giovedì 28 giugno 2018

Antonio Gramsci tra critica teatrale e critica letteraria

di
ENZO REGA


 

   Passione mondiale s’intitola l’intervento di Guido Liguori, presidente della International Gramsci Society Italia, che apre lo speciale Global Gramsci che “Robinson” di “Repubblica” (domenica 19 febbraio 2017) ha dedicato ad Antonio Gramsci (1891-1937), “il più citato e forse il più tradotto tra i pensatori italiani”, come scrive appunto Liguori, che parla di “ubiquità del leader sardo nelle università internazionali, nelle scienze politiche e nell’antropologia, nella linguistica e nello studio dei mass media, nella storia e nella pedagogia”; e l’interesse per il suo pensiero va dal Pacifico all’Atlantico, dalle accademie di Rio de Janeiro al King’ College londinese. Un Gramsci global sia geograficamente che per i campi disciplinari attraversati: e non è di secondo piano l’interesse per la letteratura, a cominciare dal giovanile avvicinamento al teatro. Un Gramsci minore, ma non marginale: il critico teatrale, così Fabio Francione intitola l’introduzione a un’antologia di scritti teatrali pubblicati nell’edizione torinese e poi piemontese dell’Avanti!: Antonio Gramsci, Il teatro lancia bombe nei cervelli. Articoli, critiche, recensioni 1915-1920 (pp. 235, € 18, Mimesis, Milano-Udine 2017). Francione ricorda il giudizio di Eugenio Garin per il quale la critica teatrale è un terreno privilegiato perché il dramma permette di tradurre “plasticamente” le contraddizioni sociali più profonde. Torino, dove Gramsci viveva, era con Milano e Roma una delle capitali del teatro, oltre che del nascente cinema italiano, altra forma d’industria accanto alla Fiat. Nel confronto gramsciano teatro-cinema è quest’ultimo a scapitarne, come in fondo accade in Quaderni di Serafino Gubbio operatore di quel Luigi Pirandello che ha un posto di rilievo per il pensatore sardo, in un giudizio altalenante – dalle recensioni teatrali giovanili ai Quaderni del carcere – che non toglie a Gramsci di aver compreso ancora prima di Adriano Tilgher la grandezza del drammaturgo siciliano. E Gramsci ha potuto vedere solo i drammi da Pensaci Giacomino! del 1916 a Come prima, meglio di prima del 1920, passando attraverso Liolà e Il piacere dell’onestà, a proposito del quale formula un giudizio nel quale coglie meriti e ‘demeriti’: “Le sue commedie sono tante bombe a mano che scoppiano nei cervelli degli spettatori e producono crolli di banalità, rovine di sedimenti di pensiero. Luigi Pirandello ha il merito grande di far, per lo meno, balenare delle immagini che escono fuori dagli schemi soliti della tradizione, e che però non possono iniziare una nuova tradizione, non possono essere imitate, non possono determinare il cliché alla moda” (29 novembre 1917).
   Le riserve gramsciane sono messe in evidenza anche da Yuri Brunello nella sua introduzione a Antonio Gramsci, La smorfia più che il sorriso. Scritti su Pirandello (pp. 136, € 16,50, Castelvecchi, Roma 2017), volume che raccoglie le recensioni teatrali e le note nei Quaderni dedicate a Pirandello, ma anche ad autori o tematiche “limitrofe”: Martoglio, Capuana, teatro e cinematografo ecc. Anche questo secondo titolo riprende una considerazione gramsciana. Recensendo Pensaci, Giacomino! (24 marzo 1917), Gramsci scrive: “I personaggi sono oggetto di fotografia piuttosto che di approfondimento psicologico: sono ritratti nella loro esteriorità più che in una intima ricreazione del loro essere morale. È questa del resto la caratteristica dell’arte di Luigi Pirandello, che coglie della vita la smorfia più che il sorriso, il ridicolo più che il comico: che osserva la vita con l’occhio fisico del letterato, più che con l’occhio simpatico dell’uomo artista e la deforma per un’abitudine ironica che è l’abitudine professionale più che visione sincera e spontanea”. Gramsci risentirebbe dunque ancora dell’idealismo crociano che distingue tra “poesia e non poesia”, tra prodotto della conoscenza e opera esteticamente valida: sarebbe invece poesia riuscita Liolà, dramma scritto in siciliano, testo immune da acrobazie intellettualistiche. Il 4 aprile 1917 così lo recensisce: “il Pirandello ha ripensato alla sua creazione, e ne è venuto fuori Liolà; l’intreccio rimane lo stesso, ma il fantasma artistico è stato completamente rinnovato:  esso è diventato omogeneo, è diventato pura rappresentazione, libero completamente di tutto quel bagaglio moraleggiante che lo aduggiava”. Ed è l’uso del dialetto a far considerare Liolà, anche nei Quaderni, il risultato più alto della drammaturgia pirandelliana. Nella recensione del 1917 Gramsci riallaccia l’arte dialettale alla tradizione popolare della Magna Grecia, ai fliàci, agli idilli pastorali, al “furore dionisiaco” della vita dei campi ancora presente nella “tradizione paesana della Sicilia odierna”. La svolta che Gramsci compie nei Quaderni a partire dall’analisi del Canto X dell’Inferno di Dante evidenzia il suo allontanamento da Croce. E nei Quaderni giunge ad analizzare in termini nuovi il dialetto di Liolà. Nella Nota 15 del Quaderno 14 scrive: “Ora pare che, nel teatro dialettale, il pirandellismo sia giustificato da modi di pensare ‘storicamente’ popolari e popolareschi, dialettali, che non si tratti cioè di ‘intellettuali’ travestiti da popolani, di popolani che pensano da intellettuali, ma di reali, storicamente, regionalmente, popolani siciliani che pensano e operano così proprio perché sono popolani e siciliani”. Il dialetto e il “folcloristico” non si riagganciano più al mondo mitico-irrazionale, ma esprimono una dimensione storico-sociale.
   L’intellettuale ‘siciliano’ Pirandello realizza dunque un’opera nazionale-popolare: la letteratura è elemento dell’egemonia culturale, nella quale l’intellettuale è “organico” a un ceto al quale dà voce. È quanto sia a proposito di Liolà che della concezione gramsciana della letteratura evidenzia Marco Gatto, Nonostante Gramsci. Marxismo e critica letteraria nell’Italia del Novecento (pp. 192, € 18, Quodlibet, Macerata 2016): un libro che –  analizzate le posizioni gramsciane, incentrate su una critica letteraria che, senza rinunciare alla propria specificità di analisi estetica, sappia anche essere una generale critica della cultura in funzione dell’emancipazione delle masse popolari – verifica la dissoluzione di tale del paradigma gramsciano tra anni Sessanta e Settanta, quando o non si riesce a superare l’ipoteca idealistico-crociana oppure si rinuncia al senso politico dell’arte e della letteratura anche da parte marxista. Gatto sottolinea il superamento gramsciano della dialettica dei distinti di stampo crociano e fa riferimento alla nota dei Quaderni intitolata Nesso di argomenti, ricordando come il pensatore sardo rimarchi l’eccessiva cultura libresca ed elitaristica di buona parte degli intellettuali italiani, poco inclini a collegarsi a una dimensione concreta e a comprendere la vita popolare: scrittori quasi affiliati a “una casta o un sacerdozio” (Quaderno 12). Di cosa bisognerebbe tenere conto? Ecco: “unità della lingua, rapporto tra arte e vita, questione del romanzo e del romanzo popolare, quistione di una riforma intellettuale e morale cioè di una rivoluzione popolare […]” (Quaderno 21). Gramsci se la prende con il “neolalismo” patologico di poeti come Ungaretti, legati a “un linguaggio personalmente arbitrario” (Quaderno 23), e con il paternalismo di un Manzoni verso gli umili. La conseguenza del distacco tra scrittori e popolo è che la stessa letteratura italiana non è popolare in Italia. In Gramsci, dialetticamente, le contraddizioni “tra una critica letteraria ferma al giudizio meramente estetico e una critica politica che esalti il solo momento storico-materiale dell’opera sono superate (e conservate) in una critica della cultura dinamica e militante, in cui non esistono autonomie ma solo specificità” (Gatto).
   Decisivo in questo è il “ritorno a De Sanctis”, come rileva anche Matteo Veronesi, Il velo di Niobe. Gramsci critico e la catarsi dell’arte, in Envoi Gramsci. Cultura, filosofia, umanismo (a cura di Neil Novello, pp. 175, euro 20, Campanotto, Pasian di Prato, Udine 2017): “Il ‘ritorno a De Sanctis’ caldeggiato da Gramsci in pagine celebri prospettava, appunto, una critica capace di fondere i due aspetti, quello estetico e quello ideologico, il cimento dell’ermeneutica e quello della militanza. […] Riviveva […] quell’idea della letteratura come criticism of life che era stata di Mattew Arnold, e poi di Wilde”. Sempre nel volume Envoi Gramsci, Roberto Salzano (Intorno alle cronache teatrali di Gramsci) evidenzia come il pensatore sardo sia attento al “principio della formalizzazione dei contenuti, che rimane essenziale nell’opera d’arte. Si direbbe che non tanto la conciliazione di contenuto e forma può spiegare la peculiare disponibilità euristico-interpretativa del posizionarsi gramsciano in un’attività di giudizio critico, quanto un’attenzione alle forme del contenuto”, per dirla con Hjelmslev. Salzano richiama l’attenzione anche sull’analisi gramsciana della “vitalità dell’azione umana” che sulla scena si riverbera nel corpo stesso degli attori.
   La centralità gramsciana delle riflessioni sulla letteratura si salda come detto alla questione dell’egemonia, e questa a sua volta a una problematica pedagogica. Riassume Gatto: “Il fine è l’educazione delle masse al riconoscimento morale ed estetico della bellezza. E si tratta di una pedagogia trasparente, lontana dagli inganni dell’egemonia borghese […] il marxismo, per Gramsci è ‘l’espressione di […] classi subalterne che vogliono educare se stesse all’arte di governo e che hanno interesse a conoscere tutta la verità’ (Q 10, 41, 1320)”. Questa autoeducazione popolare non ha nulla del dirigismo sovietico-zdanovista. L’arte non si modifica dall’esterno, ma attraverso un processo di rinnovamento che riguarda la società stessa. L’arte e la letteratura sorgono in modo dinamico dalla cultura e dalla totalità sociale in forme creative soggettive e persino imprevedibili. Sulla scia del fondatore del materialismo storico – è di nuovo Veronesi a sottolinearlo – Gramsci, nonostante la prospettiva storicistica, sottolinea l’eternità dell’arte: “L’eternità della poesia, dice Gramsci (e si ricordi che lo stesso Marx, nell’introduzione ai Grundrisse, doveva pur riconoscere, rileggendo Omero in termini quasi vichiani, che un ‘perpetuo incanto’ continuava a irradiarsi da quegli antichi miti, che essi continuavano a rappresentare un modello, un termine di paragone e una fonte di piacere estetico perenni […]), consiste precisamente nella sua facoltà di ‘suggestione’, che le consente di andare al di là del dato immediato, di trascendere la mera contingenza”. Ciò pone in rapporto più dinamico due altri fondamentali concetti marxiani, quelli di struttura e sovrastruttura: per Gramsci la coscienza degli uomini elabora la struttura in superstruttura in un processo che coinvolge l’autocoscienza dell’individuo come parte, e insieme specchio, della collettività stessa. Ribadire oggi, con Gramsci, l’importanza sociale della letteratura, della cultura, non è cosa di poco conto.



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©L'INDICE DEI LIBRI DEL MESE


Pubblicato in "L'indice dei libri del mese", n. 5, Maggio 2018  


I libri

Antonio Gramsci, Il teatro lancia bombe nei cervelli. Articoli, critiche, recensioni 1915-1920, a cura di Fabio Francione, pp. 235, euro 18, Mimesis, Milano-Udine 2017

Antonio Gramsci, La smorfia più che il sorriso. Scritti su Pirandello, a cura di Yuri Brunello, pp. 136, € 16,50, Castelvecchi, Roma 2017

Marco Gatto, Nonostante Gramsci. Marxismo e critica letteraria nell’Italia del Novecento (pp. 192, € 18, Quodlibet, Macerata 2016

Neil Novello, a cura, Envoi Gramsci. Cultura, filosofia, umanismo, pp. 175, euro 20, Campanotto, Pasian di Prato, Udine 2017




lunedì 25 giugno 2018

Ancora Marx per la riumanizzazione dell’uomo. Il filosofo tedesco attuale anche ai tempi del neocapitalismo finanziario

di
ENZO REGA





L’anno scorso cinquantenario della morte di Antonio Gramsci, avvenuta il 27 aprile del 1937 per le conseguenze della detenzione fascista. Quest’anno bicentenario della nascita di Karl Marx: 5 maggio 1818, Treviri, Germania. Cosa rimane del pensiero dei due comunisti? Gramsci è uno dei filosofi politici più studiati al mondo. Marx era dato per spacciato già negli anni Settanta, paradossalmente proprio nelle ultime stagioni più politicizzate: intorno al 1978, nel suo corso universitario di Storia delle dottrine economiche, lo storico napoletano Pasquale Villani ci ricordava come Marx venisse accusato di essere datato perché aveva analizzato il capitalismo ottocentesco. Ebbene, nel suo libro del 2008, La nuova Londra: capitale del XXI secolo (Garzanti), Marco Niada, ai tempi collaboratore de “Il Sole 24 Ore”, analizzando la situazione della capitale inglese, in quegli anni piazza economico-finanziaria anche più importante di New York - e in relazione all’espansione del neocapitalismo –, si chiedeva: allora Marx aveva torto? E rispondeva di no: quell'espansione portava, marxianamente, le contraddizioni al proprio interno. Contraddizioni esplose nella crisi internazionale dello stesso 2008.
I conti con Marx sono allora tutt'altro che chiusi. Già nel 2009 il giovane e discusso filosofo italiano Diego Fusaro – studioso anche di Gramsci – pubblicava Bentornato Marx! Rinascita di un pensiero rivoluzionario (Bompiani). Fusaro “legge” in termini marxiani anche gli odierni flussi migratori: il capitalismo ha, oggi come ieri, bisogno di un surplus di manodopera – quella che Marx chiamava “sovrappopolazione relativa” o “esercito industriale di riserva” – per tenete bassi i salari. È l'altro volto della delocalizzazione: l'apertura di fabbriche in paesi dove la manodopera costa meno. È sempre vero allora che il plusvalore (il profitto) è pluslavoro, lavoro in più non retribuito. Dunque, bisogna tenere bassi i salari; il che innesca un’altra tipica contraddizione marxiana: produrre sempre di più –  perché per essenza il capitalismo è produzione non di beni ma di merci – per una massa di persone che non ha più la capacità di acquistare. Da qui crisi cicliche di sovrapproduzione, le cui “date” Marx aveva allora previsto. Come intuiva la vocazione alla mondializzazione – oggi diremmo globalizzazione –  del capitalismo.
Marx avrebbe fallito però proprio la sua profezia principale: il crollo definitivo del capitalismo. Il comunismo si è affermato - in forme che forse c’entrano poco con Marx - nei paesi arretrati e non in quelli economicamente avanzati. A parte il fatto che Marx aveva pure previsto che la rivoluzione sarebbe scoppiata proprio in Russia, la tenuta è dovuta alle contromisure prese dal capitalismo che ha “imparato” le proprie debolezze proprio dalle analisi marxiste. Villani, in quel lontano corso universitario, ci sorprese ancora dicendo che c'era chi accusava Marx di essere stato utile alla borghesia, perché con Il capitale del 1867 aveva spiegato ai capitalisti come funzionava, o non funzionava, il capitalismo.
Infine, Marx avrebbe semplificato la società dividendola in due classi sociali, borghesia e proletariato. Ebbene, a quella polarizzazione sembra si stia tornando dalla crisi del 2008 con la riproletarizzazione di ampi strati del ceto medio. E sempre più i lavoratori per le grandi multinazionali sono pezzi accanto ad altri pezzi. La richiesta di giustizia sociale rimane urgente per la riumanizzazione dell’uomo. Il Marx giovane e “umanista” dei Manoscritti del 1844 ci parla anche ai tempi del capitalismo finanziario.

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Pubblicato in "Il Pappagallo. Quindicinale di informazione politica e culturale dell'area vesuviana" (Palma Campania), Anno XXII, Maggio 2018, Numero 399

domenica 21 gennaio 2018

"Secondo Tempo" (Libro Cinquantaquattresimo): numero monografico dedicato a Sebastiano Vassalli



Dal Libro Cinquantaquattresimo della rivista "Secondo Tempo" riportiamo l'inizio dell'Editoriale del direttore Alessandro Carandente, curatore del fascicolo, e l'Indice:

Sebastiano Vassalli (1941-2015), cui è dedicato questo fascicolo monografico di Secondo Tempo, ha sempre ammesso d'aver preso tutto sul serio - ricordiamo en passant che in tedesco ernst significa conflittuale - e di aver ritenuto ogni libro un tassello di un solo mosaico, ogni romanzo un capitolo di un solo racconto che è andato dipanandosi nel tempo; se da un lato si è cimentato intorno al carattere nazionale degli italiani, sempre pronti a dimenticare, a cambiar casacca e bandiera; solo una esemplificazione: nel dopoguerra gli italiani fino a ieri fascisti e dall'8 settembre 1943, giorno dell'armistizio, probi antifascisti; dall'altro ha lavorato nel ricostruire vite di personaggi storici, - matti e irregolari che hanno tribolato non poco durante tutto l'arco della loro esistenza. È il caso di Suor Partenope, al secolo Giulia Di Marco, vissuta nel Seicento; o dell'esposta Antonia, la strega di Zardino, mandata al rogo a vent'anni, ma anche del poeta marradese Dino Campana in cui Vassalli riconosce il suo babbo matto in perfetta filiazione, come Dante si era riconosciuto in Virgilio, eleggendolo a guida oltremondana, per intenderci.

Alessandro Carandente

INDICE

Beppe Mariano - Sebastiano Vassalli: Abitare il vento
Sebastiano Vassalli - Lettera a Franco Capasso
Alessandro Carandente - Vassalli: Napoli, napoletani e dintorni
Intervista a Sebastiano Vassalli
         a cura di Alessandro Carandente
Alessandro Carandente - Yoshua e Giuda: due protagonisti una sola realtà
                                         La mia patria è la lingua italiana
                                        Vassalli e la parola di sette poeti
Giuseppe Pontiggia - Lettera ad Alessandro Carandente
Salvatore Violante - Il sebastian contrario
G. Battista Nazzaro - Per Sebastiano Vassalli
Gerardo Pedicini - Vassalli e il suo babbo matto, Dino Campana
Enzo Rega - L'oro del mondo tra (auto)biografia, carattere nazionale e consapevolezza
Alfonso Cepparulo - Alcune riflessioni sul romanzo Io, Partenope di Sebastiano Vassalli
Carlo Di Legge: L'odio universale e il sensemaking del nulla

"Secondo Tempo"
Libro Cinquantaquattresimo
Numero monografico dedicato a
Sebastiano Vassalli (1941-2015)
a cura di Alessandro Carandente

Marcus Edizioni, Napoli 2017
via Raffaele Viviani, 8
Casella Postale n. 50
80010 Quarto (Napoli)
info@marcusedizioni.it

in copertina: Sebastiano Vassalli, Ex voto, 1978
in quarta di copertina: Prisco De Vivo, Vassalli in bruno e giallo, 2015

all'interno, tra le altre, riproduzioni di lettere autografe di Sebastiano Vassalli


giovedì 11 gennaio 2018

"Il pensiero poetante. Antologia tematica di poesia e teoria": "Il mito" (2017)






Dal nuovo volume monografico di "Il pensiero poetante" (Antologia tematica di poesia e teoria) dedicato a Il mito - a cura di Fabio Dainotti - riportiamo l'inizio della Premessa e l'indice:

PREMESSA

Mircea Eliade, proprio all’inizio del suo Il mito dell’eterno ritorno (1949), dichiara di voler analizzare le società “premoderne” o “tradizionali”, intendendo sia il mondo che viene chiamato “primitivo” sia le antiche civiltà di Europa, Asia e America, culture che hanno espresso nel mito le proprie concezioni dell’essere e della realtà, incorporandovi la propria “filosofia”. Scrive Eliade: “Evidentemente le concezioni metafisiche del mondo arcaico non sono state sempre formulate in un linguaggio teorico, ma il simbolo, il mito, il rito esprimono, su piani diversi e con i mezzi che sono loro propri, un complesso sistema di affermazioni coerenti sulla realtà ultima delle cose, sistema che può essere considerato una vera metafisica” (tr. it. Borla, Milano 2010). Svelati, i miti, rivelano la volontà di questi uomini di individuare la propria posizione nel cosmo, laddove invece, nota Eliade, l’uomo moderno occidentale, erede della tradizione giudaico-cristiana, vuole piuttosto fare i conti con la storia. Ma, pur provenendo da sponde diverse, Edgar Morin, nella sua “critica” autobiografia (Autocritica, 1958), dopo il predominio della ragione strumentale oggettivante (il feticcio della “realtà oggettiva”), ribadisce come la magia, il mito, l’immaginario facciano parte delle “strutture umane”.
Il confronto col mito è dunque, sempre e per sempre, ineludibile.

INDICE

POESIA
Aldo Amabile, Palinodia ultima
Aldo Amabile, Davvero credevi che il mondo finisse
Tommaso Avagliano, Epitaffio per un soldato
Donatella Bisutti, Sciamano
Corrado Calabrò, Il filo di Arianna
Giovanni Caso, Nella scintilla del mito
Antonio Filippetti, Il mio mito
Luigi Fontanella, Di puro sorriso
Luigi Fontanella, In una sala d'attesa
Gianpasquale Greco, Marc'Aurelio (Kairos)
Steven Grieco-Rathgeb, Monologo di Erisychthon
Vincenzo Guarracino, Ballata delle Parche
Giorgio Linguaglossa, La città degli immortali
Luigi Mazzella, Il mito
Ines Betta Montanelli, Non c'è luna stanotte
Ines Betta Montanelli, I miti dell'infanzia
Emanuele Occhipinti, Nostalgia del regno di Crono
Guido Oldani, Parole vere
Guido Oldani, Il modello
Guido Oldani, Le suole
Guido Oldani L'osservatorio
Guido Oldani, Gli uccellini
Laura Sagliocco, Linfe caste di Afrodite

DISEGNI
Michelangelo Angrisani
Corrado Calabrò
Claudio Guariglia
Renato Intignano
Rosamaria Maiorino Balducci

PROSA
Corrado Calabrò, Senso, realtà, mito nella poesia classica
Marina Caracciolo, Il mito di Barbablù dalla favola di Perrault a Gilles de Rais alle "Palinodie" del Novecento
Francesco D'Episcopo, Mitografie letterarie
Carlo Di Lieto, "Il teatro dei miti": l'ultimo Pirandello
Marco Galdi, Il mito di Europa
Emerico Giachery, Ungaretti e il mito
Guido Oldani, L'innominato del realismo terminale
Enzo Rega, Il mito, pensiero poetante
Lorenza Rocco Carbone, Dino Campana, mito e poesia

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Genesi Editrice
via Nuoro, 3
10137 Torino
genesi@genesi.org

per informazioni e richieste
fabiodainotti@libero.it
enzo.rega@libero.it

venerdì 29 dicembre 2017

Ian McEwan, "Nel guscio" (2017)

di 
ENZO REGA




"Tutto il resto è caos" (p. 173) sentenzia al momento della nascita il protagonista 'ventriloquo' - nel senso che lo abbiamo sentiamo parlare, o perlomeno pensare, finallora dall'interno del ventre materno: Nel guscio, appunto, come s'intitola questo funambolico romanzo dello scrittore inglese Ian McEwan ("Dunque eccomi qui, a testa in giù in una donna" è l'esordio a p. 3). Funambolico verbalmente, con un esercizio di scrittura cui oggi si rischia di essere disabituati dalla frequente prosa del sostantivo-verbo-complemento e punto. Funambolico per la registrazione della realtà esterna che il feto protagonista - siamo entrati nel terzo trimestre di gestazione - compie non attraverso un'ecole du regard, ché fuori del guscio non vede se non ombre controsole, ma con un'école d'écoute, grazie all'ascolto dei dialoghi che intorno a lui si svolgono e dei rumori  rivelatori che ai dialoghi si accompagnano; oltre agli spostamenti e alle posture assunte dal corpo che lo ospita. E ancora a proposito di ascolto, il nascituro può mettere insieme un'ulteriore conoscenza del mondo nel quale dovrà fare la propria comparsa grazie ai programmi d'informazione che la madre sente in podcast alla radio. Dalla sua posizione rovesciata - il piccolo è appunto già a testa in giù pronto per la futura espulsione - può rimettere a posto un mondo capovolto e fuori d'asse   con le proprie riflessioni politiche ma anche filosofiche. 
Riguardo al secondo aspetto, ecco come egli 'giustifica' l'importanza della propria attuale posizione, riecheggiando la battuta dell'Amleto shakespiriano che affermava: "Potrei anche essere confinato in un guscio di noce e sentirmi il re di uno spazio infinito - se non fosse la compagnia di brutti sogni" (cit. in esergo):
Vivere confinati in un guscio di noce, vedere il mondo in due pollici di avorio, in un granello di sabbia. Perché no, quando la letteratura tutta, e l'arte, e ogni impresa umana altro non sono che puntini nell'universo del possibile? Quando l'universo stesso potrebbe rivelarsi un puntino in una moltitudine di universali reali o possibili? (p. 56)
Rispetto alla complessità del mondo e al conflitto di interpretazioni che si gioca intorno a dati che sembrerebbero fattuali, ecco come il piccolo è già capace di argomentare - e il riferimento è a quanto potrebbe aspettarsi durante la propria vita a partire dalle nefaste premesse depositate dal secolo precedente:
[...] riusciranno i nostri nove miliardi di eroi a sfangarla senza uno scambio di cortesie nucleari? Pensatela come uno sport di contatto. Allineate le squadre. India contro Pakistan, Iran contro Arabia Saudita, Israele contro Iran, Usa contro Cina, Russia contro Usa e Nato, Corea del Nord contro resto del mondo. [...] Quanto sono decisi, i nostri eroi, a surriscaldare il focolare domestico? Un modesto grado punto sei, proiezione o speranza di un pugno di scettici, basterà a spalancare la tundra a montagne di frumento, ad aprire pittoresche taverne sulle spiagge del Baltico, a popolare di farfalle sgargianti i Territori del Nordovest. All'estremità più cupa del pessimismo, un cambiamento di quattro ventosi ngradi in più alternerà i disastri gemelli di alluvioni e siccità scatenando il tetro maltempo dei tumulti politici. Altra tensione narrativa arriverà da sottotrame di interessi locali: che ne sarà del Medio Oriente, rimarrà preda del suo eterno fervore, si riverserà in Europa trasformandola una volta per tutte? E' ipotizzabile che l'Islam immerga un'estremità febbricitante nel fresco stagno della riforma? O che Israele conceda qualche centimetro di deserto agli sfrattati? Il sogno laico di un'Europa unita potrebbe  dissolversi dinanzi a odi antichi, meschini nazionalismi, catastrofi finanziarie, discordia. O al contrario mantenere la rotta. Io lo devo sapere (pp. 113-114).

Ce n'è di che turbare i sogni, e le veglie, di chi non è ancora nato e che sta per fare l'ingresso in questo casino mondiale. Anche se è vero che, come accade in qualche altra pagina, si possono pure riportare le opinioni di chi, in questo scenario, vuole sottolineare i progressi che la storia ha compiuto in tutti i campi. Un bel guazzabuglio interpretativo, appunto.
Questo è il mondo visto surrealisticamente da un non-nato, ma realistico nei dettagli. Qui vediamo un bambino descrivere l'ingarbugliato mondo degli adulti, così come, in altri casi, la letteratura ha incaricato animali a descrivere l'assurdo mondo degli umani: con il romantico tedesco Hoffmann e, a inizio Novecento, il suo consapevole emulo giapponese Natsume Sōseki tocca ai felini (rispettivamente in Considerazioni del gatto Murr e in Io sono un gatto), e con Bulgakov e Svevo è la volta del migliore amico dell'uomo (rispettivamente, Cuore di cane e Argo e il suo padrone). Solo per fare qualche esempio. Per altri aspetti - e parlando di un autore inglese come McEwan - non si può non pensare al contempo al capostipite del romanzo anglosassone, e insieme dell'antiromanzo, qual è il Tristram Shandy di Laurence Sterne, il cui protagonista, che narra le proprie vicende nasce a metà del romanzo, non prima di aver vreato conflitti tra le persone che lo circondano.
Ma al piccolo di McEwan non tocca solo far prova, così presto, dell'insipienza mondiale: è già il teatrino di casa sua a darne prova, in piccolo (come il mondo inciso in un chicco di riso, potremmo dire riprendendo le considerazioni minimaliste di prima). Ed è questo teatrino che viene ovviamentye messo prevalentemente in scena nel romanzo. Ecco dunque la madre, colei che lo ha in gestazione, Trudy, una bellissima donna non ancora trentenne che in gravidanza pensa bene di affogare nell'alcol le proprie inquietudini e insoddisfazioni; il marito John, poeta mediocre e editore fallimentare o fallito, che attraversa ancora ingenuamente la vita; Claude, amante di lei e fratello di lui, un fatuo immobiliarista che in nulla somiglia al proprio Germano. Nel triangolo, che divenda un quadrato con il nascituro, ci sono due persone di troppo: il piccolo e il padre John, dei quali i due amanti vogliono sbarazzarsi. Ma, maldestri come sono, ci riusciranno? Si lascia al lettore verificarlo, gustando una scrittura ironica nella quale il mondo è tal quale lo percepisce un feto, tra sbalzi, flussi sanguigni, succhi, riflessi del battito materno, interno crocchiare di ossa e cartilagini, così come per il cane di Svevo la realtà si riduceva a odori con i quali orientarsi, o dis-orientarsi. In un caso o nell'altro - McEwan, Svevo - un virtuosistico esercizio di stile non fine a se stesso.


                                                                   Ian McEwan, Nel guscio (2017); tr. it di Susanna Basso,
                                                                                                  Einaudi, Torino 2017, pp. 173, € 18,00




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martedì 28 novembre 2017

EDITORIALE 1 - Ai Balzi Rossi, una metafora

di
ENZO REGA



A metà degli anni Novanta un giorno mi trovai sulla spiaggia dei Balzi Rossi, in Liguria, al confine tra Italia e Francia: per la precisione, comune di Ventimiglia. Il nome viene infatti dal dialetto  ventimigliese Bàussi russi, ovvero "sassi rossi", che poi corrisponde al francese Baoussé-Roussé. Ovvio, in ossequio alla colorazione tipica della pietra del luogo. La spiaggia è ai piedi delle Grotte. Prendere il sole e fare il bagno con alle spalle non solo la storia, ma addirittura la preistoria, è esperienza anche letteraria. E letterariamente mi doveva colpire il nome del "sito", buono ora per un sito informatico. Allora però pensai che sarebbe stato bello chiamare così una rivista cartacea. C'era dietro la comparsa dell'homo sapiens, del quale faceva parte con sue peculiarità l'uomo di Grimaldi, come era stato chiamato il tipo umano cromagnonoide rinvenuto in quelle grotte. Poi c'era questo nome, che nell'italianizzazione suonava appunto balzi. I balzi stessi - evolutivi - della specie umana; i balzi di ciascun essere umano per inseguire aspirazioni e realizzare desideri umani, troppo umani. Poi, questi balzi sono rossi. Un'inaspettata coloritura politica. Sì: i balzi in avanti della specie umana dal punto di vista biologico; i balzi in avanti dell'individuo nella propria fatica quotidiana (ma anche piacere) e i balzi in avanti dell'umanità nel riscatto di tutti. Parole di un tempo, e perse, come quel colore. Il significato di quel colore.
All'estensore di queste note da ragazzo dava un senso di calore  quel colore, il vedere bandiere rosse sventolare al vento. Non nelle piazze e per le parate dei paesi dell'esperimento fallito (anche se pure in quelle occasioni si avvertiva il retrogusto di una speranza andata delusa nella disillusione incombente). Non in quelle, ma in queste piazze dove non aveva la loro vista il senso di una nuova oppressione feudale, ma quello della liberazione. Ecco, il tremito di quando le scorgi passare - e ti sembra trascorra la storia intera - dietro le figure di Totò e Ninetto in Uccellacci e uccellini. Eccomi, ancora quel giovane che per la seconda volta vede quella sequenza e sente un calore d'appartenenza - al popolo si diceva una volta; alla gente, tutt'al più, oggi (per la seconda volta, perché alla prima visione del film il giovane era solo un bambino che non sapeva di bandiere rosse).
In questo, i Balzi Rossi sono anche quell'incisione Equide, cioè d'un cavallo solcato da segni profondi in verticale. Il cavallo è, ancora e di nuovo, il balzo. Su quella pietra rossa. Ma il graffito è anche scrittura primordiale tra arte, conoscenza e magia propiziatoria: il piacere puro della rappresentazione, ma anche il possesso di una baluginante conoscenza  delle cose del mondo (un battezzarle visivamente per incorporarne immagine e concetto in attesa della parola che poi dicesse), e anche un segno che propiziasse eventualmente la cattura dell'animale - averlo davvero come lo si aveva lì, tra le mura che proteggono da un mondo sconosciuto e ostile. Ma anche primordiale lavagna con la quale l'adulto insegna al piccolo cos'è un cavallo. E poi quei segni verticali, segni sui segni. L'inizio di una trama verbale.
Di quel giorno sulla spiaggia non ricordo più nulla, nè ciò che venne dopo né ciò che era stato prima: è rimasta, attraversando circa un ventennio, l'idea di una cosa scritta a cui dare quel nome: I balzi rossi. Eccola, per quello che è.

©ENZO.REGA.IBALZIROSSI.IT