci che è comunque impossibile il ritorno al vecchio mondo popolare è  anche l’avventura che Clelia si concede con Becuccio, uno degli operai che sta lavorando nei locali che ospiteranno il nuovo atelier; una tra le varie avventure, come quella, del tutto “meccanica”, con Febo, l’architetto a cui sono affidati i lavori (due rapporti sessuali che ruotano intorno al luogo del suo lavoro: in basso, l’operaio, e in alto, l’architetto).

  Come già detto, Pavese esercita qui una sua critica sociale nei confronti di una vuota borghesia che guarda con sufficienza e senza partecipazione allo stesso suicidio di Rosetta, che anzi è una vittima della perfidia di Momina, legata da un rapporto saffico alla stessa Rosetta: ed è proprio il loro sbilanciato legame la causa del suicidio della giovane (da notare: anche Amelia, l’amica di Ginia nel primo romanzo, è lesbica, ma non tenta di coinvolgere la più giovane in un legame tra donne).

   Se i cardini della vicenda nel Diavolo erano i tre giovani –  Oreste, Pieretto e il narratore (quattro con Poli) –, ora è intorno a un parterre di donne che si snodano le vicende, in una trama che qui Pavese cerca di imbastire con più accortezza elaborando un vero “romanzo”, che qualcuno pure considera il suo migliore, non trovando ovviamente tutti concordi.[43] Le donne sono Clelia, che spera appunto di recitare il suo ruolo di donna ormai realizzata nello scenario della sua città che l’ha vista povera; Momina che “usa la propria disperazione come unica possibilità di sopravvivere e getta intorno a sé, a generose manciate, il veleno della propria nausea di vivere”;[44] Rosetta, la cui fragilità la predispone a essere “la vittima sacrificale di una liturgia pagana”.[45]

   Clelia si sente dunque tradita dalla città e presa/persa in un vortice di solitudine tra un presente in cui non si riconosce e un passato che non la riconosce. In un saggio successivo, del 1945, Pavese stesso descrive la solitudine della/nella città, una solitudine che può annientarci più di quanto farebbe quella provata in un bosco. Sartrianamente, possiamo dire, sono gli altri a nullificarci: “Di fronte a costoro, di fronte alla città, soffriamo sempre, soffriamo a fondo. Scambiamo simboli e parole, scambiamo percosse, ci tendiamo la mano, ci asciughiamo a vicenda il sudore, ma alla fine del giorno, spossati, ci accorgiamo che con noi non c’è nessuno”.[46] Esistenzialisticamente, di un esistenzialismo negativo, la vita appare come assurdità.

   Nel romanzo si intersecano piani diversi. La critica sociale si fa visione esistenziale nella quale l’autore trasferisce se stesso, in una identificazione – lasciando da parte facili equazioni vita- letteratura – tra la propria attività e la propria esistenza. Pavese espone il proprio corpo, come Pasolini, che, alla pari di Moravia, non amava lo scrittore piemontese: un Pasolini lontano eppure a tratti così vicino.

   Come Pasolini, all’inizio de La divina mimesis[47], suo testamento letterario, prefigura quasi nei particolari il suo assassinio, Pavese ci espone, mascherato, il proprio suicidio in una delle pagine più struggenti, l’ultima, della trilogia: “Passò Momina in albergo con l’automobile e mi disse che Rosetta era già a casa, distesa sul letto. Non pareva nemmeno morta. Soltanto un gonfiore alle labbra, come fosse imbronciata. Il curioso era stata l’idea di affittare uno studio da pittore, farci portare una poltrona, nient’altro, e morire così davanti alla finestra che guardava Superga. Un gatto l’aveva tradita – era nella stanza con lei, e il giorno dopo, miagolando e graffiando la porta, s’era fatto aprire”.[48]

   Circolarmente, nel romanzo, il suicidio riuscito chiude il cerchio rispetto al tentato suicidio. Circolarmente, nella trilogia, la festa, cominciata negli atelier dei pittori squattrinati, si conclude con un sacrificio in un atelier d’artista affermato.  

 

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[1] Cesare Pavese, La bella estate, Opere di Cesare Pavese 8, Einaudi, Torino  1982; rispettivamente alle pp. 9, 87 e 217.

[2] Furio Jesi, Cesare Pavese tra mito della festa e mito del sacrificio, in Letteratura e mito, Einaudi, Torino 1968, 1995, pp. 161-176. Questo testo apparve originariamente come introduzione alla ristampa del 1966 nella “Nuova Universale Einaudi” de La bella estate.

[3] Cfr. Elio Gioanola, Cesare Pavese. La poetica dell’essere, Marzorati, Milano 1971, p. 226. Arnaldo Bocelli (“Il Mondo”, 4 marzo 1950), è cit. da Gioanola.

[4] Cfr. Michele Tondo, Invito alla lettura di Pavese, Mursia, Milano 1984.

[5] Idem, p. 106

[6] Gioanola cit.. p. 217, 218 e 226..

[7] Cfr. Erskine Caldwell, La via del tabacco (1932) , tr. it. di Maria Martone, Einaudi, Torino 1953, 1995: vedi in particolare, per il rogo della casa, le pp. 194 sgg. fino alla fine del romanzo.

[8] Cfr. Cesare Pavese, L’influsso degli eventi, incluso nei Saggi letterari, Einaudi, Torino 1968, pp. 222-223.

[9] Cesare Pavese, Il mestiere di vivere (1952), Opere di Cesare Pavese 10, Einaudi, Torino 1982, p. 68.

[10] Pavese, La bella estate cit., pp. 15-16.

[11] Leone Piccioni, Vita e morte di Cesare Pavese in Lettura leopardiana e altri saggi, Vallecchi, Firenze 1951, p. 339.

[12] Pavese, La bella estate cit., p. 60.

[13] Gioanola cit., p. 223.

[14] In una nota del proprio diario, alla data del 26 novembre 1949, Pavese qualifica La bella estate  come “naturalismo” e gli altri due romanzi come “realtà simbolica” (Il mestiere di vivere cit., p. 342).

[15] Jesi cit. p., 165.

[16] Idem, p. 168.

[17] María de las Nieves Muñiz Muñiz, Introduzione a Pavese, Laterza, Roma-Bari 1992, p. 144.

[18] Pavese, Saggi letterari, p. 266 (la Muñiz cita il passo a p. 145).

[19] Jesi cit., p. 165.

[20] Jesi cit. così legge la “presenza” di Pavese nei tre romanzi: “osservatore esterno nel primo, osservatore, ma anche formalmente personaggio nel secondo, osservatore-protagonista nel terzo” (p. 170).

[21] María de las Nieves Muñiz Muñiz cit., p. 145.

[22] Pavese Il diavolo, p. 98.

[23] Jesi cit., p. 163.

[24] “Oreste […] cacciò un urlo. Lacerante, bestiale, cominciò come un boato e riempì terra cielo, un muggito di toro, che poi si spense in una risataccia da ubriaco” (Il diavolo, p. 91).

[25] Pavese Il diavolo, p. 103.

[26] Idem, p. 172. Ricordiamo come Mann  e Kerenyj avessero  avuto modo di confrontarsi in uno scambio epistolare: cfr. Thomas Mann – Carlo Kerenyi, Dialogo, tr. it. di Ervino Pocar, introduzione di Giacomo Debenedetti, Il Saggiatore, Milano 1973 (il volume riunisce due carteggi pubblicati precedentemente in edizioni separate: Romanzo e mitologia e Felicità difficile)

[27] Pavese, Il diavolo, p. 130.

[28] Cfr. John Steinbeck, Al dio sconosciuto (1933), tr. it. di Eugenio Montale, Mondadori, Milano 1946.

[29] Franco Ferrarotti, Al santuario con Pavese. Storia di un’amicizia, Edizioni Dehoniane, Bologna 2016, p. 77.

[30] Idem, p. 81.

[31] Idem, p. 76. 3 aprile 1949, in Il mestiere di vivere, p. 333.

[32] Pavese, Il mestiere di vivere, p. 333 (3 aprile 1949).

[33] Pavese Tra donne sole, p. 149.

[34] Cfr. Gioanola cit., p. 323.

[35] Riferito da Gioanola, p. 326.

[36] Cfr. Jesi cit. p. 173.

[37] Cfr. Gioanola cit. p. 327.

[38] Pavese Il mestiere di vivere, p. 331.

[39] Idem p. 334. i riferimenti precedenti sono alle pp. 331 e 333; la prossima cit. è a p. 336.

[40] Gianfranco Colombo, Guida alla lettura di Pavese, Oscar Manuali, Mondadori, Milano 1988, p. 127.

[41] Pavese Tra donne sole, p. 253.

[42] Gianni Venturi, Pavese, Il Castoro, La Nuova Italia, Firenze 1982 p. 103.

[43] Ma il plot attira l’interesse di un regista, pur particolare, come Michelangelo Antonioni, che nel 1955 ne trarrà un film, Le amiche, il cui titolo sembra sottolineare, au contraire, la dinamica contorta dei rapporti tra le donne di questa storia, che amiche non sono.

[44] Colombo cit. p. 130.

[45] Idem.

[46] Pavese, La selva, in Saggi letterari cit., p. 292.

[47] Pier Paolo Pasolini, La divina mimesis, Einaudi, Torino 1975.

[48] Pavese Tra donne sole, p. 330.

 

in "Capoverso. Rivista di scritture poetiche", 34, Gennaio-Giugno 2019, Omaggio a Pavese, Edizioni Orizzonti Meridionali, Cosenza - a cura di Saverio Bafaro






Interventi di:

Saverio Bafaro                          

Giovanna Frene

Salvatore Violante 

Marco Corsi

Marcello Carlino 

Sergio Pasquandrea 

Giancarlo Pontiggia                                            

Antonio Catalfamo 

Francesco Martillotto 

Vincenzo Guarracino                                                     

Vito Teti 

Franco Pappalardo La Rosa

Demetrio Paolin

Enzo Rega 

Alessandro Seri 

Luigi Beneduci 

Nino Arrigo

Francesca Neri

Luca Mozzachiodi                                                         

Luca Benassi                                                      

Franco Dionesalvi 


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