venerdì 24 agosto 2018

Intelligenza. Non c'è più l'effetto Flynn? Progressivamente in diminuzione il Q.I.

di
ENZO REGA



Stiamo diventando meno intelligenti! È finito l’effetto Flynn? Lo studioso statunitense James R. Flynn aveva verificato che il Q.I, ovvero il Quoziente Intellettivo, era aumentato di 13 punti negli Stati Uniti tra il 1938 e il 1984 (3 punti per decennio). Questo aumento, con un’incidenza variabile, aveva riguardato diversi Paesi. Ad aumentare era soprattutto l’“intelligenza fluida”, quella che serve a risolvere nuovi problemi, rispetto all’“intelligenza cristallizzata”, quella già sedimentata. Quali le cause ipotizzate (solo ipotizzate perché non era possibile un riscontro assolutamente oggettivo)? Il miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie e dell’alimentazione, la maggiore scolarizzazione e le migliori condizioni generali di vita.
Nuovi studi dimostrano invece che il trend si è invertito, perdendo 7 punti in media dal 1970 al 2009. È il risultato ottenuto su 730.000 test da Bernt Bratsk ERG e Ole Rogeberg del Centro Ragnar Frisch in Norvegia. E  le cause ipotizzate potrebbero essere, tra le altre, la tendenza dei bambini di oggi a leggere poco e passare invece molto tempo con i videogiochi, oltre le mutate condizioni di vita e i diversi sistemi educativi. Questi sono i dati in Norvegia. Ma altri studi hanno confermato anche altrove questo andamento. In Gran Bretagna un’indagine recente ha permesso di rilevare che i QI sono diminuiti tra i 2,5 e i 4,3 punti ogni decennio a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Uno studio del 2007 di Thomas W. Teasdale e  David R. Owen aveva invece mostrato che questa tendenza regressiva non era in atto nei Paesi dove il Q.I. è più basso.
Sono dati contraddittori, perché i nuovi studi datano la decrescita anche in anni concomitanti con l’espansione rilevata da Flynn. A ogni modo, più ci si avvicina ai nostri giorni e maggiore si avverte il calo: come se le nuove generazioni non fossero più stimolate ad acuire l’intelligenza che si sviluppa maggiormente in periodi di crescita. Ma ci può essere anche un’ipotesi metodologica. I test finora predisposti non sarebbero più adeguati a valutare eventuali trasformazioni dell’intelligenza. Derrick de Kerckhove, allievo di Marshall McLuhan, ha parlato di mutazioni neurofisiologiche prodotte dall’uso di computer e internet. Una vera mutazione biologica oltre che antropologica.
Per concludere, riportiamo un dato di uno studio Usa: presso le popolazioni in cui si consuma più pesce il Q.I. è maggiore. Avevano ragione le nostre madri: “mangia pesce che contiene fosforo!”.

Pubblicato originariamente in "Il Pappagallo", Palma Campania, luglio 2018.

domenica 29 luglio 2018

Ernesto de Martino, "Sud e magia" (1959)

di
ENZO REGA




“Sangue di Cristo, / demonio, attaccami a questo / tanto lo devi legare / che di me non si deve scordare”. Così, a Colobraro, in provincia di Matera, si recita durante la fascinazione erotica per conquistarsi un amante, reggendo, al momento dell’elevazione durante la messa, un sacchetto con una polverina che contiene tre gocce di sangue del mignolo destro e un ciuffo di peli di ascelle e pube. A Viggiano, nel potentino, per vendicarsi si pronuncia questo malocchio: “Io ti amo e ti rispetto / come al sangue mio. Tu sei traditore / io ti attaccherò. Io ti attacco nel sangue”: in lucano, “io ti attacche a o’ sanghe”.
Attaccare nel sangue, poi, significa aggredire le radici della persona stessa. Fascinazione e malocchio non possono mancare neanche a proposito di matrimonio e consumazione. Spesso invece, al contrario, bisogna “sfascinare” la vittima da un precedente malocchio. Sempre a Viggiano, allora: “Chi t’ave affascinate? / L’uocchie, la mente  e la mala volontà / chi t’adda sfascinà? Lu Padre, lu Figliolo e lo Spirito Santo”. E allora si ricorre al cosiddetto “maciaro”, l’esperto di cose magiche – e ce n’erano di famosi nella Lucania degli anni Cinquanta indagata dall’etnologo napoletano Ernesto de Martino. Se in altri casi l’interesse cadeva su fenomeni popolar-religiosi come il “tarantolismo” pugliese, in questo caso, in Sud e magia (ripubblicazione presso l’editore originario Feltrinelli in “Campi del sapere” e nella “Universale economica”, rispettivamente 2000 e 2001, è da quest’ultima che cito; poi Feltrinelli 2013 e Donzelli 2015) l’oggetto d’analisi è la “fascinazione”, in dialetto “fascinatura” o “affascino”.
Cos’è? “Con questo termine – spiega in apertura l’autore – si indica una condizione psichica di impedimento e di inibizione, e al tempo stesso un senso di dominazione, un essere agito da una forza altrettanto potente quanto occulta […]. Col termine ‘affascino’ si designa anche la forza ostile che circola nell’aria” (p. 15 dell’ “Universale”). Si tratta dunque di un “legamento”, talvolta detto anche “attaccatura”, “attaccatura di sangue” (in alcuni casi, certi soggetti si legavano davvero, con funi, inspiegabilmente, durante la notte; de Martino ipotizza che tali legamenti avvenissero a opera dei familiari in condizioni di trance). Quando c’è un agente umano colpevole intenzionalmente della fascinazione, si parla allora di “malocchio” o di fattura”.
Ci troviamo dunque a rileggere di nuovo queste pagine di de Martino, per un po’ escluso dalla rete di riferimenti della culturale ufficiale. Ma pronunciarsi sulla definitiva uscita di scena di autori e problematiche – dando per conclusa una certa stagione intellettuale – è sempre estremamente pericoloso e si corre il rischio di essere puntualmente smentiti dall’evolversi di cose e idee. È il caso appunto di de Martino (Napoli 1908 – Roma 1965), il cui “mondo popolare subalterno” fa di nuovo – per dirla con lui – “irruzione nella storia”, almeno nella storia editoriale e culturale dei nostri tempi contraddittori. La doppia ripubblicazione di Sud e magia del 2000-2001, accanto alla riedizione dell’altrettanto celebre La terra del rimorso (Net, 2002) sui tarantolati e dell’incompiuto La fine del mondo (Einaudi, 2002) sulle apocalissi, ci riporta agli Cinquanta e Settanta, quando le tematiche di de Martino segnavano la vita culturale (con in più che ora si sottolinea, accanto all’importanza dell’etnologo, lo spessore del filosofo).
Ne era allora testimonianza un volumetto curato da Pietro Angelini, Dibattito sulla cultura delle classi subalterne. 1949-50 (Savelli, 1977), che, nel rinnovato interesse degli anni Settanta (e nel suo clima iperpolitico nel quale parlare di “culturale popolare” significava ridare dignità a un mondo di sfruttati), raccoglieva il dibattito suscitato dall’apparizione nel settembre 1949, nella prestigiosa rivista “Società”, del saggio demartiniano “Intorno a una storia del mondo popolare subalterno”: fra l’altro il libro pubblicava considerazioni di quel Cesare Pavese con il quale de Martino avrebbe diretto nei primi anni del secondo dopoguerra la famosa “collana viola” dedicata da Einaudi all’etnologia, prima che essa fosse rilevata da Boringhieri (il carteggio relativo fra de Martino e Pavese è stato raccolto, sempre da Angelici, in Cesare Pavese - Ernesto de Martino, La collana viola. Lettere 1945-1950, Bollati Boringhieri 1991; esso testimonia di un rapporto non sempre facile fra l’etnologo, impegnato politicamente fra Psi e Pci, e lo scrittore, meno legato a una visione ideologica benché pur esso schierato a sinistra). La collana curata a quattro mani dal piemontese e dal napoletano prende l’avvio con un testo di de Martino, Il mondo magico. Prolegomeni a una storia del magismo” (ora Bollati Boringhieri 2000), apparso nel 1948, a inaugurare quella serie di studi condotti anche sul campo che avrebbe visto, nel 1959, l’uscita (non più per Einaudi) per l’appunto del nostro Sud e magia.
Libro che si presenta diviso in due parti, la prima dedicata alla “Magia lucana”, nella quale più facilmente era possibile reperire tracce degli antichi rituali stregoneschi pagani e medioevali; la seconda, invece, a “Magia, cattolicesimo e alta cultura”, nella quale si esamina anche il fenomeno particolarmente napoletano – ma, diremmo, non solo – della jettatura: un rapporto fecondo, dunque, quello che de Martino viene qui a stabilire fra bassa e alta cultura. Certi fenomeni popolari accadono perché si inseriscono in certe coordinate culturali generali: il cattolicesimo rispetto al protestantesimo è senza dubbio terreno di coltura più fertile per la conservazione e l’esercizio del magico. Umberto Galimberti nell’introduzione sottolinea la specificità dello studio demartiniano rispetto a quelli analoghi  di Lucien Lévy-Bruhl, di Marcel Mauss e di Carl Gustav Jung: essi si limitano, pur in migliaia di pagine, a descrivere pratiche magiche, confrontate con rituali rintracciati in territori diversi, senza l’individuazione e la delineazione dei vari contesti storico-geografici, sola operazione che avrebbe permesso di comprendere, interpretare e spiegare davvero l’essenza della magia e la sua funzione nelle diverse costellazioni socio-culturali. De Martino, a differenza ad esempio dello strutturalismo di un Claude Lévi-Strauss, che si propone di individuare proprio le strutture portanti, costanti e rintracciabili in ogni cultura al di là degli elementi contingenti (rispetto a questi isolandole e archiviandole in un repertorio dei possibili e ricorrenti atteggiamenti umani sotto ogni latitudine) – de Martino, dicevamo, sulla scorta del suo storicismo di matrice hegelo-marxista-crociana, ricolloca ogni pratica nel suo contesto storico. Scrive Galimberti: “Una pratica magica è leggibile solo se è storicizzata, se è inserita in quella civiltà, in quell’epoca e in quell’ambiente storico dove la comunità condivide quella mitologia o quellareligione” (p. XI).
Nell’Epilogo è de Martino stesso a tracciare un’efficace sintesi del suo lavoro. Qui specifica come sia partito dall’analisi di un documento etnografico (la campagna lucana) dove era possibile rintracciare “la sopravvivenza dell’antica fascinazione stregonesca, in connessione con altri tratti magici affini, quali la possessione e l’esorcismo, la fattura e la controfattura” (p. 181). Per metterla in relazione “alla insicurezza della vita quotidiana, alla enorme potenza del negativo e alla carenza di prospettive di azione realisticamente orientata per fronteggiare i momenti critici dell’esistenza” (ivi). Cioè, quando l’individuo vive in condizioni arretrate, nelle quali non trova strumenti concreti per fronteggiare e superare le difficoltà della propria vita, si rifugia in una realtà mitica, magica, nella quale trova esempi delle stesse difficoltà le quali, già una volta, sono state vinte grazie a certe pratiche: il rituale ripete, in un mondo destoricizzato – sottratto cioè alle condizioni reali nelle quali si vivono le proprie difficoltà – in cui ripetere il prodigio irrazionale. Gli originali rituali pagani sono stati più che sostituiti, rivestiti di un abito cattolico, e attraverso questa strada la cultura bassa si è legata a quella alta: la differenza fra la religiosità pagana e quella del cattolicesimo sta in un ampliamento della sfera della spiritualità. La pratica magica stregonesca si limita a una parziale reintegrazione dell’unità individuale in merito a problemi specifici – una malattia, l’allattamento per le donne ecc. –, mentre l’orizzonte religioso cattolico è quello di una reintegrazione religiosa generale: l’essere “in grazia di Dio” aiuta in tutto.
Anche la jettatura, legata alla cultura alta, si lega a un contesto socio-economico arretrato. E perciò si diffonde a Napoli, provocando la curiosità e l’ironia dei viaggiatori europei. L’avvento pur precoce dell’illuminismo a Napoli, fra Seicento e Settecento, impediva di mantenersi in un orizzonte assolutamente irrazionale (già nel Cinquecento, sottolinea de Martino, la magia naturale dei meridionali Giordano Bruno e Tommaso Campanella operava in direzione della razionalizzazione). Ma il mancato sviluppo economico e industriale non offriva ai meridionali gli stessi strumenti concreti di dominio della realtà, che soli avrebbero sottratto all’orizzonte magico. Si arriva allora a una situazione di compromesso: non più la consapevolezza drammatica di una realtà misteriosa che ci governa, che ci agisce, ma un atteggiamento ironico, scherzoso, che è quello della credenza nella jettatura, cosa di cui si ha paura, ma di cui anche si ride, come si ride della nostra stessa credenza: “non è vero, ma ci credo” (così anche Benedetto Croce); oppure “non ci credo, ma è vero”. Interessante l’analisi che de Martino fa del libro che Nicola Valletta pubblicò nel 1787, intitolato Cicalata sul fascino, volgarmente detto jettatura (poi disponibile nelle edizioni Colonnese di Napoli, con tanto di specchietto vero in copertina). Per l’etnologo napoletano, il Valletta, nonostante il tono scanzonato, crede fermamente nella jettatura, come starebbe a dimostrare il fatto che l’autore mescola alla trattazione dell’argomento anche il riferimento a episodi personali. La cultura europea romantica coeva confonde la jettatura, che ha tale aspetto comico-grottesco, con il “demoniaco”, che ha toni ben più drammatici, come per gli eroi di Byron; oppure si può ricordare come Alexandre Dumas – che, in modo pur frettoloso, riesce a collegare forme di vita magico-religiosa alta e bassa: nemica di Napoli è la jettatura, protettore è S. Gennaro afferma il francese – non riesca a distinguere fra fascino e jettatura, non tenendo conto che li differenzia il diverso grado di intenzionalità di nuocere che, ovviamente, è più alto per il primo.

Nel desiderio di de Martino di far chiarezza di un fenomeno non ristagna alcuna complicità per tali atteggiamenti superstiziosi. Non c’è chiusura all’interno di un orizzonte irrazionalista – vuoi quello rurale della fascinazione, vuoi quello urbano della jettatura. “Anche per le genti meridionali si tratta di abbandonare lo sterile abbraccio con i cadaveri della loro storia” e di impegnarsi nella costruzione di “una civile città terrena unicamente affidata all’ethos  dell’opera umana, e cospirante con le altre città terrene di cui è disseminata questa vecchia Europa e il mondo intero che dell’Europa è figlio” (p. 184). La “crisi dell’esistenza” va superata allora non con il folcloristico ritorno alle ombre della magia ma con la luce europea (e dunque anche nostra) della ragione. Il Sud per crescere deve un po’ dimenticare di essere Sud, deve smemorarsi di se stesso: la memoria sì, possiamo dire, ma che non diventi un recinto maledetto che impedisce di costruire al di fuori – e anche contro – di esso. Nietzsche stesso, parlando dell’utilità e dei danni della storia nella sua famosa seconda “Inattuale”, aveva distinto fra storia antiquaria e monumentale, da un lato, e storia critica – e costruttiva – dall’altro. D’altra parte, come il filosofo francese Edgar Morin sottolinea nel suo staccarsi dallo stalinismo, non si può negare che il magico agisca anche laddove sembra dominare la pura ragione, o l’esercizio spregiudicato di essa (come nello stalinismo stesso). Col magico dunque, così come ha fatto per tutta la sua vita Ernesto de Martino (collegando tale interesse al precedente sostrato marxista – come appunto Morin), bisogna fare i conti. Sarà dunque possibile sottrarsi all’ambiguo fascino del Sud con questo tentativo – freudiano – di allargare i territori della nostra consapevolezza, facendo luce laddove era buio? 

Ernesto de Martino, Sud e magia [1959], introduzione di Umberto Galimberti, Feltrinelli, Milano 2000, 2001; poi Feltrinelli, Milano 2013 e Donzelli, Roma 2015


(Originariamente apparso con il titolo Il Fascino ambiguo. Ripubblicato "Sud e Magia" dell'etnologo napoletano Ernesto De Martino, "Piazza Libertà", Avellino, martedì 13 agosto 2002, p. 6.)

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giovedì 5 luglio 2018

Pasolini: Semiologia del reale

di
ENZO REGA





Cominciamo da una questione apparentemente “superata”, ora che internet è ben più invasivo: l’ossessione di Pasolini contro la televisione. In un certo momento storico italiano (e non solo) è sembrata pienamente realizzata la profezia pasoliniana per la quale il potere economico avrebbe fatto a meno della mediazione del potere politico uscendo allo scoperto. Nello stesso tempo esso sarebbe stato potere televisivo, con una televisione che avrebbe svelato vieppiù il suo volto, legata al potere economico-politico e strumento d’istigazione al consumismo: il berlusconismo è stato tutto questo, con una televisione commerciale nella quale un Mike Bongiorno, sua incarnata epifania, considera che il successo di un programma non è più determinato dall’audience ma dall’aumento di vendita dei prodotti reclamizzati. La critica di Pasolini al consumismo si dispiega quando il fenomeno da noi è all’inizio: da un lato è la virtù profetica, dall’altro la capacità di “gigantografare” il proprio Paese, in una sorta di blow-up, anche sulla scorta di quanto ha visto nei propri viaggi americani, a New York, nel 1966 e nel 1969: uno stadio avanzato sia di quello che il “corsaro” chiama “edonismo consumistico” sia dell’uso in tal senso del mezzo televisivo. Dell’esperienza americana è testimonianza un libro uscito in Francia e che traduce una vecchia intervista, a lungo inedita, concessa nel 1969 all’allora direttore dell’Istituto italiano di cultura, L'inédit de NewYork. Entretien avec Giuseppe Cardillo (Arléa, Paris 2015, pp. 96, € 7; l’editore sta pubblicando varie traduzioni da Pasolini). Ed è qui, nella civiltà dei consumi, con un Marcuse fisicamente poco lontano (l’omologazione pasoliniana non è un corrispettivo de “l’uomo a una dimensione” marcusiano?), che Pasolini ammette di star facendo, dopo il Vangelo, film che si allontanano dalla narrazione epico-mitica muovendo verso parabole soggettive di stampo problematico-provocatorio, un cinema che si ispira, più che al Godard suggerito dall’intervistatore, a Brecht: un cinema, afferma Pasolini “sempre più difficile, più aspro, più complicato, e anche più provocatorio”; o un teatro elitario, non serializzabile, non medium di massa; o una “poesia sgradevole, spiacevole, una poesia il meno possibile consumabile” (la citazione è dall’edizione italiana, uscita in occasione del trentennale della morte: Pasolini rilegge Pasolini. Intervista con Luigi Cardillo, a cura e con un saggio di Luigi Fontanella, Archinto Milano 2005).
   Dunque, l’identificazione potere economico-politico-televisivo potrebbe apparire alle spalle, conclusasi la parabola berlusconiana. Ma lo stesso successivo governo Monti non ha visto “scendere in campo” direttamente il mondo dell’economia? E quali poteri e interessi economici si nascondono dietro il renzismo, nuova maschera che l’economico assume attraverso il politico, tornando a servirsene come mediazione nell’età del potere economico globalizzato-mediatizzato? La televisione, per Pasolini, non alleva un cittadino, ma un consumatore: ciò che, a mutazione antropologica ormai avvenuta, per un sociologo à la page come Zygmunt Bauman è homo consumens in un mondo nel quale le esistenze di chi non consuma sono “vite di scarto”. Ma il Pasolini degli Scritti corsari già scrive: “L’ansia del consumo è un’ansia di obbedienza a un ordine non pronunciato. Ognuno in Italia sente l’ansia, degradante, di essere uguale agli altri nel consumare, nell’essere felice, nell’essere libero: perché questo è l’ordine che egli ha inconsciamente ricevuto, e a cui ‘deve’ obbedire, a patto di sentirsi diverso. Mai la diversità è stata una colpa così spaventosa come in questo periodo di tolleranza”. Queste analisi, considerate di ripiegamento nostalgico, sono invece sul tavolo dell’odierno dibattito sociologico.
Di “immaginazione sociologica” in Pasolini parla Alfonso Berardinelli (recuperando l’espressione del sociologo americano Charles Wright Mills) nella sua Prefazione all’edizione 2008 ripresa nella nuova edizione 2015 degli Scritti corsari. Anche se da Horkheimer, Adorno e Marcuse, fino indietro allo stesso Marx, nota Berardinelli, tutto era stato già detto, la forza argomentativa e polemica di Pasolini, la sua semiologia del reale, danno molti frutti; egli “sa ricavare una tale visione d’insieme da una base empirica limitata alla propria esperienza personale e occasionale (ma del resto da dove derivava tutto il sapere ‘sociologico’ dei grandi romanzieri del passato, da Balzac e Dickens in poi, se non dalla loro capacità di vedere quello che avevano sotto gli occhi?)”, e continua, su Pasolini: “Si resta sbalorditi soprattutto, direi, dall’inventività inesauribile del suo stile saggistico e polemico, dalla selvaggia energia e astuzia socratica della sua arte retorica e dialettica, dalla sua ‘psicagogia’ che sa far emergere con tanta chiarezza i pregiudizi intellettuali (di ceto, di casta), e spesso l’ottusità un po’ meschina e persecutoria dei suoi interlocutori”, che si arroccano in difesa di “nozioni acquisite” mentre lui a loro cerca di “rivelare qualcosa di nuovo”. Forse era tutto già detto, ma gli altri continuano a non vedere ciò che è sotto il loro naso: la sparizione di un mondo. Gli Scritti corsari, per Berardinelli, registrano tutta la “realtà emotiva e morale di questo lutto”, con quella tipica “ragione autobiografica” che in Pasolini tiene insieme corpo e mente, vicende personali e analisi socio-politica, con un “protagonismo vittimistico” nel quale l’intellettuale espone e mette in gioco l’uomo. Quell’insieme di Passione e ideologia che dà il titolo ai saggi del 1960, ma il cui connubio sostanzia, come nota Giuseppe Leonelli nella sua Prefazione all’edizione 2009 de Le ceneri di Gramsci, gli stessi componimenti poetici del tempo (la raccolta, “poesia dell’ideologia” ma non “ideologica” come disse Pampaloni, è del 1957). Scrive Leonelli: “versi zoppicanti, e quindi imperfetti …, ma in realtà affannati, come sottesi da una sorta di extrasistole metrica, un segno, tra i più intensi di una volontà insieme irruenta e ansiosa, anch’essa costellata di passione, di comunicare con il lettore”; versi nei quali fecondare il corpo della realtà facendo parlare le cose (è Pasolini a dirlo). “Nonostante lo schematismo concettuale, Scritti corsari – scrive ancora Berardinelli – resta uno dei rari esempi di critica radicale della società sviluppata. Se non può sostituire da solo una sociologia spregiudicata e ricca di descrizioni … è almeno in parte riuscito a salvare l’onore della nostra cultura letteraria...”.
   Nell’estremo epilogo della parabola esistenziale e intellettuale di Pasolini, questa raccolta d’interventi, uscita nel 1975, fa il paio con le postume Lettere luterane del 1976, nelle quali il “grande tema” resta la “mutazione antropologica”. Tanto che, come ricorda Guido Crainz nella Prefazione all’edizione Garzanti 2009 (ripresa nell’edizione 2015), Pasolini invita a leggere le Lettere insieme alla nuova stesura de La meglio gioventù, nella quale l’aga frescia del me paìs si trasforma in l’aga vecja di un paìs no me. Il che ci mostra come il lavoro di Pasolini si dispieghi come un’opera aperta (così considera specificamente i suoi Scritti corsari), nella quale le diverse scritture – saggistica, polemistica, poetica, narrativa, filmica – portano avanti uno stesso contraddittorio discorso in una drammatica coerenza di fondo. La mutazione antropologica è ora nei dibattiti attuali sulle “nuove identità” globalizzate: pensiamo ai mediascapes dell’antropologo indiano Arjun Appadurai. Pasolini la declina però in relazione alla “costruzione di identità” nel “fare gli italiani”, al tempo della “grande trasformazione” degli anni Cinquanta-Sessanta, in cui si va modificando quell’Italia che il poemetto storico-geologico-antropologico L’Appennino, ne Le ceneri di Gramsci, percorre da un capo all’altro. E anche nelle Lettere si reiterano le critiche a consumi e media, legandole all’attacco al Palazzo, fino alla paradossale proposta di abolire televisione e scuola Riflessioni, scrive Crainz, “legate solo in parte al clima in cui furono scritte: sono cioè una bussola capace di guidarci lucidamente anche negli anni trascorsi da allora”, benché quel clima plumbeo, clerico-fascista, tra stragi e corruzione, resti fondamentale nel “vissuto immediato” e nella riflessione che ne scaturisce. Nonostante spiragli positivi, l’analisi rimane lucida e negativa, come per il referendum del 1974 sul divorzio. Scrive Pasolini: “la mia opinione è che il 59% dei ‘no’ non sta a dimostrare, miracolisticamente, una vittoria del laicismo, del progressismo e della democrazia: niente affatto. Esso sta a dimostrare invece … che i ‘ceti medi’ sono radicalmente, antropologicamente cambiati: i loro valori positivi non sono più quelli sanfedisti e clericali ma sono i valori … dell’ideologia edonistica e del consumo e della conseguente tolleranza modernistica di tipo americano”. L’America che è già l’aiuta a intravedere l’Italia che sarà.

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©L'INDICE DEI LIBRI DEL MESE


Pubblicato in "L'indice dei libri del mese", n. 1, Gennaio 2016 


I libri di Pier Paolo Pasolini citati
L’Inèdit de NewYork.  Entretien avec Giuseppe Cardillo, traduit de l’italien par Anne Bourguignon, pp.96 , € 7, Arléa, Paris 2015.
Pasolini rilegge Pasolini. Intervista con Luigi Cardillo, a cura e con un saggio di Luigi Fontanella, con CD, pp. 65, € 20, Archinto, Milano 2005.
Scritti corsari, pref. di Alfonso Berardinelli, pp. XII-260, € 12, Garzanti, Milano 2015.
Le ceneri di Gramsci, pref. di Giuseppe Leonelli, pp. XI-108, € 11, Garzanti, Milano 2015.
Lettere luterane, pref. di Guido Crainz, pp. 225, € 13, Garzanti, Milano 2015.

giovedì 28 giugno 2018

Antonio Gramsci tra critica teatrale e critica letteraria

di
ENZO REGA


 

   Passione mondiale s’intitola l’intervento di Guido Liguori, presidente della International Gramsci Society Italia, che apre lo speciale Global Gramsci che “Robinson” di “Repubblica” (domenica 19 febbraio 2017) ha dedicato ad Antonio Gramsci (1891-1937), “il più citato e forse il più tradotto tra i pensatori italiani”, come scrive appunto Liguori, che parla di “ubiquità del leader sardo nelle università internazionali, nelle scienze politiche e nell’antropologia, nella linguistica e nello studio dei mass media, nella storia e nella pedagogia”; e l’interesse per il suo pensiero va dal Pacifico all’Atlantico, dalle accademie di Rio de Janeiro al King’ College londinese. Un Gramsci global sia geograficamente che per i campi disciplinari attraversati: e non è di secondo piano l’interesse per la letteratura, a cominciare dal giovanile avvicinamento al teatro. Un Gramsci minore, ma non marginale: il critico teatrale, così Fabio Francione intitola l’introduzione a un’antologia di scritti teatrali pubblicati nell’edizione torinese e poi piemontese dell’Avanti!: Antonio Gramsci, Il teatro lancia bombe nei cervelli. Articoli, critiche, recensioni 1915-1920 (pp. 235, € 18, Mimesis, Milano-Udine 2017). Francione ricorda il giudizio di Eugenio Garin per il quale la critica teatrale è un terreno privilegiato perché il dramma permette di tradurre “plasticamente” le contraddizioni sociali più profonde. Torino, dove Gramsci viveva, era con Milano e Roma una delle capitali del teatro, oltre che del nascente cinema italiano, altra forma d’industria accanto alla Fiat. Nel confronto gramsciano teatro-cinema è quest’ultimo a scapitarne, come in fondo accade in Quaderni di Serafino Gubbio operatore di quel Luigi Pirandello che ha un posto di rilievo per il pensatore sardo, in un giudizio altalenante – dalle recensioni teatrali giovanili ai Quaderni del carcere – che non toglie a Gramsci di aver compreso ancora prima di Adriano Tilgher la grandezza del drammaturgo siciliano. E Gramsci ha potuto vedere solo i drammi da Pensaci Giacomino! del 1916 a Come prima, meglio di prima del 1920, passando attraverso Liolà e Il piacere dell’onestà, a proposito del quale formula un giudizio nel quale coglie meriti e ‘demeriti’: “Le sue commedie sono tante bombe a mano che scoppiano nei cervelli degli spettatori e producono crolli di banalità, rovine di sedimenti di pensiero. Luigi Pirandello ha il merito grande di far, per lo meno, balenare delle immagini che escono fuori dagli schemi soliti della tradizione, e che però non possono iniziare una nuova tradizione, non possono essere imitate, non possono determinare il cliché alla moda” (29 novembre 1917).
   Le riserve gramsciane sono messe in evidenza anche da Yuri Brunello nella sua introduzione a Antonio Gramsci, La smorfia più che il sorriso. Scritti su Pirandello (pp. 136, € 16,50, Castelvecchi, Roma 2017), volume che raccoglie le recensioni teatrali e le note nei Quaderni dedicate a Pirandello, ma anche ad autori o tematiche “limitrofe”: Martoglio, Capuana, teatro e cinematografo ecc. Anche questo secondo titolo riprende una considerazione gramsciana. Recensendo Pensaci, Giacomino! (24 marzo 1917), Gramsci scrive: “I personaggi sono oggetto di fotografia piuttosto che di approfondimento psicologico: sono ritratti nella loro esteriorità più che in una intima ricreazione del loro essere morale. È questa del resto la caratteristica dell’arte di Luigi Pirandello, che coglie della vita la smorfia più che il sorriso, il ridicolo più che il comico: che osserva la vita con l’occhio fisico del letterato, più che con l’occhio simpatico dell’uomo artista e la deforma per un’abitudine ironica che è l’abitudine professionale più che visione sincera e spontanea”. Gramsci risentirebbe dunque ancora dell’idealismo crociano che distingue tra “poesia e non poesia”, tra prodotto della conoscenza e opera esteticamente valida: sarebbe invece poesia riuscita Liolà, dramma scritto in siciliano, testo immune da acrobazie intellettualistiche. Il 4 aprile 1917 così lo recensisce: “il Pirandello ha ripensato alla sua creazione, e ne è venuto fuori Liolà; l’intreccio rimane lo stesso, ma il fantasma artistico è stato completamente rinnovato:  esso è diventato omogeneo, è diventato pura rappresentazione, libero completamente di tutto quel bagaglio moraleggiante che lo aduggiava”. Ed è l’uso del dialetto a far considerare Liolà, anche nei Quaderni, il risultato più alto della drammaturgia pirandelliana. Nella recensione del 1917 Gramsci riallaccia l’arte dialettale alla tradizione popolare della Magna Grecia, ai fliàci, agli idilli pastorali, al “furore dionisiaco” della vita dei campi ancora presente nella “tradizione paesana della Sicilia odierna”. La svolta che Gramsci compie nei Quaderni a partire dall’analisi del Canto X dell’Inferno di Dante evidenzia il suo allontanamento da Croce. E nei Quaderni giunge ad analizzare in termini nuovi il dialetto di Liolà. Nella Nota 15 del Quaderno 14 scrive: “Ora pare che, nel teatro dialettale, il pirandellismo sia giustificato da modi di pensare ‘storicamente’ popolari e popolareschi, dialettali, che non si tratti cioè di ‘intellettuali’ travestiti da popolani, di popolani che pensano da intellettuali, ma di reali, storicamente, regionalmente, popolani siciliani che pensano e operano così proprio perché sono popolani e siciliani”. Il dialetto e il “folcloristico” non si riagganciano più al mondo mitico-irrazionale, ma esprimono una dimensione storico-sociale.
   L’intellettuale ‘siciliano’ Pirandello realizza dunque un’opera nazionale-popolare: la letteratura è elemento dell’egemonia culturale, nella quale l’intellettuale è “organico” a un ceto al quale dà voce. È quanto sia a proposito di Liolà che della concezione gramsciana della letteratura evidenzia Marco Gatto, Nonostante Gramsci. Marxismo e critica letteraria nell’Italia del Novecento (pp. 192, € 18, Quodlibet, Macerata 2016): un libro che –  analizzate le posizioni gramsciane, incentrate su una critica letteraria che, senza rinunciare alla propria specificità di analisi estetica, sappia anche essere una generale critica della cultura in funzione dell’emancipazione delle masse popolari – verifica la dissoluzione di tale del paradigma gramsciano tra anni Sessanta e Settanta, quando o non si riesce a superare l’ipoteca idealistico-crociana oppure si rinuncia al senso politico dell’arte e della letteratura anche da parte marxista. Gatto sottolinea il superamento gramsciano della dialettica dei distinti di stampo crociano e fa riferimento alla nota dei Quaderni intitolata Nesso di argomenti, ricordando come il pensatore sardo rimarchi l’eccessiva cultura libresca ed elitaristica di buona parte degli intellettuali italiani, poco inclini a collegarsi a una dimensione concreta e a comprendere la vita popolare: scrittori quasi affiliati a “una casta o un sacerdozio” (Quaderno 12). Di cosa bisognerebbe tenere conto? Ecco: “unità della lingua, rapporto tra arte e vita, questione del romanzo e del romanzo popolare, quistione di una riforma intellettuale e morale cioè di una rivoluzione popolare […]” (Quaderno 21). Gramsci se la prende con il “neolalismo” patologico di poeti come Ungaretti, legati a “un linguaggio personalmente arbitrario” (Quaderno 23), e con il paternalismo di un Manzoni verso gli umili. La conseguenza del distacco tra scrittori e popolo è che la stessa letteratura italiana non è popolare in Italia. In Gramsci, dialetticamente, le contraddizioni “tra una critica letteraria ferma al giudizio meramente estetico e una critica politica che esalti il solo momento storico-materiale dell’opera sono superate (e conservate) in una critica della cultura dinamica e militante, in cui non esistono autonomie ma solo specificità” (Gatto).
   Decisivo in questo è il “ritorno a De Sanctis”, come rileva anche Matteo Veronesi, Il velo di Niobe. Gramsci critico e la catarsi dell’arte, in Envoi Gramsci. Cultura, filosofia, umanismo (a cura di Neil Novello, pp. 175, euro 20, Campanotto, Pasian di Prato, Udine 2017): “Il ‘ritorno a De Sanctis’ caldeggiato da Gramsci in pagine celebri prospettava, appunto, una critica capace di fondere i due aspetti, quello estetico e quello ideologico, il cimento dell’ermeneutica e quello della militanza. […] Riviveva […] quell’idea della letteratura come criticism of life che era stata di Mattew Arnold, e poi di Wilde”. Sempre nel volume Envoi Gramsci, Roberto Salzano (Intorno alle cronache teatrali di Gramsci) evidenzia come il pensatore sardo sia attento al “principio della formalizzazione dei contenuti, che rimane essenziale nell’opera d’arte. Si direbbe che non tanto la conciliazione di contenuto e forma può spiegare la peculiare disponibilità euristico-interpretativa del posizionarsi gramsciano in un’attività di giudizio critico, quanto un’attenzione alle forme del contenuto”, per dirla con Hjelmslev. Salzano richiama l’attenzione anche sull’analisi gramsciana della “vitalità dell’azione umana” che sulla scena si riverbera nel corpo stesso degli attori.
   La centralità gramsciana delle riflessioni sulla letteratura si salda come detto alla questione dell’egemonia, e questa a sua volta a una problematica pedagogica. Riassume Gatto: “Il fine è l’educazione delle masse al riconoscimento morale ed estetico della bellezza. E si tratta di una pedagogia trasparente, lontana dagli inganni dell’egemonia borghese […] il marxismo, per Gramsci è ‘l’espressione di […] classi subalterne che vogliono educare se stesse all’arte di governo e che hanno interesse a conoscere tutta la verità’ (Q 10, 41, 1320)”. Questa autoeducazione popolare non ha nulla del dirigismo sovietico-zdanovista. L’arte non si modifica dall’esterno, ma attraverso un processo di rinnovamento che riguarda la società stessa. L’arte e la letteratura sorgono in modo dinamico dalla cultura e dalla totalità sociale in forme creative soggettive e persino imprevedibili. Sulla scia del fondatore del materialismo storico – è di nuovo Veronesi a sottolinearlo – Gramsci, nonostante la prospettiva storicistica, sottolinea l’eternità dell’arte: “L’eternità della poesia, dice Gramsci (e si ricordi che lo stesso Marx, nell’introduzione ai Grundrisse, doveva pur riconoscere, rileggendo Omero in termini quasi vichiani, che un ‘perpetuo incanto’ continuava a irradiarsi da quegli antichi miti, che essi continuavano a rappresentare un modello, un termine di paragone e una fonte di piacere estetico perenni […]), consiste precisamente nella sua facoltà di ‘suggestione’, che le consente di andare al di là del dato immediato, di trascendere la mera contingenza”. Ciò pone in rapporto più dinamico due altri fondamentali concetti marxiani, quelli di struttura e sovrastruttura: per Gramsci la coscienza degli uomini elabora la struttura in superstruttura in un processo che coinvolge l’autocoscienza dell’individuo come parte, e insieme specchio, della collettività stessa. Ribadire oggi, con Gramsci, l’importanza sociale della letteratura, della cultura, non è cosa di poco conto.



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©L'INDICE DEI LIBRI DEL MESE


Pubblicato in "L'indice dei libri del mese", n. 5, Maggio 2018  


I libri

Antonio Gramsci, Il teatro lancia bombe nei cervelli. Articoli, critiche, recensioni 1915-1920, a cura di Fabio Francione, pp. 235, euro 18, Mimesis, Milano-Udine 2017

Antonio Gramsci, La smorfia più che il sorriso. Scritti su Pirandello, a cura di Yuri Brunello, pp. 136, € 16,50, Castelvecchi, Roma 2017

Marco Gatto, Nonostante Gramsci. Marxismo e critica letteraria nell’Italia del Novecento (pp. 192, € 18, Quodlibet, Macerata 2016

Neil Novello, a cura, Envoi Gramsci. Cultura, filosofia, umanismo, pp. 175, euro 20, Campanotto, Pasian di Prato, Udine 2017




lunedì 25 giugno 2018

Ancora Marx per la riumanizzazione dell’uomo. Il filosofo tedesco attuale anche ai tempi del neocapitalismo finanziario

di
ENZO REGA





L’anno scorso cinquantenario della morte di Antonio Gramsci, avvenuta il 27 aprile del 1937 per le conseguenze della detenzione fascista. Quest’anno bicentenario della nascita di Karl Marx: 5 maggio 1818, Treviri, Germania. Cosa rimane del pensiero dei due comunisti? Gramsci è uno dei filosofi politici più studiati al mondo. Marx era dato per spacciato già negli anni Settanta, paradossalmente proprio nelle ultime stagioni più politicizzate: intorno al 1978, nel suo corso universitario di Storia delle dottrine economiche, lo storico napoletano Pasquale Villani ci ricordava come Marx venisse accusato di essere datato perché aveva analizzato il capitalismo ottocentesco. Ebbene, nel suo libro del 2008, La nuova Londra: capitale del XXI secolo (Garzanti), Marco Niada, ai tempi collaboratore de “Il Sole 24 Ore”, analizzando la situazione della capitale inglese, in quegli anni piazza economico-finanziaria anche più importante di New York - e in relazione all’espansione del neocapitalismo –, si chiedeva: allora Marx aveva torto? E rispondeva di no: quell'espansione portava, marxianamente, le contraddizioni al proprio interno. Contraddizioni esplose nella crisi internazionale dello stesso 2008.
I conti con Marx sono allora tutt'altro che chiusi. Già nel 2009 il giovane e discusso filosofo italiano Diego Fusaro – studioso anche di Gramsci – pubblicava Bentornato Marx! Rinascita di un pensiero rivoluzionario (Bompiani). Fusaro “legge” in termini marxiani anche gli odierni flussi migratori: il capitalismo ha, oggi come ieri, bisogno di un surplus di manodopera – quella che Marx chiamava “sovrappopolazione relativa” o “esercito industriale di riserva” – per tenete bassi i salari. È l'altro volto della delocalizzazione: l'apertura di fabbriche in paesi dove la manodopera costa meno. È sempre vero allora che il plusvalore (il profitto) è pluslavoro, lavoro in più non retribuito. Dunque, bisogna tenere bassi i salari; il che innesca un’altra tipica contraddizione marxiana: produrre sempre di più –  perché per essenza il capitalismo è produzione non di beni ma di merci – per una massa di persone che non ha più la capacità di acquistare. Da qui crisi cicliche di sovrapproduzione, le cui “date” Marx aveva allora previsto. Come intuiva la vocazione alla mondializzazione – oggi diremmo globalizzazione –  del capitalismo.
Marx avrebbe fallito però proprio la sua profezia principale: il crollo definitivo del capitalismo. Il comunismo si è affermato - in forme che forse c’entrano poco con Marx - nei paesi arretrati e non in quelli economicamente avanzati. A parte il fatto che Marx aveva pure previsto che la rivoluzione sarebbe scoppiata proprio in Russia, la tenuta è dovuta alle contromisure prese dal capitalismo che ha “imparato” le proprie debolezze proprio dalle analisi marxiste. Villani, in quel lontano corso universitario, ci sorprese ancora dicendo che c'era chi accusava Marx di essere stato utile alla borghesia, perché con Il capitale del 1867 aveva spiegato ai capitalisti come funzionava, o non funzionava, il capitalismo.
Infine, Marx avrebbe semplificato la società dividendola in due classi sociali, borghesia e proletariato. Ebbene, a quella polarizzazione sembra si stia tornando dalla crisi del 2008 con la riproletarizzazione di ampi strati del ceto medio. E sempre più i lavoratori per le grandi multinazionali sono pezzi accanto ad altri pezzi. La richiesta di giustizia sociale rimane urgente per la riumanizzazione dell’uomo. Il Marx giovane e “umanista” dei Manoscritti del 1844 ci parla anche ai tempi del capitalismo finanziario.

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Pubblicato in "Il Pappagallo. Quindicinale di informazione politica e culturale dell'area vesuviana" (Palma Campania), Anno XXII, Maggio 2018, Numero 399

domenica 21 gennaio 2018

"Secondo Tempo" (Libro Cinquantaquattresimo): numero monografico dedicato a Sebastiano Vassalli



Dal Libro Cinquantaquattresimo della rivista "Secondo Tempo" riportiamo l'inizio dell'Editoriale del direttore Alessandro Carandente, curatore del fascicolo, e l'Indice:

Sebastiano Vassalli (1941-2015), cui è dedicato questo fascicolo monografico di Secondo Tempo, ha sempre ammesso d'aver preso tutto sul serio - ricordiamo en passant che in tedesco ernst significa conflittuale - e di aver ritenuto ogni libro un tassello di un solo mosaico, ogni romanzo un capitolo di un solo racconto che è andato dipanandosi nel tempo; se da un lato si è cimentato intorno al carattere nazionale degli italiani, sempre pronti a dimenticare, a cambiar casacca e bandiera; solo una esemplificazione: nel dopoguerra gli italiani fino a ieri fascisti e dall'8 settembre 1943, giorno dell'armistizio, probi antifascisti; dall'altro ha lavorato nel ricostruire vite di personaggi storici, - matti e irregolari che hanno tribolato non poco durante tutto l'arco della loro esistenza. È il caso di Suor Partenope, al secolo Giulia Di Marco, vissuta nel Seicento; o dell'esposta Antonia, la strega di Zardino, mandata al rogo a vent'anni, ma anche del poeta marradese Dino Campana in cui Vassalli riconosce il suo babbo matto in perfetta filiazione, come Dante si era riconosciuto in Virgilio, eleggendolo a guida oltremondana, per intenderci.

Alessandro Carandente

INDICE

Beppe Mariano - Sebastiano Vassalli: Abitare il vento
Sebastiano Vassalli - Lettera a Franco Capasso
Alessandro Carandente - Vassalli: Napoli, napoletani e dintorni
Intervista a Sebastiano Vassalli
         a cura di Alessandro Carandente
Alessandro Carandente - Yoshua e Giuda: due protagonisti una sola realtà
                                         La mia patria è la lingua italiana
                                        Vassalli e la parola di sette poeti
Giuseppe Pontiggia - Lettera ad Alessandro Carandente
Salvatore Violante - Il sebastian contrario
G. Battista Nazzaro - Per Sebastiano Vassalli
Gerardo Pedicini - Vassalli e il suo babbo matto, Dino Campana
Enzo Rega - L'oro del mondo tra (auto)biografia, carattere nazionale e consapevolezza
Alfonso Cepparulo - Alcune riflessioni sul romanzo Io, Partenope di Sebastiano Vassalli
Carlo Di Legge: L'odio universale e il sensemaking del nulla

"Secondo Tempo"
Libro Cinquantaquattresimo
Numero monografico dedicato a
Sebastiano Vassalli (1941-2015)
a cura di Alessandro Carandente

Marcus Edizioni, Napoli 2017
via Raffaele Viviani, 8
Casella Postale n. 50
80010 Quarto (Napoli)
info@marcusedizioni.it

in copertina: Sebastiano Vassalli, Ex voto, 1978
in quarta di copertina: Prisco De Vivo, Vassalli in bruno e giallo, 2015

all'interno, tra le altre, riproduzioni di lettere autografe di Sebastiano Vassalli


giovedì 11 gennaio 2018

"Il pensiero poetante. Antologia tematica di poesia e teoria": "Il mito" (2017)






Dal nuovo volume monografico di "Il pensiero poetante" (Antologia tematica di poesia e teoria) dedicato a Il mito - a cura di Fabio Dainotti - riportiamo l'inizio della Premessa e l'indice:

PREMESSA

Mircea Eliade, proprio all’inizio del suo Il mito dell’eterno ritorno (1949), dichiara di voler analizzare le società “premoderne” o “tradizionali”, intendendo sia il mondo che viene chiamato “primitivo” sia le antiche civiltà di Europa, Asia e America, culture che hanno espresso nel mito le proprie concezioni dell’essere e della realtà, incorporandovi la propria “filosofia”. Scrive Eliade: “Evidentemente le concezioni metafisiche del mondo arcaico non sono state sempre formulate in un linguaggio teorico, ma il simbolo, il mito, il rito esprimono, su piani diversi e con i mezzi che sono loro propri, un complesso sistema di affermazioni coerenti sulla realtà ultima delle cose, sistema che può essere considerato una vera metafisica” (tr. it. Borla, Milano 2010). Svelati, i miti, rivelano la volontà di questi uomini di individuare la propria posizione nel cosmo, laddove invece, nota Eliade, l’uomo moderno occidentale, erede della tradizione giudaico-cristiana, vuole piuttosto fare i conti con la storia. Ma, pur provenendo da sponde diverse, Edgar Morin, nella sua “critica” autobiografia (Autocritica, 1958), dopo il predominio della ragione strumentale oggettivante (il feticcio della “realtà oggettiva”), ribadisce come la magia, il mito, l’immaginario facciano parte delle “strutture umane”.
Il confronto col mito è dunque, sempre e per sempre, ineludibile.

INDICE

POESIA
Aldo Amabile, Palinodia ultima
Aldo Amabile, Davvero credevi che il mondo finisse
Tommaso Avagliano, Epitaffio per un soldato
Donatella Bisutti, Sciamano
Corrado Calabrò, Il filo di Arianna
Giovanni Caso, Nella scintilla del mito
Antonio Filippetti, Il mio mito
Luigi Fontanella, Di puro sorriso
Luigi Fontanella, In una sala d'attesa
Gianpasquale Greco, Marc'Aurelio (Kairos)
Steven Grieco-Rathgeb, Monologo di Erisychthon
Vincenzo Guarracino, Ballata delle Parche
Giorgio Linguaglossa, La città degli immortali
Luigi Mazzella, Il mito
Ines Betta Montanelli, Non c'è luna stanotte
Ines Betta Montanelli, I miti dell'infanzia
Emanuele Occhipinti, Nostalgia del regno di Crono
Guido Oldani, Parole vere
Guido Oldani, Il modello
Guido Oldani, Le suole
Guido Oldani L'osservatorio
Guido Oldani, Gli uccellini
Laura Sagliocco, Linfe caste di Afrodite

DISEGNI
Michelangelo Angrisani
Corrado Calabrò
Claudio Guariglia
Renato Intignano
Rosamaria Maiorino Balducci

PROSA
Corrado Calabrò, Senso, realtà, mito nella poesia classica
Marina Caracciolo, Il mito di Barbablù dalla favola di Perrault a Gilles de Rais alle "Palinodie" del Novecento
Francesco D'Episcopo, Mitografie letterarie
Carlo Di Lieto, "Il teatro dei miti": l'ultimo Pirandello
Marco Galdi, Il mito di Europa
Emerico Giachery, Ungaretti e il mito
Guido Oldani, L'innominato del realismo terminale
Enzo Rega, Il mito, pensiero poetante
Lorenza Rocco Carbone, Dino Campana, mito e poesia

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Genesi Editrice
via Nuoro, 3
10137 Torino
genesi@genesi.org

per informazioni e richieste
fabiodainotti@libero.it
enzo.rega@libero.it

venerdì 29 dicembre 2017

Ian McEwan, "Nel guscio" (2017)

di 
ENZO REGA




"Tutto il resto è caos" (p. 173) sentenzia al momento della nascita il protagonista 'ventriloquo' - nel senso che lo abbiamo sentiamo parlare, o perlomeno pensare, finallora dall'interno del ventre materno: Nel guscio, appunto, come s'intitola questo funambolico romanzo dello scrittore inglese Ian McEwan ("Dunque eccomi qui, a testa in giù in una donna" è l'esordio a p. 3). Funambolico verbalmente, con un esercizio di scrittura cui oggi si rischia di essere disabituati dalla frequente prosa del sostantivo-verbo-complemento e punto. Funambolico per la registrazione della realtà esterna che il feto protagonista - siamo entrati nel terzo trimestre di gestazione - compie non attraverso un'ecole du regard, ché fuori del guscio non vede se non ombre controsole, ma con un'école d'écoute, grazie all'ascolto dei dialoghi che intorno a lui si svolgono e dei rumori  rivelatori che ai dialoghi si accompagnano; oltre agli spostamenti e alle posture assunte dal corpo che lo ospita. E ancora a proposito di ascolto, il nascituro può mettere insieme un'ulteriore conoscenza del mondo nel quale dovrà fare la propria comparsa grazie ai programmi d'informazione che la madre sente in podcast alla radio. Dalla sua posizione rovesciata - il piccolo è appunto già a testa in giù pronto per la futura espulsione - può rimettere a posto un mondo capovolto e fuori d'asse   con le proprie riflessioni politiche ma anche filosofiche. 
Riguardo al secondo aspetto, ecco come egli 'giustifica' l'importanza della propria attuale posizione, riecheggiando la battuta dell'Amleto shakespiriano che affermava: "Potrei anche essere confinato in un guscio di noce e sentirmi il re di uno spazio infinito - se non fosse la compagnia di brutti sogni" (cit. in esergo):
Vivere confinati in un guscio di noce, vedere il mondo in due pollici di avorio, in un granello di sabbia. Perché no, quando la letteratura tutta, e l'arte, e ogni impresa umana altro non sono che puntini nell'universo del possibile? Quando l'universo stesso potrebbe rivelarsi un puntino in una moltitudine di universali reali o possibili? (p. 56)
Rispetto alla complessità del mondo e al conflitto di interpretazioni che si gioca intorno a dati che sembrerebbero fattuali, ecco come il piccolo è già capace di argomentare - e il riferimento è a quanto potrebbe aspettarsi durante la propria vita a partire dalle nefaste premesse depositate dal secolo precedente:
[...] riusciranno i nostri nove miliardi di eroi a sfangarla senza uno scambio di cortesie nucleari? Pensatela come uno sport di contatto. Allineate le squadre. India contro Pakistan, Iran contro Arabia Saudita, Israele contro Iran, Usa contro Cina, Russia contro Usa e Nato, Corea del Nord contro resto del mondo. [...] Quanto sono decisi, i nostri eroi, a surriscaldare il focolare domestico? Un modesto grado punto sei, proiezione o speranza di un pugno di scettici, basterà a spalancare la tundra a montagne di frumento, ad aprire pittoresche taverne sulle spiagge del Baltico, a popolare di farfalle sgargianti i Territori del Nordovest. All'estremità più cupa del pessimismo, un cambiamento di quattro ventosi ngradi in più alternerà i disastri gemelli di alluvioni e siccità scatenando il tetro maltempo dei tumulti politici. Altra tensione narrativa arriverà da sottotrame di interessi locali: che ne sarà del Medio Oriente, rimarrà preda del suo eterno fervore, si riverserà in Europa trasformandola una volta per tutte? E' ipotizzabile che l'Islam immerga un'estremità febbricitante nel fresco stagno della riforma? O che Israele conceda qualche centimetro di deserto agli sfrattati? Il sogno laico di un'Europa unita potrebbe  dissolversi dinanzi a odi antichi, meschini nazionalismi, catastrofi finanziarie, discordia. O al contrario mantenere la rotta. Io lo devo sapere (pp. 113-114).

Ce n'è di che turbare i sogni, e le veglie, di chi non è ancora nato e che sta per fare l'ingresso in questo casino mondiale. Anche se è vero che, come accade in qualche altra pagina, si possono pure riportare le opinioni di chi, in questo scenario, vuole sottolineare i progressi che la storia ha compiuto in tutti i campi. Un bel guazzabuglio interpretativo, appunto.
Questo è il mondo visto surrealisticamente da un non-nato, ma realistico nei dettagli. Qui vediamo un bambino descrivere l'ingarbugliato mondo degli adulti, così come, in altri casi, la letteratura ha incaricato animali a descrivere l'assurdo mondo degli umani: con il romantico tedesco Hoffmann e, a inizio Novecento, il suo consapevole emulo giapponese Natsume Sōseki tocca ai felini (rispettivamente in Considerazioni del gatto Murr e in Io sono un gatto), e con Bulgakov e Svevo è la volta del migliore amico dell'uomo (rispettivamente, Cuore di cane e Argo e il suo padrone). Solo per fare qualche esempio. Per altri aspetti - e parlando di un autore inglese come McEwan - non si può non pensare al contempo al capostipite del romanzo anglosassone, e insieme dell'antiromanzo, qual è il Tristram Shandy di Laurence Sterne, il cui protagonista, che narra le proprie vicende nasce a metà del romanzo, non prima di aver vreato conflitti tra le persone che lo circondano.
Ma al piccolo di McEwan non tocca solo far prova, così presto, dell'insipienza mondiale: è già il teatrino di casa sua a darne prova, in piccolo (come il mondo inciso in un chicco di riso, potremmo dire riprendendo le considerazioni minimaliste di prima). Ed è questo teatrino che viene ovviamentye messo prevalentemente in scena nel romanzo. Ecco dunque la madre, colei che lo ha in gestazione, Trudy, una bellissima donna non ancora trentenne che in gravidanza pensa bene di affogare nell'alcol le proprie inquietudini e insoddisfazioni; il marito John, poeta mediocre e editore fallimentare o fallito, che attraversa ancora ingenuamente la vita; Claude, amante di lei e fratello di lui, un fatuo immobiliarista che in nulla somiglia al proprio Germano. Nel triangolo, che divenda un quadrato con il nascituro, ci sono due persone di troppo: il piccolo e il padre John, dei quali i due amanti vogliono sbarazzarsi. Ma, maldestri come sono, ci riusciranno? Si lascia al lettore verificarlo, gustando una scrittura ironica nella quale il mondo è tal quale lo percepisce un feto, tra sbalzi, flussi sanguigni, succhi, riflessi del battito materno, interno crocchiare di ossa e cartilagini, così come per il cane di Svevo la realtà si riduceva a odori con i quali orientarsi, o dis-orientarsi. In un caso o nell'altro - McEwan, Svevo - un virtuosistico esercizio di stile non fine a se stesso.


                                                                   Ian McEwan, Nel guscio (2017); tr. it di Susanna Basso,
                                                                                                  Einaudi, Torino 2017, pp. 173, € 18,00




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