domenica 18 luglio 2021

BARTOLO CATTAFI: LA POESIA COME “PROMEMORIA” DEL MONDO?

 DI

ENZO REGA




 

 

                                                                           1.

 

   Per Giorgio Caproni, che recensisce una raccolta cronologicamente (e non solo cronologicamente) centrale del poeta messinese, tutta l’opera di Bartolo Cattafi aveva il sapore e il colore di un “giornale di bordo”, piena com’è di vocaboli geografici e nautici che però, precisa il poeta-critico toscano, appaiono ben presto magici: il “viaggio-mito” di Cattafi, dunque, non si compie per il solo piacere di viaggiare e di annotare, ma esso, come i vocaboli usati, si fa plastica traslazione “d’un altro viaggio invisibile compiuto molto più addentro del puro visibile […]”.[1] Ma Caproni, già a proposito di una precedente raccolta cumulativa di cinque anni prima, citando Greenwich (Partenza da Greenwich è il titolo di un libro precedente recuperato ora come sezione) sottolineava la “capacità di riprendere il paesaggio ‘visto’ con tal precisione di vocaboli e immagini, da restituircelo non come memoria, ma proprio come espressione viva del tremore esistenziale del poeta e, di conseguenza, nostro […]”.[2] Se non si tratta di memoria, ma di un diario di viaggio che resoconta la vita laddove essa si svolge, allora trova giustificazione, ci pare, usare per la poesia di Cattafi il termine promemoria, cioè come di qualcosa che si raccolga oggi a futura memoria, di una memoria che forse, come si vedrà, finirà per cercare però anche la propria auto-dissoluzione.

   Se assumiamo in tutta la sua portata tale caratterizzazione della poesia di Cattafi proposta da Caproni, tutta la poesia del siciliano appare come un viaggio anche laddove, come tema, esso vada affievolendosi per riemergere in tutta la sua portata proprio alla fine: come se la meta finale,  la morte che si profila, il porto dell’ultimo approdo richiamasse in causa il cammino fino allora compiuto.

 

 

2.

 

   Rovesciando la prospettiva cronologica, vogliamo allora sottolineare la portata del tema proprio nelle ultime raccolte. Qui, nel pieno della malattia che lo stroncherà, anche la tanatologia cattafiana, pur nella maggior astrazione e rarefazione dell’ultima sua modalità poetica che la critica ha variamente sottolineate, acquista una pregnanza biologica concreta e non più meramente teorica, e l’heiddeggeriano essere-per-la-morte si definisce definitivamente (se così si può dire). Emblematico è l’ultimo testo de L’allodola ottobrina intitolato Alla mia ombra, che Stefano Prandi rintraccia come “calco speculare” del Peter Schlemil di Chamisso, però “non privo di affinità con Caproni”,[3] dal quale siamo partiti: “Qualcuno ti cancelli / a mia immagine e somiglianza / ombra scompagnata / che ancora scivoli / vacillante sui muri / sperduta nelle stanze”.[4]

   Il senso dell’inevitabile morte si palesa in Cattafi fin dall’inizio, tanto che la vita stessa ne appare in fondo solo come un’anticamera. Valga lo stesso titolo d’una composizione che posta all’incirca all’inizio de Le mosche del meriggio, appunto Nell’atrio, in attesa, e questi versi: “[…] ignoto è il regno / alba e attesa, crepuscolo di nubi dove Dio / s’annida, come un colombo gutturale. Oscuro è il regno, ospite nell’atrio / mano incerta e straniera stacca al vento / la lampada incostante  […]”.[5]

  E così, se dall’altezza di queste prime poesie, composte ancora nell’atmosfera ermetica e d’un analogismo che volentieri recupera il correlativo oggettivo montaliano, ci spostiamo più avanti, al tempo della svolta (e della “perdita” cattafiana come direbbe Dante Maffia),  e cioè al capolavoro del 1954 rappresentato da L’osso, l’anima con la scarnificazione ed essenzializzazione del linguaggio poetico, ritroviamo ancora tracce della tanatopoetica che stiamo sbrigativamente delineando: “Un battito d’ali su per le vaste / pareti della memoria non ci sottrae / all’ombre che ci seguono […]”.[6]

   Neanche la memoria dunque, pur recuperando lacerti di vissuto, può alla fine sottrarre al destino inevitabile, laddove il canto, il canto poetico stesso, sono cosa d’un attimo (sempre Heidegger diceva che in fondo “essere presenti significa tenersi fermi nel nulla”). È quanto ci dice l’immagine della “allodola ottobrina” nella raccolta omonima del 1979, l’ultima che Cattafi abbia in qualche modo definito in vita, prima della postuma Chiromanzia d’inverno: “S’alzò in volo e canto invece / l’allodola ottobrina / prima che giungesse concentrato  / il piombo undici dieci”.[7]

   Che quella caduta sia la fine inevitabile del volo, o comunque d’ogni percorso che si delinei nella finitudine della dimensione temporale, è testimoniato dalla considerazione d’insieme di due testi dell’ultima fase, anche se nel primo l’atmosfera sembra stemperarsi. Così in Cammino,[8] primo testo de L’allodola, leggiamo:

 

Tu che mi scorri accanto

come un’aquila fedele nel cammino

di volta in volta raddrizzi paesaggi

storte visioni

alle cose imponi

una dolce chiarezza

e l’enigma è sciolto

tutto in un filo

il cammino allungato.

 

   E nel testo immediatamente successivo, Forze:

 

Le linee che da qui scattano

da ogni passo

e serpeggiando scompaiono

forze del mondo oltre la curva

giunte al paio d’arrivo

(ciascuna ha il suo)

Intorno gli s’attorcono

E fanno fiori e frutti

Buttano semi

Melograne d’autunno.

 

 

3.

 

   Queste linee, per Cattafi, sono partite dal punto zero di Greenwich, nella fase vitalistica e materica della sua poesia, quando, per dirla con Raboni, prevaleva ancora la “figuratività” rispetto alla più astratta “figuralità” successiva: lo stesso tema del viaggio, strettamente connesso a luoghi concreti nella prima fase, successivamente una “diversa, disincarnata incarnazione”.[9] Ma, appunto, ritorniamo a questa prima fase, laddove i luoghi, quelli siciliani delle origini o gli altri attinti in una fame cosmopolitica e in una centrifuga forza sradicante, sono centrali nella loro concreta individuazione.

  L’origine e il distacco sono individuabili fin dall’inizio, se L’agave, ricompreso ne Le mosche del meriggio, così esorta:

 

Abbandona la sabbia siciliana, la musica e il miele

degli Arabi e dei Greci,

rompi i dolci legami, questo torpido

latte delle radiche,

discendi in mare regina sonnolenta

verde bestia con braccia di dolore

come chi è pronto al varco; nelle grandi

città, nelle nevi, nel bosco, nel deserto

carovane camminano in eterno;

viaggia assieme all’anima

fredda dei gabbiani

assieme al cuore fecondo del pesce pregno

che arricchisce la rete più lontana

alla mano lestissima di Dio

venuta in volo da un nido di nebbia.[10]

 

   Se qui, tutt’uno, abbiamo il luogo d’origine, il distacco e la fine ineluttabile del viaggio (con l’affacciarsi di quel Dio la cui presenza diverrà poi più forte nelle ultime poesie, possiamo però ristare ancora un po’ con Cattafi nella sua terra. Infatti, nonostante l’esortazione di un  testo collocabile negli anni Quaranta, troviamo frequentemente testi nei quali è richiamata la Sicilia. Nella prima raccolta, Nel segno della mano,[11] la poesia Scirocco in Sicilia recita così:

 

Alle porte del Sud rose dal mare

agavi e capre bivaccano covando

il sangue fatto polvere nei secoli

vecchio odore immobile del mondo.

 

Mezzogiorno su razze dolorose

favola sbarcata come un padre

lamento della sete dei cammelli

ogni ulivo è per te una bandiera

ogni cuore l’arancia ritrovata

ogni donna la cavalla cavalcata.

 

 Nel corso degli anni Cinquanta, in prosa Cattafi esplora lo Stretto di Messina, fino ai borghi montani del messinese, e le Eolie, per poi raggiungere altre man mano più lontane isole: Egadi, Pelagie, Ustica, Pantelleria, e la meno prossima di tutte, l’Inghilterra.[12] Già in questi resoconti giornalistici avvertiamo la doppia forza – centripeta e centrifuga – che caratterizza il moto poetico e esistenziale di Cattafi. Se i luoghi sono concreti, già all’altezza di queste prove, se ne avverte il potere di trasfigurazione, come per lo Stretto di Messina che divide terre vicine e lontane allo stesso tempo: “Talvolta lo Stretto di Messina può diventare oceano incalcolabile, Sicilia e Calabria come due persone che si sfiorino, restando dentro di sé remote, due cose contigue ma lontanissime, nella dimensione dell’essere”.[13] Quel rapporto ambiguo tra le due coste che un  altro scrittore, nato solo poco più in là su quella stessa costa e in quella stessa provincia, annotava: Vincenzo Consolo.[14] Quindi, seppure il fenomeno cosiddetto della Fata Morgana, in giornate di particolare calma e caldo, sembra come in una lente avvicinare Reggio a Messina, e sebbene lo Stretto, al centro del Mediterraneo, come passaggio obbligato della storia, abbia accostato le sorti delle due città, esse hanno poi avuto sorti diverse premute com’erano alle spalle da due terre diverse. Rispetto alle sommosse siciliane, i calabresi avrebbero conosciuto lunghi silenzi rassegnati. La concretezza dei luoghi considerati viene fuori invece in descrizioni paesaggistiche come questa dedicata a una delle Eolie: “Alicudi era un cono modesto, un po’ tronco al vertice, dai suoi fianchi sporgevano neri speroni, lacerando una fitta tessitura di righine verdi, parallele: il tenero orzo ancora in erba, messo a crescere sulle solite terrazze. Basse casette sparpagliate sulle pendici; e altro verde meno tenero dell’orzo, scompigliato, in pieno rigoglio, all’assalto di tutto, dei costoni rocciosi, anche; eriche, fichidindia, rovi; rovi, fichidindia, eriche”.[15] E qui senza dubbio abbiamo più di qualcosa della stessa scrittura poetica di Cattafi:[16] più che un’effusione lirica e arcadica, uno sguardo esatto (ricordiamo addirittura un titolo come Qualcosa di preciso) che porta al gusto dell’elencazione che si sposa a quello dell’immediata reiterazione. Riguardo alla mediterraneità essa diventa ancora più forte se ci spostiamo più a sud: “E Lampedusa era Africa, un brandello di Africa rocciosa, carico di una dolcezza secca e dolente, i cui emblemi più spiccati erano palme macilente, fichidindia polverosi, agavi attaccate alla roccia sbiadita, mentre il mare intorno si muoveva coi suoi colori più freschi. […] Fondali dai 2 ai 18 metri; grotte, grandi scogliere, cadute di fondale, alle volte. Visibilità fino a 12 metri, acqua limidissima. Prati di alghe verdi e di alghe nere. Fondo misto, roccioso e sabbioso; e qui la sabbia è bianca come neve”.[17]

   Ma da questi fondali cristallini dell’estremo sud d’Europa, con gli scatti imperiosi e rabbiosi che gli sono propri, Cattafi è capace di saltare alle brume e alle vere nevi dell’estremo nord del Continente. Per sbarcare a Londra e muoversi nell’Ordinata campagna inglese, per raggiungere, nel suo Viaggio in Inghilterra, il cuore stesso dell’isola britannica del quale, con la stessa esattezza, descrive il paesaggio così diverso: “È molto gentile la campagna nel Warwickshire; con una sorta di selvatichezza tristissima, forte e gentile, lungamente educata dalle nebbie, da un Sole pallido e dalla mano veloce dell’uomo che guida le sue molte macchine agricole. La Natura qui è forte; ed essa è quercia, è mano d’uomo (che non distrugge, deforma e altera quando ne può fare a meno), è stuolo infinito di cornacchie che si alzano e si abbassano per poi ancora alzarsi e abbassarsi, instancabilmente”.[18]

 

 

4.

 

   L’Inghilterra, ecco quindi quella partenza, o ripartenza da Greenweech, da cui prende titolo la seconda raccolta di Cattafi, e da cui possiamo ripartire dunque anche noi. Da qui, dai reportage giornalistici e dai viaggi cattafiani, prende dunque avvio quel “diario di bordo” di cui parlava Caproni. Ma anche le pagine sulle isole siciliane in fondo fanno parte di quel diario di bordo, di quel promemoria, di quel continuo appuntare che indica una letteratura diversa da quella memorialistica (cosa che, come è stato giustamente osservato, non sarebbe caratteristica dell’opera di Cattafi): il promemoria si gioca nel tempo stesso dell’esperienza, non ne è una rievocazione a tavolino.

   La Partenza per Greenwich [19] è così rotta verso un altrove che muove da una citazione melvilliana fatta da quell’Hemingway siciliano che, in qualche modo, era Cattafi che a Hemingway pure somigliava fisicamente. La partenza se è azzeramento è sempre radicale, da un punto zero in fondi si parte, aggiungiamo, anche nascendo. Così, più fondamentale è l’affermazione cattafiana:

 

Si parte sempre da Greenwich

dallo zero segnato in ogni carta e in questo

grigio sereno colore d’Inghilterra.

Armi e bagagli, belle

Speranze a prua,

sprezzando le tavole dei numeri

i calcoli che scattano scorrevoli

come toppe addolcite

da un olio armonioso, in un’esatta

prigione.

[…]

Ed alghe, spume,

il fondo azzurro in cui

pesca il gabbiano del ricordo

[…]

 

   Così, Il treno per Parigi (è il titolo d’una poesia, così come gli altri riportati di seguito in corsivo) diventa “nave allegra”, poi scorrono Lussemburgo, Andorra, San Marino, quindi Dieppe,luglio, dove “una nera nave bolle” e “con suono di memoria” e nuovi pensieri entrano accanto ai vecchi “da portare / in mezzo agli anni futuri”, pur in una sensazione di qualcosa che “il cuore perde sulla soglia”, infatti, come scrive a Lowonsford nel 1952: Il tempo gira sul quadrante, giunge / un segno di nebbia sopra il pino / Il mondo pende dalla parte del freddo”, e a Glasgow, e nello stesso anno, e forse nello stesso viaggio, e forse in quello, o in uno di quelli testimoniati anche nei reportage giornalistici, l’ “ombra / in attesa sul sesto meridiano” scrive ancora: “[…] E addio, / entriamo sotto le stelle, nelle tenebre e in questa / antica, rovente tempesta che aggroviglia / tenere fibre, i fili, la vermiglia / rete che ci tiene” se le “tenebre” giocano con le “tenere fibre”, la “rete” ci appare, nel Cattafi ancora in fuoruscita dall’ermetismo, così montaliana. Il siciliano Cattafi è risucchiato anche dalle atmosfere nordiche e dal loro più sottile fascino, e tutto vuole annotare, rendicontare: “La Birra Guinness ha molte porte scure / sui docks e qualche lume / sparso in un lento / regno di chiatte e di vagoni, / di ruggine lungo il fiume, / dove il cigno e il gabbiano sono amici / col petto bianco puntato contro il fango”. E in una Lettera dal Nord, addirittura da Oslo, sempre nel 1952, ritorna (“Qui ho memorie, ho miniere in cui discendere”) il ricordo del patrio scirocco: “Nella patria lontana lo Scirocco / rovina dai paesi / rocciosi dell’interno, / africa asia posti di colonia”.

 

 

5.

 

   Così, un cortocircuito a distanza di anni riporta Cattafi insieme e alla concretezza dei luoghi e al ritorno, dall’altrove attraversato, alla sua terra. Una sezione de L’aria secca del fuoco ritorna a considerare Lo Stretto, [20] dal quale il poeta, pur andato a vivere a Milano, non riesce a distogliere lo sguardo, ed è tra quelle sponde che egli continua a fare rotta, e questo in fondo è anche il suo stesso Epitaffio, come recita un titolo d’un componimento:

 

Il vero traffico dello Stretto

è portare da questa sponda all’altra

e viceversa mucchietti di miseria

avvolti nel giornale mentre il sole imperversa

come una lapide un epitaffio abbagliante

e le nere navi dello Stato

battono una bella bandiera.

 

   E nel Crepuscolo diventano nitidi i particolari da costa a costa:

 

Ci si vede a distanza

– e di mezzo c’è lo Stretto –

da un pezzetto all’altro

di Bel Paese:

blatte di sera diventano lucciole

le fiat coi fari accesi.

 

    E se ancora, in questa sezione, scrive di Messina, o di Tindari, o dei Peloritani e l’aspromonte che si fronteggiano, con in mezzo, di bel nuovo, lo Stretto dai tempi omerici popolate di fate e mostri, nella stessa raccolta, successivamente, ne La linea di costa il piccolo cabotaggio locale si fa di nuovo navigazion e d’alto mare: ed eccolo qui, Fra la Sava e la Drava o Nelle Shetland, tra i Mercanti di Bergen o Sulle navi vichinghe, e quindi Fra le dorsali dell’Honduras e i rilievi di Hispaniola. Ma di nuovo, il viaggiare ci ricorda che una è la meta:

 

Sulle navi vichinghe

l’acquavite era forte

il salmone e la birra

distribuiti bene

l’amore seguiva

un suo libero corso

molti andavano a pesca di sirene

sbattendo la porta

uscivano dalla vita.

 

   Se qui la secchezza dei versi risente ancora del prosciugamento che s’era operato al tempo de L’osso, l’anima, la scrittura di Cattafi, pur nella modulazioni di varianti, sembra conservare una profonda fedeltà a se stessa almeno nei contenuti. Si tratta, anche stilisticamente, di quella sostanziale “regolarità” di cui parlava Raboni che nella sua introduzione alle Poesie scelte consigliava appunto di leggere, al primo impatto, tutto quel corpus come un’unica ininterrotta poesia. Il che alla fine ci permette di caratterizzare come falso movimento quel ritornare sui propri passi cattafiano, un muoversi “Qui nel cerchio già chiuso / nel monotono giro delle cose / nella stanza sprangata eppure invasa / da una luce lontana di crepuscolo”[21] recita una poesia de Le mosche del meriggio, poesia che si conclude con la parola zero: lo zero da cui si parte e cui si giunge. È il senso di immobilità che alla fine si sente in un movimento che congiunge continuamente due estremi, nord e sud, e che nella loro polarità si annullano, positivo e negativo. E così quel moto a luogo cattafiano sembra in fondo solo un modo per ingannare il tempo nell’attesa ineluttabile di quel nulla. Alla maniera di Kafka che pure viene continuamente ricordato a proposito di Cattafi. O come in Buzzati, potremmo dire, per tornare in Italia.

   È vero forse che Cattafi non fu filosofo. Ma forse è vero che quella voce nettamente poetica di Cattafi è anche distillazione di pensiero. Un pensiero del nulla che però non esista a dar conto continuamente del mondo anche laddove esso va continuamente frantumandosi nelle molecole, negli atomi di cui è composto. In una eterna vicissitudine bruniana.


Pubblicato originariamente in "Gradiva", rivista di poesia italiana della State University at Stony Brook, New York, n. 39/40 - spring/fall 2011.

 

 [1] Giorgio Caproni, “La Nazione”, 16 maggio 1964. Il libro di Cattafi recensito è L’osso, l’anima (Mondadori, Milano 1964).

[2] Giorgio Caproni, “La fiera letteraria”, 1 marzo 1959.

[3] Stefano Prandi, Da un intervallo nel buio. L’esperienza poetica di Bartolo Cattafi, Manni, San Cesario di Lecce 2007, p. 192.

[4] Bartolo Cattafi, ora in Ultime, Edizioni Novecento, Palermo 2000, p. 167.

[5] Ora in Bartolo Cattafi, Poesie scelte (1946-1973), a cura di Giovanni Raboni, Oscar Mondadori, Milano 1978, p. 46. Raboni ha poi curato con Vincenzo Leotta anche il volume cattafiano Poesie 1943-1979, uscito prima nello Specchio Mondadori nel 1990 e poi negli Oscar nel 2001. Noi qui però citeremo dal volume del 1978.

[6] Bartolo Cattafi, Poesie scelte cit., p. 69.

[7] Bartolo Cattafi, Ultime cit., p. 83. Il corsivo è di Cattafi. Stefano Prandi mette in evidenza come anche qui torni Montale: il poeta genovese nel Il gallo cedrone già aveva corretto il mito romantico-shelleyano che paragona il volo all’ispirazione; la conclusione è invece la caduta. Cfr. Da un intervallo nel buio. L’esperienza poetica di Bartolo Cattafi, Manni, San Cesario di Lecce 2007, p. 182. È lo stesso Prandi a citare, nel prosieguo del discorso, i versi a cui subito avanti facciamo riferimento nel testo.

[8] Bartolo Cattafi, Ultime cit., p. 21 e poi p. 22.

[9] Giovanni Raboni, Introduzione a Poesie scelte cit., p. 19.

[10] Bartolo Cattafi, Poesie scelte cit., p. 47.

[11] Bartolo Cattafi, Nel centro della mano, Edizioni della Meridiana, Milano 1951. Le cit. successiva è tolta dalla p. 35. Essa è ripresa anche da Paolo Maccari, Spalle al muro. La poesia di Bartolo Cattafi, Società Editrice Fiorentina, Firenze 2003, p. 64. Maccari, come noi dopo, pone in relazione i testi poetici con gli scritti giornalistici dedicati alla Sicilia (Ibid., passim).

[12] Cfr. Bartolo Cattafi, Le isole lontane, a cura di Nino Sottile Zumbo, introduzione di Paolo Maccari, GBM, Messina 2008.  Gli articoli qui raccolti erano usciti in varie pubblicazioni: “Italia nostra”, “Pirelli”, “L’Ora”. Interessante ricordare la giovanile, e inedita, Silenzio delle isole risalente al 1944: Nella pacata fissità di nubi / fu il giorno un rosa / lontano ad occidente, / ove agitavo un sogno, / e ne la febbre / beata, brividendo, / come l’acque correnti 7 a foce, a colorirsi fatue, / vidi l’isole d’oro tacitarsi, / tramutarsi in azzurro / sospeso lembo, di silenzio, a sera. // Da questo fioco lido addormentato / rivolta lento il sasso / cantilenante flutto /  reiterato”. Stilisticamente diversa dalla successiva voce cattafiana, nonché dai testi in prosa a cui la colleghiamo. Maccari, che la riporta nel suo libro cit. (p. 30) tende a collegare il vitalismo e il barocchismo mediterraneo di Cattafi a Federico Garcia Lorca piuttosto che a altrinomi siciliani, come quello di Quasimodo, che pure sono stati fatti (cfr. poi in  Maccari cit.,p. 63).

[13] Bartolo Cattafi, Le isole lontane cit. p. 19.

[14] Cfr. Vincenzo Consolo, Vedute dello Stretto di Messina, Sellerio, Palermo 1986; ora in V.C., Di qua dal faro, Oscar Mondadori, Milano 2001: Consolo chiama in causa direttamente Cattafi e cita il passo da noi stessi chiamato in causa subito prima nel testo (nell’ediz. Mondadori a p. 78). Meno di settanta chilometri separano la Barcellona Pozzo di Gotto di Cattafi dalla Sant’Agata Militello di Consolo: solo che quest’ultima è più lontana dallo Stretto, situata com’è più verso Palermo.

[15] Bartolo Cattafi, Le isole lontane cit., p. 43.

[17] Ibid., p. 61

[18] Ibid., p. 108.

[19] In Poesie scelte questa sezione occupa le pp. 48-58.

[20] Bartolo Cattafi, L’aria secca del fuoco, Mondadori, Milano 1972. La sezione Lo Stretto a cui facciamo rifermento è alle pp. 109-116 di Poesie scelte cit.

[21] Bartolo Cattafi, Poesie scelte, p. 63.


sabato 17 luglio 2021

"Dizionario critico della poesia italiana" a cura di Mario Fresa




Questo volume rappresenta un tentativo di ricognizione che non può essere esaustiva in un territorio magmatico come quello della poesia contemporanea, ancora più magmatico quando ci si avvicina ai nostri giorni. Il curatore, nella sua Premessa iniziale, specifica: "La scelta dei nomi inclusi è stata vagliata con una certa larghezza ma, naturalmente, non può essere considerata definitiva nè completa: sarebbe stato impossibile, d'altronde, censirentutti i rappresentanti della poesia italiana composta e diffusa dal '45 ad oggi, anche solo stimando la cospicua entità e la continua 'fluidità' di un materiale così vasto e complesso, per non dire inesauribile". Uno strumento dunque che, insieme ad altri - dizionari o antologie - può contribuire a dare indicazioni e informazioni sui tanti che scrivono in versi nel nostro Paese. Di per sé è un'operazione ampia, che ha richiesto il lavoro di un cospicuo numero di redattori e un lavoro di raccordo da parte del curatore, un lavoro durato anni. Il lettore quindi avrà un ampio ventaglio di nomi che permetteranno di ricostruire una parte significativa del lavoro poetico dal secondo dopoguerra a oggi. Un'opera impegnativa per la quale va ringraziato Mario Fresa, che a mia volta ringrazio per avermi coinvolto.
A questo tentativo ho infatti partecipato anch'io con la redazione di alcune schede.

RIPORTIAMO QUI LA BANDELLA  DEL VOLUME

  

 La poesia del secondo Novecento è un indiscutibile caposaldo del patrimonio culturale italiano. Ma chi sono i suoi più incisivi e «storici» rappresentanti? Questo dizionario intende essere una guida per conoscerli e per studiare i loro testi, offrendosi come uno strumento di ricerca, di consultazione e di approfondimento: in circa duecentocinquanta schede, alcune delle quali non lontane da veri e propri saggi brevi, è qui presentato, con ampiezza di analisi critiche, di informazioni biografiche e di citazioni di versi, un esauriente quadro d’insieme e un’articolata rassegna delle figure, delle opere e delle correnti più significative della poesia italiana degli ultimi decenni.

Il lettore vi troverà notizie e ragguagli critici non soltanto sui poeti più noti e conosciuti, ma anche su nomi e su libri di scarsa circolazione, spesso immeritatamente trascurati o sottovalutati. 

 Una guida ricca e preziosa, realizzata da un gruppo di oltre cinquanta specialisti, che racconta le vivaci e complesse vicende della poesia italiana contemporanea, partendo dal 1945 per concludere con un’attenta ricognizione delle tendenze più attuali della nostra giovane poesia.


 DIZIONARIO CRITICO DELLA POESIA ITALIANA 1945-2020 a cura di MARIO FRESA, SOCIETA' EDITRICE FIORENTINA, FIRENZE 2021, pp. 212, € 25,00

martedì 22 giugno 2021

Pasquale Matrone, "Per favore, spegnete quella luce"

 di ENZO REGA





Il titolo di questo libro di Pasquale Matrone, Per favore, spegnete quella luce (CEDAM, 1999), rovescia il titolo di un libro del 1950 del conterraneo Domenico Rea, Gesù,  fate luce (Rea era nato a Nocera Inferiore; Matrone, ormai stabilmente residente in Toscana dopo lunghi anni di insegnamento, è originario di Pompei).

Come quello di Rea, anche il libro di Matrone pratica con sapienza la nobile arte del racconto. Sono venti i racconti brevi che Matrone raccoglie qui, destinandoli agli studenti come lettura scolastica ma parlando in realtà a tutti: e ne sono protagonisti appunto ragazzi con i loro insegnanti, genitori, nonni. Se i testi di Rea si muovono tra tragico e comico, quelli di Matrone esplorano i confini tra reale e fantastico, iscrivendosi, come viene detto nella prefazione, nel genere del "verosimile fantastico". 

Se talvolta, nella rigorosa costruzione della quale l'autore si rivela maestro (il racconto breve non richiede meno capacità della composizione di un romanzo, anzi), la narrazione parte e torna alla realtà,  dopo lo sconfinamento nell'immaginario fantasioso, in altri casi il finale ci lascia invece in piena dimensione fantastica.

L'autore, oltre che della costruzione, si mostra padrone della scrittura, con l'uso di una lingua che seppure vuole in alcuni casi avvicinarsi al parlato dei personaggi protagonisti delle vicende, conserva un alto e nello stesso tempo misurato tasso di letterarietà. 

Pur rivolgendosi agli studenti, Matrone non disdegna argomenti spinosi e non cerca soluzioni consolatorie. E nemmeno si affida a facili moralismi. Il senso morale si coglie nell'insieme dei racconti. Può  essere, sì,  talvolta più esplicito, come accade proprio nel racconto eponimo che appunto dà il titolo al volume. Se il richiamo alla luce nel libro di Rea che abbiamo nominato è  da intendersi come desiderio di uscire dalle miserie della vita da parte dei personaggi delle vicende quotidiane lì narrate, la "richiesta" opposta avanzata dal titolo del racconto eponimo di Matrone, e di conseguenza da tutto il libro, è  invece quello di mettere in mora le tante luminarie che ci frastornano per potersi raccogliere intorno a ciò che è  invece essenziale, come fanno i personaggi di questo racconto, che è  il penultimo della raccolta, la quale si chiude poi con un testo che evoca una universale dimensione spirituale di sapore buddista. 

Ma c'è anche il sapore del passato, nella rievocazione che spesso compare nel libro di un tempo altro, che è  più quello dell'infanzia dell'autore e meno quello dei giovani lettori che quindi sono portati ad alzare il proprio sguardo dalla dimensione della propria quotidianità verso un "altrove" - che è  anche quello della dimensione fantastica che appunto caratterizza queste narrazioni.

Ma forse il tempo non esiste, se non nella nostra coscienza, come diceva sant'Agostino, e dopo di lui Bergson: un pensiero questo esposto, in uno dei racconti, con garbo dall'autore, senza fare i nomi dei filosofi in questione, ma traghettando nelle giovani menti, e in quelle dei lettori di qualunque età, il frutto di questi pensatori. 

Così  come ormai da tempo si propone la Kinderphilosophie, ovvero la filosofia rivolta ai bambini e ai ragazzi prima che ne cominci l'insegnamento istituzionale al triennio dei licei. Un altro dei meriti di questo libro che alla soglia del nuovo millennio ci ha regalato Pasquale Matrone, un libro che ora può  essere reperibile solo nelle biblioteche o nelle librerie di remainders, magari online (come ho fatto io).

martedì 6 aprile 2021

Francesco Biamonti: Ricordando l'angelo del ponente ligure

 

di

ENZO REGA




 A un anno dalla morte di Francesco Biamonti (1928-2001)pubblicavo questo ricordo nel quotidiano di Avellino "Piazza Libertà", ripreso nel mio volume Derive mediterranee (l'arca e l'arco, 2012). Lo ripropongo ora a venti dalla scomparsa ddello scrittore di San Biagio della Cima.

“Spesso alla sera, durante la degenza,  aveva pensato al vento che precede la notte, dopo che il giorno con un piccolo scarto di luce, più spoglia o più velata, ha annunciato la fine. Le onde all’orizzonte sempre alto si mettevano a scorrere, trascinate dal sole”. Questo è l’incipit dell’ultimo romanzo che ci ha lasciato Francesco Biamonti, lo scrittore ligure scomparso un anno fa, il 17 ottobre. Un inizio già presago della fine, anche se qui si parla della conclusione del giorno. Ma, letto col senno di poi, appare come un congedo nel quale compaiono, in lascito, gli elementi materici fondamentali, essenziali, della sua scrittura: il vento, la notte, la luce, il mare, il sole, la sera. Già con questo breve assaggio è possibile apprezzare la grana della sua voce: la screziatura lirica che non ostacola il dispiegarsi della narrazione. Biamonti sapeva raccontare, far procedere una storia, tenendo alto il livello poetico della prosa adoperata. Qualcuno ha parlato ovviamente di “poème en prose”, per ascrivere questa caratteristica stilistica in una “tabula” dei meriti o dei demeriti, a seconda dei casi e delle preferenze del critico. A ogni modo, per noi che amavamo (che amiamo) questa scrittura, essa era (è) un esempio di come si possa scrivere del nostro mondo – di cui parlava costantemente Biamonti – senza scendere a compromessi con la trivialità della chiacchiera quotidiana e con la sua lingua logorata da un uso maldestro. Ricordo che una volta, venuto a Bergamo, dove io vivevo allora, per la presentazione dell’ultimo suo libro a Villa d’Almè, organizzata con Corrado Benigni, si chiedeva – chiedeva a Giorgio Martini che accompagnava lui e Marco de Carolis in auto – come potesse scrivere dell’“autogrill”, senza usare questo termine.

   In quell’occasione, con Marco, nella primavera del 1998 avevamo appunto presentato il suo libro. Ma, grazie a Marco, avevo conosciuto Biamonti in Liguria, nel paese dove era nato e dove abitava, a San Biagio della Cima, nell’entroterra di Ventimiglia, in quel tratto di costa ligure di Ponente che era stato di Italo Calvino, e che ora vede muoversi Nico Orengo. Orengo, fu lui a proporre a Calvino il primo libro di Biamonti. Di questi contatti rimane traccia nell’epistolario calviniano: “Caro Signor Biamonti – scriveva infatti Calvino da Roma il 21 ottobre 1981 – Nico Orengo mi ha dato il manoscritto del Suo romanzo ‘L’Angelo di Avrigue’. L’ho letto con molto interesse, contento di trovare una personalità di scrittore nuova e inattesa”. E, ancora, rispetto al carattere specifico della sua scrittura: “Il lirismo del linguaggio ha la sua efficacia […]. Quello che Lei vuole fare è una cosa molto difficile: dare al linguaggio la concretezza d’un lessico molto preciso (nelle cose della campagna come nei nomi delle stelle) e insieme un alone di vibrazione lirica”. Anche se poi lo scrittore sanremese avanzava qualche rilievo critico. Ma continuiamo a presentare l’opera di Biamonti con le parole di Calvino, che possono valere pure per le opere a seguire: “Quello che il Suo romanzo è riuscito a rappresentare, credo per la prima volta, è un’immagine della Liguria che comprende insieme la vita agricola dell’entroterra, dura e aspra e povera, e il modello di vita facile della Riviera che ora prende l’aspetto tragico della droga come consumo di massa”. Tre osservazioni a partire da qui. Primo: nelle case editrici, allora (inizio anni Ottanta) c’erano, a prendere decisioni, scrittori del calibro di Calvino che sapevano davvero leggere “i libri degli altri” e scegliere in base a considerazioni di carattere letterario. Secondo: la critica di certi aspetti della vita della costa e comunque dei guasti della “modernità” era tema caro anche allo stesso Calvino (si pensi a “La speculazione edilizia”) e ora lo è per Orengo (vedi ad esempio il suo recente “La curva del Latte”). Terzo: nell’elenco delle parole-chiave della letteratura di Biamonti, fatto in apertura, manca ancora il riferimento agli ulivi (quegli “ulivi incielati”, come li chiama ne “Le parole la notte”: “Che ne sarà un giorno dei miei ulivi con la loro purezza francescana? E dei loro licheni, delle loro muffe? Lavorano notte e giorno, sotto il sole e le stelle per aggiogare la terra al cielo”); e vanno ricordati i terrazzamenti tipici dell’agricoltura ligure, le pietre di una natura che si presenta scabra e spigolosa, i sentieri che si inerpicano nell’interno, e che servivano (servono) anche ai “passeur” per condurre i clandestini oltre la vicina frontiera francese. Anche gli immigrati, arabi, neri, popolano i libri di Biamonti. E bisogna aggiungere un altro punto. Quarto: la lettera di Calvino è dell’81, il primo libro di Biamonti di cui si parla è uscito nel 1983 – e Biamonti era nato nel 1933. Un tardo esordio, dunque, a cinquant’anni, dopo una vita passata a coltivare campi, con parentesi sindacali; ma anche in seguito Biamonti ha pubblicato poco, solo altri tre libri. Tutti frutto di una lunga decantazione e di un lavoro di essenzializzazione. Francesco sembra aver passato il tempo più che a scrivere, a sfrondare, limare, ripulire i suoi testi. Avevo detto, nell’occasione bergamasca, che mi veniva fatto di ricordare quanto Leonardo Sciascia, altro autore mediterraneo, a sud, aveva scritto nella postilla a “Il giorno della civetta”: qui Sciascia si scusava di non aver avuto tempo per rendere più breve (più essenziale) il suo già scarno romanzo. Biamonti questo tempo se l’è preso. Il dispiacere rimane a noi di poter leggere e rileggere i soli quattro libri che alla fine ci sono rimasti. So che stava lavorando a un nuovo romanzo che – mi diceva – voleva differenziare dagli altri, stando, così si esprimeva, più a ridosso delle cose. Non so cosa intendesse. Due giovani ricercatrici genovesi, mi informa Marco de Carolis, stanno esaminando le carte che ha lasciato: vedremo cosa verrà fuori. Per interessamento, fra gli altri, di Francesco Improta, docente napoletano immigrato a Ventimiglia, sta poi nascendo l’associazione degli “Amici di Francesco Biamonti” (presso il Comune, piazza 4 novembre, S. Biagio della Cima – Imperia).

   Tornando a me, che un poco e purtroppo per poco fui suo amico, ho incontrato Biamonti un’altra volta a San Biagio, sempre intorno a qualcosa da mangiare e da bere, il Rossese delle sue terre. Parlare con lui significava fumare il fumo delle sue mille sigarette (di questo si è ammalato). Ecco, di fronte a te, il suo volto rugoso con i capelli immacolati e gli occhi blu (li ricordo blu, azzurri; qualcuno ha scritto che erano del colore dei suoi ulivi) era immerso in una nuvola – nella quale sembrava sperso anche lui a rintracciare il filo d’un pensiero – e da questa nuvola usciva il suono delle sue parole, con una voce roca che ricordava quella di Ungaretti, e bassa, per cui dovevi farti più vicino possibile per non perdere nulla dei suoi riferimenti che andavano dalla letteratura (un amore in particolare, ricambiato, per la Francia dove qualcuno lo considerava “il” più importante scrittore italiano allora vivente) alla filosofia, nella quale, diceva, era solo un dilettante. E la pittura e la musica: Cezanne, Debussy, Messiaen. E inevitabilmente snocciolava il suo pessimismo, da antico moralista (da moralista antico). Nell’incontro di Villa d’Almè, alla domanda di una ragazza che chiedeva cosa sperare nel futuro, era stato particolarmente drastico, e negativo, nel rispondere. Poi ci aveva chiesto se aveva esagerato, ma era quello che pensava. In un incontro organizzato da Improta al Liceo classico di Ventimiglia nel ’93, all’uscita del secondo libro (la trascrizione di domande e risposte si può ora rileggere nel numero speciale di ottobre de “La Gazzetta di San Biagio”, il suo paese), ugualmente gli veniva chiesto se davvero dai giovani non c’era nulla da aspettarsi, visti i ritratti negativi che Biamonti ne dava, e lui rispondeva che non si trattava di un giudizio inappellabile, ma per ora la realtà era quella. La sua prosa, cristallina anche nel parlare del dolore (la trasfigurazione della bellezza è comunque all’opera in una creazione artistica), non lascia intendere che sia così cupo questo fondo notturno, che viene pienamente fuori, fascinoso e inquietante, nell’incontro personale. Quando, venendo dalla mia periferia esistenziale, ho conosciuto Biamonti ho pensato: ecco uno scrittore, “lo” scrittore.

martedì 16 marzo 2021

Francesco Biamonti: venti anni senza

di 

FRANCESCO IMPROTA






  In quel non esser lì che da sempre ti abitava; nel chiarore dello sguardo intriso d’innocenza implacabile come lo è la verità; nella pietà silente del sorriso… ti sei sparìu.

   Con queste parole Luigi Bonalumi, intellettuale, letterato e amico di vecchia data, salutava la scomparsa prematura (17 ottobre 2001) di Francesco Biamonti. Sono trascorsi venti anni da quel giorno e il vuoto per la sua dipartita si avverte sempre di più. Il mondo appare depauperato d’intelligenza, di sensibilità, di poesia e persino della sua voce, una voce bassa e velata, capace di affascinare l’uditorio e tenerlo inchiodato alle poltrone. 
   Francesco Biamonti (3 marzo 1928) è nato ed è vissuto nell’estremo Ponente ligure dove ha ambientato tutte, o quasi, le sue storie di varia umanità raccolte nei caffè e nei locali della Riviera, frequentati da lui, nottambulo impenitente, con una certa assiduità. Brandelli di vite vissute, intrise di solitudine, di tristezza e di angoscia, che poi ricuciva nei suoi romanzi attraverso impasti cromatici e bagni di luce che rivelano in lui una non comune conoscenza pittorica, corroborata dall’esercizio della critica d’arte e dalla costante frequentazione di pittori qualificati: Enzo Maiolino, Giancarlo Cazzaniga, Sergio Gagliolo, Sergio “Ciacio” Biancheri e soprattutto Ennio Morlotti. Si tratta a ben guardare di un paesaggio verticale, fatto di rocce scoscese, di dirupi e di vegetazione mediterranea (agavi, lentisco, ginestre spinose, cisti “vellutati e fragili”), dove la luce rotola a blocchi prima di alzarsi in cielo come un volo di colombe o tuffarsi in un mare blu cobalto o di piombo fuso a seconda delle stagioni. È una terra, la Liguria, che per la sua particolare conformazione geografica assomiglia a una zattera sospesa tra il mare e il cielo, una zattera pronta da un momento all’altro a prendere il largo o meglio ancora il volo, come dice Biamonti. In questa terra dove i colori non si percepiscono solo mediante la vista ma anche tramite l’olfatto, e gli odori passano necessariamente attraverso gli occhi, penso ai vasi di basilico che occhieggiano dai davanzali delle finestre o ai cespugli di lavanda che al tramonto si confondono con il viola della magic hour, in questa terra Biamonti ha trascorso tutta la sua esistenza fino a quando nell’ottobre del 2001, consumato da un cancro ai polmoni (era un fumatore accanito e impenitente), se n’è andato prematuramente nel pieno delle sue energie psicofisiche. Da San Biagio della Cima, dove Francesco ha vissuto in una casa che in passato era un fienile e che egli aveva trasformato nel suo rifugio e nella sua officina di scrittore, il mare non si vede, lo si intuisce soltanto nella luce del crepuscolo. All’alba e al tramonto, infatti, sulle colline circostanti, nel trascolorare della luce, si vedono, riflesse, striature di oro e di rosa che provengono dalla marina. E quando soffia il vento nell’entroterra arriva anche il fiato, il respiro del mare che apre dimensioni sconosciute e inesplorate dove non solo lo sguardo ma anche la mente s’inabissa, per un “eccesso di luce e di storia” che lo rende pieno di crepacci, di ombre segrete e misteriose, eppure adamantine come ha detto giustamente un critico francese. Il mare per Biamonti è più una categoria dello spirito che una realtà da vivere e da praticare e “a guardarlo a lungo, ci ossessiona, … proprio per il suo sciogliersi nell’eterno e nel nulla”.
   Più che le ascendenze letterarie, che sono da rintracciare nella cosiddetta linea ligure (M. Novaro, G. Boine, C. Sbarbaro, E. Montale) o nella poesia della vicina Francia (P. Valery e R. Char) nella sua narrativa mi preme evidenziare in particolare tre elementi: la luce, il mare e il silenzio. La luce inconfondibile del Mediterraneo, di cui Biamonti con straordinaria sagacia sa cogliere le molteplici epifanie, è quella a cui si abbevera la sua scrittura fatta di soprassalti e di baluginii: una luce che si presenta ora laminata e tagliente, capace di incidere le colline, di scorporare lo spazio e di dissolvere il tempo, la cui durata è tutta interiorizzata, ora soffusa e trasparente capace di avvolgere e di proteggere le chiome argentate degli ulivi, a lui tanto cari; talvolta le sue pagine sono splendide architetture di sola luce ed è tale lo stupefacente lirismo che le sottende da richiamarci alla mente alcuni passi del Paradiso dantesco. Non ci devono, pertanto, meravigliare le due terzine (Paradiso, canto II vv.1-6) con cui Biamonti apre le sue bellissime e profonde riflessioni nel video Biamonti e il mare

   O voi che siete in piccioletta barca, // desiderosi d’ascoltar, seguiti //dietro al mio legno che cantando varca, // tornate a riveder li vostri liti: // non vi mettete in pelago, ché, forse // perdendo me rimarreste smarriti.

   Il mare, di cui Biamonti amava cogliere il “palpitare lontano di scaglie” per dirla con E. Montale e “i diamanti di minutissima schiuma” volendo citare P. Valery, rappresenta una promessa di conciliazione e di pace nei primi due romanzi, L’Angelo di Avrigue e Vento largo, una promessa insidiata comunque dal mal del ferro di cui soffre Gregorio, marinaio alquanto improbabile; in Attesa sul mare, invece, Biamonti dice testualmente: “L’angelo del male planava anche sul mare… il mare non riesce più a purificare i cuori” e negli ultimi due romanzi (Le parole la notte e Il silenzio) mare e terra diventano due mondi separati: l’uno è l’abisso, il baratro insondabile l’altra è la nicchia, il rifugio, il rassicurante grembo materno e lo stesso mestiere del marinaio, con tutto il suo bagaglio di sogni e di avventure più o meno suggestive, viene sconfessato: “sul mare si cade vittima di molti inganni. […] si rimane sempre con una fame di terra. Avrei voluto una vita senza partenze: calpestare sempre lo stesso suolo”. Si affaccia qui la mentalità del contadino, non del coltivatore di mimose di cui tanto e a torto si è favoleggiato, ma dell’uomo profondamente radicato, legato alle fasce, agli ulivi, a quel mondo di “Ἔργα καὶ Ἡμέραι” (Opere e giorni) che egli descrive, con tanta precisione e affetto, nei suoi romanzi: “C’è una promessa di immortalità per l’uomo amalgamato alla terra”. Un mondo, questo, che sta irrimediabilmente franando e che reca segni tangibili di rovina e disfacimento: paesi semideserti o abbandonati; case fatiscenti e diroccate; campagne invase dalle erbacce e dai licheni; ulivi piegati dal tempo e assediati dai rovi, e… persino facce devastate come quella di Luca in Il silenzio: un mondo che dilegua e che sparisce di cui Francesco si fa testimone accorato e nostalgico cantore, sin dal suo primo romanzo:

   L’uliveto soprano stava aggrappato a un pendio ripidissimo, come una grande farfalla dalle ali polverose. Più in basso altri uliveti e altri massi scendevano già nell’ombra del crepuscolo, mostrando una bellezza senza pulviscolo, triste e quasi funebre. (A.A. pag. 7)

   Non a caso si è parlato con una certa insistenza di poetica delle rovine, su cui veglia l’Angelus Novus di Paul Klee, con gli occhi spalancati, la bocca aperta e le ali distese, l’Angelo della Storia di cui parla W. Benjamin. Del resto, il paesaggio costiero, segnato dalla speculazione edilizia, dal frastuono maleodorante di auto, da un turismo arrogante e maleducato e, non ultimo, da traffici malavitosi, non appare certo più rassicurante e in “Le parole la notte” Biamonti parlando di Sanremo, già a lungo bollata dal suo figlio più illustre, Italo Calvino, dice testualmente: “Quella è una galera”. 
   Per quanto riguarda il silenzio che, non a caso, dà il titolo all’ultimo romanzo incompiuto di Biamonti, va osservato che la difficoltà di comunicazione scaturisce dallo stato di disagio, d’incertezza e di precarietà, non solo esistenziale ma storico-sociale, in cui versa il mondo intero e l’Occidente in particolare, minacciato da una disoccupazione crescente, impoverito dalla bancarotta degli ideali e dei valori, avvelenato da rifiuti tossici e da gas di scarico, insidiato da un nomadismo extracomunitario subito di mal grado, con crescente intolleranza, eppure avidamente e vergognosamente sfruttato. I grandi sistemi di pensiero, idealismo e marxismo, dentro i quali l’uomo si era rifugiato come in una rassicurante e protettiva placenta sono miseramente crollati e la religione ha perso il potere seduttivo e consolatorio che aveva un tempo, per cui l’umanità, priva di bussola, ha cominciato a muoversi in maniera frenetica e disordinata, senza scopo e senza senso. Non meraviglia, quindi, la difficoltà di comunicazione; non essendoci mete da raggiungere o obiettivi da perseguire viene meno il dialogo e il silenzio diventa la cifra della frantumazione del mondo e della nostra immedicabile solitudine. La parola, del resto, per essere credibile, secondo Biamonti, deve affondare sempre nell’esistenzialità altrimenti si riduce a chiacchiera salottiera, banale e priva di valore. Biamonti si rifaceva alla distinzione tra mot e parole di Merleau Ponty, uno dei suoi costanti riferimenti filosofici, secondo il quale la parola attinge all’essere e mette in discussione la condizione fisica della vita, la chiacchiera è solo un riempitivo, apparentemente risponde ad una logica serrata ma in realtà non esprime e non comunica niente. “In ogni frase ci deve essere una traslazione di senso che affondi le sue radici nel carattere fluido dell’esistenza”. Il linguaggio di Biamonti è sempre franto, essenziale, le parole sono scandagli che lo scrittore lascia scivolare dentro di sé per cogliere le cose, prima che si affaccino alla soglia della coscienza, in una loro primigenia purezza. Allo scrittore sanbiagino non interessano i fatti ma le pause, le risonanze, gli interstizi, gli spazi segreti che si aprono tra i fatti; non è un caso che tra i suoi registi preferiti ci fosse Robert Bresson. Valga come esempio il brano che segue, tratto dal suo romanzo incompiuto: 

   “Adesso c’era silenzio. Ma che sere! Che melodie! Grumo di tenerezza: pastore, cane e capre, avvolti dal vento che saliva dal mare. Mano del pastore sulla testa del cane, e muso del cane sulle ginocchia del pastore. Suonava per lui e per il suo cane, tra l’indifferenza delle capre. Adesso c’era silenzio e nulla su cui sperare”.

  La vicinanza del confine spinge Biamonti a guardare verso la Francia, e in particolare verso Nizza, la Baia degli Angeli, Cannes, le isole Lerins e, ancora più lontano, Tolone, Marsiglia e persino Saint-Malo. Città reali dove si svolgono alcune vicende raccontate nei suoi romanzi e città miraggio per quei popoli della notte e della fame, che si muovono furtivi sotto quarti di luna, in cerca di un domani migliore e che finiscono vittime di passeur infidi e disonesti o di percorsi impervi e pericolosi come il Passo della morte, proprio sopra Grimaldi, o, nella migliore delle ipotesi, delle loro stesse illusioni e del razzismo, strisciante e vergognoso, presente ovunque. Ed è nei loro confronti che si esercita la pietà di Biamonti, una pietà laica non religiosa, che viene da lontano e che ha precedenti illustri in Virgilio, il poeta contadino, (Sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt) e in Foscolo (Tu, o Compassione, sei la sola virtù! Tutte le altre sono virtù usuraie). È la pietà, infatti, che spinge Gregorio, il protagonista di L’angelo di Avrigue, a togliersi il berretto dinanzi al gabbiano arenatosi tra i rovi degli speroni di roccia, una pietà che acquista connotazioni sofoclee in Attesa sul mare dinanzi ai tanti cadaveri della Bosnia rimasti insepolti (mi viene in mente anche il film di Liliana Cavani, I cannibali) ed è la stessa pietà che prova di fronte alla pena dei Curdi che in Le parole la notte avevano trovato rifugio, sulla via della Francia, nella campagna di Leonardo, il protagonista del romanzo. Una pietà, in questo ultimo caso, attiva, non diversa da quella dell’ultimo Leopardi, che partecipa del dolore del mondo e cerca di rispondere con l’amore all’odio e alle minacce di morte di cui sono disseminati i sentieri. Pietà e solidarietà che comunque attenuano ma non cancellano quel senso di dissoluzione, di progressivo disfacimento e di morte che si ritrova in tutti i suoi romanzi: L’Angelo di Avrigue si apre con il ritrovamento di un cadavere e la descrizione di un paese fatiscente dove la “Morte, sparsa ovunque, era vista come una promessa sulla sofferenza ineluttabile”, prosegue con le schiere di giovani smarriti che vanno al macero gridando: “lasciateci morire in pace”; in Vento largo alle campane che suonano a morte per la dipartita di Andrea, il vecchio passeur, rispondono i gridi rauchi dei gabbiani che “intonacati d’aria andavano al mare, ancora marmoreo, come ad un letto di pace”; in Attesa sul mare, ambientato al tempo della guerra in Bosnia, sono i molteplici cadaveri insepolti che ci impongono di guardare in faccia la morte; in le Parole la notte la vicenda, contrassegnata da una costante e strisciante violenza e scandita dalle note del Quartetto per la fine dei tempi di Olivier Messiaen, si conclude con il rito della sepoltura, che acquista un valore decisamente simbolico. C’è quindi in Biamonti una costante e sofferta riflessione sulla morte che affonda le sue radici nella concezione heideggeriana della vita il cui unico senso è il non-senso del dover morire. Va precisato, inoltre, che il confine di cui parla Biamonti non è solo quello geografico, che separa due territori, ma quello che ci portiamo dentro e che cerchiamo di attraversare per liberarci del peso delle origini e per approdare in un altrove che nelle nostre speranze possa essere la terra dell’intelligenza e del sentimento, della libertà e della comunione, della giustizia e della pace. Ed è proprio questo che rende Francesco Biamonti un autore universale che non può essere circoscritto soltanto alla Liguria o addirittura all’estremo lembo del Ponente ligure ma deve essere liberato sulle strade del mondo, dove ha già un cospicuo numero di estimatori, grazie alle traduzioni in diverse lingue. Mi auguro che la ristampa in un unico volume dei suoi primi tre romanzi e gli articoli nonché le manifestazioni che molto probabilmente verranno organizzate per il ventennale della sua morte possano contribuire alla riscoperta e alla valorizzazione, soprattutto in Italia, della sua opera e della sua figura, e aprirgli finalmente le porte della Scuola e dell’Università, consacrandolo a buon diritto come uno dei maggiori scrittori del Secondo Novecento.


L'articolo è uscito originariamente in "La poesia e lo spirito"